CITTA’ DI MORTI – Herbert Lieberman

 

 

Città di morti - Herbert Lieberman

 

 

In principio fu Herbert Lieberman? Prima di tanti altri suoi colleghi oggi più conosciuti e venduti, da Patricia Cornwell a Jeffery Deaver, è stato lui a rimpinguare gli scaffali del genere thriller con una quindicina di romanzi, tra cui spiccano titoli come Nightbloom e Crawlspace. Quando venne pubblicato nel 1976, Città di morti riscosse grande successo soprattutto in Francia, dove divenne un vero e proprio oggetto di culto vincendo il prestigioso Grand Prix de Littérature Policière, ma passò quasi inosservato negli Usa per ragioni difficili da spiegare. Con qualche decennio di ritardo, il romanzo è sbarcato in Italia grazie a Minimumfax, editore specializzato nel ripescaggio di grandi scrittori dimenticati: Bernard Malamaud, Richard Yates, John Barth, tanto per citarne qualcuno.

La storia è ambientata nella New York degli anni Settanta, i peggiori forse dalla crisi di Wall Street per la delinquenza dilagante, per i numerosi morti ammazzati, da arma da fuoco come da eroina. Pochi i personaggi tra i quali si staglia la figura di Paul Konig, anatomopatologo e capo dei medici legali di New York, il più noto ed apprezzato perché nessuno meglio di lui sa leggere sui corpi dei morti le loro storie.  Le giornate del dott. Konig, che io ho immaginato come l’attore Ernest Borgnine –  il romanzo sembra la sceneggiatura di un meraviglioso film d’azione, per scrittura, ritmo, e per i dialoghi, assolutamente perfetti – sono a volte lente ed inconcludenti, altre volte cadenzate da macabre routine “Come molte altre, fiorenti imprese, quella di Paul Konig è un’attività ciclica. Ci sono stagioni fiacche e stagioni intense. Giorni fruttuosi e giorni infruttuosi”. Quello di Konig è di sicuro un brutto mestiere, brutto come lui – il nostro Paul – il medico, il padre, l’amico, il collega di lavoro Paul – è una persona scorbutica, irascibile, arrogante – un mestiere faticoso, senza orari e sottopagato “Faccio quello che quei fighetti figli di puttana di Park Avenue con i loro uffici di lusso non faranno mai. Faccio il lavoro sporco. Rassetto casa dopo la festa“. Konig si muove in un girone dantesco, tra obitori, squallide aule giudiziarie, uffici della polizia degradati che puzzano di sporcizia e dell’incuria burocratica, laboratori decrepiti “Ogni volta che intraprende quella discesa, ogni volta che entra in quel mattatoio, in quell’ossario dal quale esalano miasmi sempre più intensi, tutto il suo essere è pervaso dalla sensazione strana, eppure assolutamente genuina, di trovarