IO SONO DOT – Joe R. Lansdale

 

Io sono Dot - Lansdale

Che si tratti di un’avventura di Hap e Leonard o di altro, le trame di Joe R. Lansdale ci tengono sempre di buonumore. Una forza creativa, multiforme, inesauribile, quella dello scrittore texano, che mescola al meglio i linguaggi della pop art, dando vita ad una giostra di suggestioni che inebriano i lettori trascinandoli in un luogo che esiste, che è reale, ma che nel contempo è del tutto immaginario. Sentimenti, corpi, auto, case, animali feroci o scoiattoli, ogni cosa ha contorni netti e i colori ci appaiono per quelli che sono. I libri di Lansdale sono colorati come i film dei supereroi della Warner Bros. Quanto Lansdale debba a un genio come Stan Lee è presto detto: è il fumetto il propellente delle sue narrazioni; bang, smack, poff, boom, l’onomatopeica della rissa e del salvataggio fa da corollario a storie avvincenti, scritte con la giusta leggerezza ma che leggere non sono. I libri di Lansdale sono giochi di magia, il trucco c’è ma lo conosce solo l’autore: a noi non resta che sederci e goderci lo spettacolo.

Dorothy Sherman, per tutti Dot, ha diciassette anni e vive in una roulotte con sua madre, la nonna, un fratellino più piccolo “Divoratore di Caccole”, e una sorellastra maltrattata dal compagno. Suo padre, una mattina di cinque anni prima, era uscito di casa per comprare le sigarette e non è più tornato. Per sbarcare il lunario, la ragazza serve sui pattini in un Drive-in della zona. Siamo nel Texas orientale, è qui che Lansdale colloca tutte le sue trame; luoghi malfamati dove la violenza e il razzismo la fanno da padroni. Il destino di Dot sembra segnato, la sua è una vita di soli sacrifici, misera, ma Dot la affronta a rotta di collo, senza arrendersi né soccombere. Le cose cambiano quando sbuca fuori dal nulla un tale che si presenta come lo zio Elbert, un ex galeotto, apparentemente un uomo inaffidabile, ma che nel corso del racconto si rivelerà il più saggio della famiglia. Io sono Dot è un romanzo divertente, come nella tradizione di Lansdale, scritto con la solita levità dietro la quale però si nascondono temi seri, impegnativi: la povertà, l’abbandono, la speranza, il sogno. La voce narrante è femminile come in un altro bel romanzo di qualche anno prima: Tramonto e polvere. Chi conosce questo mestiere sa che non si tratta di un semplice dettaglio: è una prerogativa dei grandi novelist quella di saper immedesimarsi in protagonisti di un altro sesso, per giunta adolescenti. Capita di rado. Di rado come ritrovarsi a Salerno insieme ad uno dei maggiori romanzieri americani. Scrivo di questo libro poche ore dopo aver incontrato Lansdale ed avergli esibito la mia copia di Io sono Dot perché me la autografasse: “To Angelo – Joe R. Lansdale”. Perfetto.

Angelo Cennamo

Annunci
Standard

UN GIORNO QUESTO DOLORE TI SARA’ UTILE – Peter Cameron

Un giorno questo dolore ti sarà utile - Peter Cameron

“Io mi sento me stesso solamente quando sono solo”

James Sveck è un giovane newyorchese, figlio di genitori divorziati. Il padre fa il manager a Wall Street, la madre tornerà a gestire la sua galleria d’arte moderna non appena si sarà ripresa dallo choc per la terza separazione, maturata addirittura nei giorni della luna di miele. James si divide tra lo studio e la galleria d’arte, dove finge di lavorare assieme ad un collaboratore anche lui scansafatiche, un omosessuale che chatta su internet per procurarsi appuntamenti al buio. E’ una vita solitaria, senza amici e con pochi interessi oltre la lettura. James ha informato i genitori che non intende andare all’università: è inutile, dice, si possono imparare un sacco di cose rimanendo a casa a leggere i romanzi di Trollope. La sua unica sponda di conversazione è la nonna, tra le poche persone che sa ascoltarlo senza giudicare. La solitudine che James si autoinfligge tuttavia desta preoccupazione, al punto che i suoi familiari decidono di spedirlo da una “strizzacervelli” perché ne indaghi le ragioni: non sarà mica diventato gay?

Un giorno questo dolore ti sarà utile – Questo dolore un giorno ti sarà utile – Tutto questo dolore ti sarà utile, un giorno: quando non ricordi il titolo di un libro vuol dire una sola cosa… – è il romanzo più celebre di Peter Cameron, scrittore americano vicino a Jonathan Franzen e a Jeffrey Eugenides non solo per motivi generazionali ma anche per la sensibilità e la delicatezza con le quali affronta le dinamiche familiari: incomprensioni, conflitti, invidie. L’emotività è il terreno di gioco sul quale Cameron riesce a dare il meglio di sé; uno spazio narrativo fatto di sfumature a volte impercettibili, e di silenzi più eloquenti di mille parole. L’infelicità di James è un sentimento comune a tanti adolescenti, come lui alla ricerca di una identità – anche sessuale – più definita possibile o facile da accettare. Il tema dell’omosessualità viene solo sfiorato ma c’è, lo si avverte. Il libro di Cameron è il più classico dei romanzi di formazione, immaginato e raccontato con la voce di un diciottenne; una storia che ci riporta ad altre declinazioni di questo genere, meglio riuscite e più interessanti di questa, da Il giovane Holden di Salinger a Il cardellino di Donna Tartt. Tenero, newyorchese, noioso.

Angelo Cennamo

 

Standard

VINCOLI – Alle origini di Holt – Kent Haruf

 

VINCOLI - Kent Haruf

 

Nella note biografiche di Kent Haruf ritroviamo i tratti distintivi di molti altri scrittori americani giunti alla popolarità senza passare per accademie o ristretti circoli culturali. Prima di affermarsi come romanziere, infatti, Haruf – originario di Pueblo nel Colorado – si è arrabbattato in mille mestieri, dal bracciante agricolo all’operaio, è stato obiettore di coscienza durante la guerra in Vietnam, per poi laurearsi nel Nebraska non si sa bene in cosa. Di lui, in Italia, conoscevamo poco o nulla fino a quando la meritoria opera di scouting della NN editore non ha prodotto i suoi migliori risultati: Crepuscolo, Benedizione, Canto della pianura, Le nostre anime di notte.

Vincoli – Alle origini di Holt è il primo libro, Haruf lo pubblicò nel 1984. Oltre trent’anni dopo, sulla scia dei precedenti successi, è arrivato nelle nostre librerie carico di aspettative. Il romanzo racconta la storia di una famiglia dell’Iowa trasferitasi alla fine dell’Ottocento in Colorado, nella cittadina immaginaria di Holt, che nei primi anni del secolo – scrive l’autore – era poco più di una distesa sabbiosa con tre negozi, una pensione, un bar, il cimitero e una ventina di case. Holt, dunque, è ancora una volta al centro di una trama di Haruf. Holt come la Macondo di Garcia Marquez, il piccolo villaggio nel quale ciascuno ritrova la propria terra, le proprie origini. Chi ha letto anche gli altri romanzi sa bene che l’America di Haruf è lontana dai soliti circuiti dello show-business: è una nazione rurale, silenziosa, conservatrice ai limiti del bigottismo, popolata da mandriani e piccoli commercianti. Edith e Lyman Goodnough sono i figli  di un uomo prepotente, violento ed egoista, la cui vita è segnata da un brutto incidente: la lama di una mietitrice gli ha tranciato entrambe le mani. I due fratelli, orfani di madre, vivranno prigionieri del padre padrone sgobbando senza sosta tra campi di mais e mucche da mungere. Anni ed anni di giornate lente, monotone, vuote; quella dei due fratelli è una sudditanza avvilente, triste, priva di sussulti anche per i lettori che la osservano con sofferenza e con noia. Nelle prime pagine del romanzo, Edith ha ottanta anni e giace moribonda in un letto di ospedale a seguito di un incendio appiccato non si sa ancora da chi. La lunga storia della famiglia Goodnough viene raccontata da Sandy Roscoe, un vicino di casa che per Edith è stato quasi un figlio. E’ un racconto lungo, denso di dettagli talvolta inutili – la trama nella parte centrale sembra deragliare su fatti di scarso interesse – ma nel finale riprende quota dando il giusto senso al romanzo. Vincoli è un buon western con venature noir, un libro a tratti commovente e sicuramente ben scritto – ottima anche la traduzione di Fabio Cremonesi. La migrazione della famiglia Goodnough, raccontata nel primo capitolo, mi ha ricordato quella dei Peruzzi di Canale Mussolini di Antonio Pennacchi, diversamente pionieri dell’Agro Pontino negli anni del fascismo. Haruf ha saputo dare il giusto ritmo, lento come le giornate di Edith e di Lyman, ad una storia intensa, fatta perlopiù di sacrifici e di amarezze. Il risultato è discreto, ma manca la magia dei successivi romanzi, quelli che compongono la trilogia della Pianura, di cui Vincoli ne è in qualche modo l’embrione.

Angelo Cennamo

Standard

IL MALE OSCURO – Giuseppe Berto

 

 

Il male oscuro - Berto

 

Quando Ernest Hemingway definì Giuseppe Berto tra i migliori scrittori italiani con Vittorini e Pavese, diversi romanzieri di quel tempo storsero il naso, molti furono rosi dall’invidia. Berto, del resto, non fece mai mistero del clima di ostilità alimentato intorno alla sua figura di uomo libero, estraneo alle solite conventicole, da una certa editoria dominante di sinistra. Nel 1964, all’età di cinquant’anni, dopo aver fatto i conti con una brutta malattia che lo aveva fiaccato nel fisico e nell’anima, Berto si ritira in un luogo isolato della Calabria, Capo Vaticano, e in poco più di due mesi butta giù di getto alcune centinaia di pagine poi racchiuse in un libro destinato a sconvolgere la letteratura italiana: Il male oscuro. E’ un non-romanzo, spiegherà lo scrittore nell’appendice al testo, che racconta la sua lunga lotta con il padre, una lotta durata sessant’anni. Il libro, che vinse sia il Premio Viareggio che il Campiello, per stessa ammissione dell’autore riflette due importanti precedenti della narrativa: La coscienza di Zeno di Italo Svevo e La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, opera che ne ha ispirato non solo l’impianto narrativo ma anche il titolo:

“Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare la causa, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgorato scoscendere d’una vita, più greve ogni giorno, immedicato”.

A differenza di questi due romanzi, il racconto di Berto non si limita tuttavia a descrivere una nevrosi, ma la incarna, le dà voce, la storia è come se si raccontasse da sola

E in effetti accade che fatti e pensieri sgorghino in gran parte automaticamente da quelle oscure profondità dell’essere dove la malattia prima e la cura poi sono andate a sfruculiarli fino a fargli venire questa immoderata voglia di esternarsi della quale mi sembra di essere passivo esecutore”

Il male oscuro, scritto secondo uno stile che Berto definirà “psicanalitico”, molto moderno, con una prosa scarna e una punteggiatura minimalista, per quanto affronti un tema serio e scabroso come la malattia, non è affatto un libro deprimente, e neppure noioso. Non mancano infatti spunti ironici, momenti di comicità che ne alleggeriscono la narrazione alternando toni, registri e stati d’animo in una perfetta sincronia di situazioni che comprendono ogni aspetto della vita quotidiana dell’autore: le difficoltà della professione di sceneggiatore, la disperata ricerca della gloria, la perenne mancanza di quattrini, il matrimonio litigioso con la giovane consorte “la ragazzetta”, oltre ovviamente ai sensi di colpa legati alla morte del padre, che condurranno lo scrittore alla nevrosi e alla psicanalisi

“Come ha dimostrato il padre mio che da vivo non contava più niente mentre appena morto o poco dopo ha ripreso a soverchiarmi……..Proprio l’abbandono del padre in punto di morte avrebbe determinato il conflitto morale che mi ha condotto alla psiconevrosi, è quella la realtà orrenda dalla quale fuggo per rifugiarmi nella malattia” 

Il male oscuro è un libro struggente che ci riguarda tutti: padri, figli, amici, lavoratori, amanti. Scavando nella propria anima, Berto si mostra al lettore per quello che è: un uomo fragile, disperato, ma desideroso di ritornare a vivere, per il bene di se stesso e soprattutto di sua figlia, nella quale rivede la propria infanzia e la paternità sconosciuta di quell’uomo severo e scorbutico che morendo lo ha scaraventato nell’abisso. Il rapporto difficile tra Berto e suo padre, ma anche gli stenti di una professione povera di successi mi hanno ricordato la parabola di John Fante, il giovane scrittore squattrinato che sogna la gloria e che in uno dei suoi capolavori, La confraternita dell’uva, si scontra con il vecchio Nick Molise, il padre padrone che non gli perdona di averlo abbandonato per inseguire il successo.

“Ed ecco che piango un’altra volta sul mio fallimento e sconforto, e sulla mia solitudine al limite del nulla”

Angelo Cennamo

Standard

INFINITE JEST – David Foster Wallace

 

INFINITE JEST NEW

 

Mi siedono in un ufficio, sono circondato da teste e corpi. La mia postura segue consciamente la forma della sedia. Maneggiare un romanzo di David Foster Wallace è un’esperienza meta-letteraria. Un viaggio senza ritorno nelle viscere dell’umanità, il tentativo di esplorare un luogo sconosciuto di noi stessi e del mondo che ci sta intorno da una prospettiva nuova, inusuale, a metà strada tra l’iperrealismo e la follia. Ma perché uno scrittore oscuro e difficile come Foster Wallace piace così tanto? Difficile spiegarlo. Forse perché in quelle oscurità ritroviamo le nostre malinconie, le nostre insicurezze. Perché non esisteva scrittore vivente dotato di un virtuosismo retorico più autorevole, emozionante e inventivo del suo: I tergicristalli dipingono arcobaleni neri sul parabrezza luccicante dei taxiInfinite Jest  è un libro che per la sua mole – 1.280 pagine fittissime – incute terrore e scoraggia anche i cultori più incalliti della parola scritta. Lasciare però quel malloppo di carta in bella vista sulla scrivania alla stregua di un fermacarte qualunque o di un vecchio almanacco, temendo che la smisurata lunghezza possa annoiare o peggio logorarci i nervi fin dai primi capitoli – può accadere se non si è rodati al postmoderno spinto – è più di un peccato veniale: è negarsi a una rigenerazione emotiva che dopo tutto finisce per amplificare la nostra qualità di lettori – dopo aver letto Wallace si diventa lettori terribilmente esigenti. Una catarsi dunque. Ma prima della catarsi, il supplizio, sfiancante, ai limiti della sopportazione. Infinite Jest  è un romanzo meravigliosamente faticoso. Nei momenti di scoramento si ha voglia di lanciare il mattone contro la parete della camera da letto e maledire il critico della rivista o l’amico – in questo caso nemico – che ne ha consigliato l’acquisto. Ma dura poco. Dura poco perché dai libri di Wallace e dallo stu-po-re che generano le sue trame è difficile stare lontani. Quel vigore narrativo sempre sopra le righe, quella capacità rara di destare curiosità con un semplice dettaglio o con un dedalo di assurde coordinate dentro il quale ritrovare il soggetto della frase principale può diventare un vero rompicapo: è questo il genio letterario di Wallace. Infinite Jest  è un murales di emozioni profonde, dipinto con una prosa schizofrenica e così argomentativa da cancellare quasi la distinzione tra narrativa e saggistica. Un romanzo fluviale senza trama e senza un vero finale che racconta di una società rassegnata al proprio annientamento psichico e fisico. In un tempo imprecisato e sponsorizzato gli Usa avranno inglobato il Messico e il Canada in una supernazione chiamata ONAN. Wallace ambienta il romanzo all’interno dell’ETA ( Enfield Tennis Academy), un liceo per giovani promesse del tennis che sognano di  giocare nell’ATP “lo Show”, e all’Ennet House, un centro di riabilitazione per alcolisti e drogati che puzza del tempo che passa. Come tutti i protagonisti della storia, i ragazzi dell’ETA sono sopraffatti dalla noia e invischiati nell’uso di sostanze ricreative.  Infinite Jest è anche il titolo di un film misterioso che ipnotizza gli spettatori condannandoli ad una pericolosa assuefazione. Un’arma letale che può cambiare il corso degli eventi. Eccoci  dunque al tema del romanzo: la dipendenza. Dipendenza da qualunque cosa, non solo dall’alcol e dalle droghe. Forse anche dallo stesso libro che imprigiona il lettore più intrepido fino alle note del post scriptum in una sorta di stato catatonico: il magnetismo di Wallace è un argomento da approfondire, da studiare. Dicevamo della trama come espediente dell’autore per raccontare molto altro attraverso divagazioni su fatti, luoghi e personaggi, seguendo i consueti schemi labirintici ai quali the genius ci ha abituato per guidarci nel suo mondo enigmatico e ricco di suggestioni: dilatazioni spazio-temporali, periodi lunghi e frammentati senza mai un capoverso, punteggiatura fantasiosa. Un tracciato avventuroso che ci lascia senza fiato, attoniti. Del realismo isterico di Wallace e dell’impossibilità di cogliere fino in fondo tutte le sfaccettature della sua grammatica mentale non si può dire di più. La cosa più faticosa della mia vita dice Edoardo Nesi che del libro ha curato la traduzione in italiano. Cos’altro aggiungere: Infinte Jest  è un romanzo monumentale in ogni senso – il tomo è alto quanto il palmo di una mano – scomodo anche nell’approccio fisico. Ma è un’opera superba, irripetibile, che attraversa molti generi, una scheggia di autentica bellezza tra i classici della letteratura moderna.

Angelo Cennamo                                       

 

Standard

IO E COLAJANNI

 

IO E COLAJANNI FOTO

 

L’appuntamento con Marta era alle 17,30, davanti al portone di corso Umberto. Civico 253. Da Santa Lucia, dove abitavo, avrei impiegato circa 20 minuti a piedi. L’avvocato Domenico Colajanni era molto amico di suo marito. Quando ricevette la notizia della mia laurea, Marta volle farmi un regalo: portarmi nel suo studio per farmi iniziare la pratica forense – Vedrai che Mimì ti prende – disse con tono deciso – di giovani preparati come te ce ne sono pochi in giro – Marta mi conosceva fin da bambino, abitava anche lei a Santa Lucia. Spesso veniva da noi per farsi cucire gli abiti da mia madre, che all’occorrenza faceva anche la cuoca, la baby sitter e tanti altri mestieri. Mio padre, invece, gestiva un’edicola a Monte Calvario. A casa nostra di soldi ne giravano pochi, e così, per seguire i corsi universitari, anche io cercavo di arrangiarmi come potevo, per esempio dando ripetizioni di italiano e latino o sbrigando delle commissioni nel quartiere. Non volevo pesare sui miei genitori, che oltre a me dovevano provvedere all’istruzione di Nicolino e Tommaso, i miei fratelli più piccoli.

Colajanni a Napoli era una celebrità, il solo pensiero di varcare la soglia del suo studio mi faceva tremare le gambe. Perché non sfigurassi, mia madre pensò di aggiustare un vecchio vestito che suo marito indossava nelle ricorrenze più importanti: un gessato blu scuro a due bottoni. Il collo era un po’ consumato, ma almeno di sera si notava poco. Le scarpe, seminuove, erano le stesse che avevo indossato all’esame di laurea poche settimane prima. Me le aveva regalate zio Mario, il fratello di mamma, venuto a vivere da noi dopo la morte della moglie Ines. Con la cravatta però volli scialare. Ne avevo adocchiata una bellissima nella vetrina di Marinella, a punta di spillo. Con i pochi risparmi che mi erano rimasti decisi di regalarmela senza farlo sapere a nessuno. Quella cravatta, da sola, valeva più del vestito, delle scarpe e di tutto il resto. Ma si trattò di un buon investimento; sì perché Colajanni, non appena la vide, sobbalzò dalla sedia – Perbacco! La sua cravatta è davvero bella. Dove l’ha comprata? – Da Marinella – risposi io, simulando una certa familiarità con il negozio più chic di Riviera di Chiaia – Hai capito? Si tratta bene il mio giovane collega – Per fortuna che non aveva ancora visto il collo consumato del gessato, la penombra dello studio mi aveva per il momento risparmiato l’imbarazzo – Marta mi ha parlato molto bene di lei, sa? Ma temo di non poterla accontentare: ho già tre ragazzi con me e non saprei dove collocarla. Ad ogni modo, può rimanere qui qualche giorno, nel frattempo avrò premura io stesso di trovarle una buona sistemazione in un altro studio – D’accordo avvocato, ma non vorrei disturbare – dissi, sorpreso dalla buona accoglienza – Nessun disturbo, caro….come ha detto che si chiama? – Eduardo, Eduardo Scalera – Chinò il capo in segno di riflessione, un attimo dopo aggiunse – Facciamo così, per il momento può sedersi alla scrivania nella prima stanza, quella adiacente alla sala d’attesa. Irene le mostrerà il posto – Prima di indirizzarmi da Irene, la segretaria dello studio, Colajanni volle però presentarmi gli altri praticanti che mi avevano preceduto. I primi due, Marco e Federico, erano alti e magri, con gli occhiali da vista molto spessi. Entrambi abitavano al Vomero. Il terzo, Manfredi, grassottello e dall’andatura goffa, prima di laurearsi in legge aveva sostenuto una decina di esami a medicina, e per questo lo avevano soprannominato: “ ‘o duttor”.

Al momento delle presentazioni, i miei colleghi si guardarono di soppiatto, quasi infastiditi dal mio arrivo. Irene lo intuì, ma per non farmi sentire a disagio semplificò i convenevoli con uno dei suoi moniti – Forza, a lavoro, che domani in tribunale sarà una giornata dura! – In tribunale, io? – Certo, verrai anche tu – disse Irene. A differenza di Colajanni, Irene dava del tu a tutti, tranne al suo datore di lavoro, al quale si rivolgeva con il “voi” – Perché, l’avvocato non ti ha detto niente? – Be’, veramente no – dissi, intimorito dal suo fare militaresco – Allora ci penserò io –  Dopo pochi minuti, entrò nella stanza e mise sulla mia scrivania un fascicolo che aveva estrapolato dallo scaffale del corridoio. C’era scritto: Tribunale di Napoli. E più in basso: Perrone +1 contro Annarumma Fabio – E’ un’azione di reintegra – mi spiegò, supponendo che un fresco laureato come me potesse già comprendere il da farsi. L’ottimismo di Irene sembrò pareggiare il mio disorientamento. Osservai con molto imbarazzo quel malloppo di atti e di documenti, intervallati da appunti scritti a mano. Mentre scorrevo l’indice degli atti, fui colto di sorpresa dall’avvocato che era appena entrato nella stanza – Bravo, vedo che comincia nella maniera giusta – Colajanni mi guardava sorridendo, con la sigaretta tra i denti – Non si preoccupi, so bene a cosa sta pensando. Ma dovrà solo mettere in ordine cronologico le carte del processo, poi domani, in udienza, vedrà il resto – Alle nove e mezza Irene mi avvisò che potevo andare via, suggerendomi di fare un salto nella stanza del capo. Colajanni, che aveva appena acceso l’ennesima sigaretta, mi fece segno di sedermi – Allora giovanotto, come le sembra questo posto? – Sa, è la prima volta che entro in uno studio legale, ma è esattamente come me l’immaginavo. Prima mi ha detto che devo venire in udienza con lei, domani – Certo, dove crede che si impari la professione? Ci vediamo a Castel Capuano, alle nove in punto, alla prima Sezione civile. Mi raccomando, alla puntualità ci tengo – Anche io – risposi, credendo di fargli cosa gradita. Ma proprio in quel momento lo squillo del telefono coprì le mie parole. La mente di Colajanni stava per volare altrove, così decisi di guadagnare l’uscita dello studio per non disturbare la conversazione, che, a occhio, sembrava alquanto piacevole. Tornando a casa, presi una pizza “a libretto” all’angolo del Rettifilo, da Orazio. La divorai in un attimo pensando al pomeriggio appena trascorso. Ero stordito da tutte quelle chiacchiere, dall’ambiente nuovo per me, ma al tempo stesso felice. Avevo conosciuto il più famoso avvocato di Napoli e l’indomani in Tribunale mi attendeva una giornata di lavoro assieme a lui.

Nei corridoi bui di Castel Capuano l’odore del marmo consumato si mescolava a quello del dopobarba degli avvocati, fresco ed intenso, in linea con lo stile e l’eleganza che ostentavano. Non erano ancora le nove ed attendevo con impazienza Colajanni sulla prima scalinata dell’ingresso. L’avvocato era appena arrivato, la sua voce lo precedeva nel cortile centrale. Con lui c’erano Marco e “’o duttor”. Più indietro si attardava Federico. Colajanni sorrideva a destra e a manca, stringendo le mani di altri colleghi che gareggiavano quasi per salutarlo. Il vestito color cachi faceva pandant con i mocassini testa di moro e la borsa di pelle marrone che stringeva sotto il braccio. Sulla camicia, rigorosamente bianca, risaltava una cravatta a fantasia, con pallini bianchi e blu, e dal taschino della giacca si intravedeva un fazzoletto di seta bianca. Imparai presto che quel fazzoletto si chiama “pochette”. Tra le labbra stringeva l’immancabile sigaretta, forse la prima della giornata. Appena mi vide, con la mano mi fece segno di seguirlo, mimando il gesto di bere; capii che intendeva portarmi al bar – Eduà, pigliamoci ‘o cafè – senza rendersene conto era passato al tu. Ne ebbi piacere, cominciavo ad ambientarmi. Il bar di fronte al Tribunale era affollatissimo di avvocati, di loro clienti e di testimoni. Tra un sorso e l’altro, nel marasma generale, si sentivano gli inciuci e i suggerimenti per le udienze che di lì a poco sarebbero iniziate. “Dite così…..anzi no, questo non lo dite……se vi chiedono dei soldi, rispondete che non li avete presi…..” quel posto sembrava un suk arabo – Eduà, le cause cominciano al bar – mi spiegò Colajanni, vedendomi spaesato in mezzo a quella confusione. Poi prendendomi sotto il braccio mi indicò un collega – Vedi, quello è l’avvocato Morrone, è un caro amico mio. Tempo fa era alla ricerca di un praticante. Gli farò il tuo nome – Grazie, risposi io, un po’ dispiaciuto di non poter continuare il tirocinio con lui. Non appena uscimmo dal bar, Colajanni si mise all’opera – Marco, tu e Federico avviatevi da D’Onofrio. Manfredi, tu preoccupati di quelle copie in cancelleria. Eduardo viene con me da Cirillo per la prova testimoniale. Quando avrete finito, raggiungeteci – Avevo l’adrenalina a mille, e quel caffè non mi aveva di certo calmato.

Cirillo è nu scassacazz’ – disse l’avvocato, salendo le scale a passo svelto – i testimoni li intimorisce perché è sempre convinto che siano falsi. Qualche volta ha pure ragione. Però, dico io, a te che te ne fotte. Fai il tuo mestiere e lascia perdere! Eduà, tu non ti muovere da vicino a me e guarda attentamente quello che scrivo sul verbale. – Colajanni mi aveva impartito la sua prima lezione, e cioè che la procedura vera è molto diversa da quella studiata sui testi universitari – Capece Vincenzo e Capece Antonietta! – gridò l’avvocato Caliulo, facendosi largo nell’aula. Caliulo, bassino, col naso a patata e peloso, era il nostro avversario; i fratelli Capece, i suoi testimoni. I nostri erano stati già sentiti in una precedente udienza – Capece Vincenzo e Capece Antonietta! – continuava Caliulo – Alfrè, ma sti testimoni li hai citati o no? – chiese Colajanni – Mimì, per la verità no. Però mi avevano assicurato che sarebbero venuti – Alle 10,30 i fratelli Capece non erano ancora comparsi. A quel punto, Colajanni concordò con il suo avversario un rinvio per la prosecuzione della prova testi – Avvocato – dissi, richiamandolo in un angolo – ma se il collega i testimoni non li ha citati per l’udienza, perché non ha fatto rilevare al giudice istruttore l’omessa notifica per ottenere la decadenza dell’avversario dalla prova testimoniale? – La mia osservazione era tecnicamente ineccepibile, ma, da praticante inesperto, ignoravo che potessero esistere anche altre norme, come dire: di buon vicinato, oltre a quelle codificate – Vedi, Eduardo – mi spiegò Colajanni – tu dici una cosa giusta, anzi sacrosanta, in punta di diritto. Ma devi capire che con i colleghi, specialmente con quelli amici, non è corretto sollevare eccezioni come questa. A tutti può capitare di dimenticare un adempimento, no? Oggi è toccato al collega Caliulo, domani potrebbe toccare a me. Ricordati che i clienti passano ma i colleghi restano – In meno di un’ora, Colajanni mi aveva già impartito due lezioni di vita forense sconosciute a qualunque autore giuridico: le cause iniziano al bar, la prima; non è corretto approfittare di un collega in difficoltà, la seconda. Il suo ascendente su di me si era di colpo decuplicato. La causa fu rinviata ad una successiva udienza e l’avvocato Caliulo abbracciò “Mimì” in segno di gratitudine, invitandolo a prendere un caffè. E siamo a due – Eduà, vieni pure tu…Alfrè, però stavolta pago io – disse l’avvocato rivolgendosi al collega Caliulo – A proposito, voglio presentarti il giovane collega Scalera, Eduardo Scalera. Vedrai che tra un po’ ne sentiremo parlare: è uno fino fino – disse, segnandosi la guancia con il pollice – pensa che prima, in udienza, voleva farti decadere dalla prova perché non avevi citato i testimoni – Caliulo sorrise – Scalera, mm, ma sei per caso parente del dott. Scalera, il cardiologo che sta a Fuorigrotta? – mi chiese. Avrei voluto dirgli di sì, ma poi – No, non lo conosco – Scusatemi – intervenne Colajanni – Eduà, c’è il collega Morrone, vieni che gli chiediamo quella cosa – Mariooo! – gridò l’avvocato, alzando il braccio – non te ne andare, devo parlarti. – Raggiuntolo, prima lo abbracciò, poi fece le presentazioni – Mario, lui è il giovane collega Scalera. E’ venuto ieri al mio studio per iniziare il praticantato, ma io non ho molto spazio e allora… se tu potessi……sai è molto preparato, non per dire, ma è un ragazzo in gamba – Non lo metto in dubbio – disse Morrone – del resto, per stare da te non può che essere così. Ma vedi, Mimì, sto traslocando e al nuovo studio dovrebbe venire la figlia del notaio Cicalese, glielo avevo promesso. E poi Gianni e Stefania stanno ancora con me; quei due dicono sempre che se ne vanno e non se ne vanno mai. Mi dispiace tanto. Ma, se non ricordo male, Guido è alla ricerca di un collaboratore – Chi, Guido Caracciolo? – domandò Colajanni – Sì, lui – rispose Morrone – Non sia mai! Se lo mandiamo da quell’azzeccagarbugli non imparerà neppure a scrivere una lettera. No, non se ne parla proprio. Senti a me, Eduà, mò vedo io come risolvere la questione. Vorrà dire che ci stringiamo, e un posto per te lo facciamo uscire lo stesso – In quel momento avrei voluto afferrargli la testa e dargli un bacio in fronte, ma mi uscì solo un timido e commosso – Grazie di cuore, avvocato – Meglio così – concluse Morrone – a proposito – domandò – il caffè lo avete già preso? – Sì, grazie – dissi, pensando di rispondere anche per conto di Colajanni. Ma lui, nel frattempo, aveva già messo il braccio sulla spalla del collega e con l’altra mano mi fece segno di seguirlo. I caffè erano già arrivati a tre e la mattinata non volgeva ancora al termine. Alla mezza, dopo aver simulato di bere una quinta tazzina, tornai a casa elettrizzato – Eduà, ma che c’hai la febbre? – chiese mia madre vedendomi stravolto – No mammà, è solo felicità – le dissi, digrignando i denti.

Angelo Cennamo

 

 

 

Standard

FERITO – Percival Everett

 

Ferito - Percival Everett

 

 

John Hunt è un cowboy di mezza età, vedovo, laureato a Berkeley in storia dell’arte. Ma alle aule universitarie e ai musei, John ha preferito ben altro: in un ranch sperduto di uno Stato sperduto ed inospitale come il Wyoming, addestra cavalli e si lascia accudire dal vecchio Gus, una specie di Kit Karson di colore. Le giornate di John iniziano all’alba, e sono faticose, irrigidite da un clima che non risparmia nessuno, né gli uomini né le bestie. Un giorno, un suo aiutante viene arrestato con l’accusa di aver assassinato un giovane gay in un ranch vicino. Suo malgrado, John si lascia coinvolgere nella caccia ai colpevoli e in una esplorazione introspettiva che cambierà il suo modo di vedere le cose. Di Percival Everett – scrittore afro-americano ancora poco conosciuto in Italia –  avevo letto Percival Everett di Virgil Russell romanzo postmoderno, spiazzante, dalle atmosfere wallaciane. Di tutt’altra pasta è invece Ferito, storia western a metà strada tra la trilogia di Kent Haruf e la narrativa di Jim Harrison. A conferma del fatto che lo sperimentalismo di Everett è camaleontico, cambia stile, registri, contenuti da un libro all’altro, senza mai inciampare nel già visto o noiose duplicazioni. Qui la prosa massimalistica vista nel labirintico viaggio virgiliano dell’altro racconto, cede il passo ad una scrittura asciutta, con frasi brevi, millimetriche. Ferito è un romanzo sul pregiudizio e sull’integralismo della provincia americana, quella fetta ampia di società – fondamentalmente bianca – più restia al cambiamento, e che oggi si riconosce nel nazionalismo fallico di Trump. Nella seconda parte, la storia riprende corpo intorno alla figura di un altro giovane omosessuale, David, figlio di un vecchio compagno di college di Hunt. David non si sente accettato dal padre, dal quale è fuggito, e trova nel cowboy John una nuova figura di riferimento. Tra i due nasce un sentimento a volte ambiguo, ed è proprio l’ambiguità una delle chiavi narrative di questo romanzo, denso di storie, ricco di simbolismi e di tenerezza, uscito dalla penna geniale di Everett e magistralmente tradotto da un talentuoso scrittore della nouvelle vague italiana: Marco Rossari.

Angelo Cennamo

Standard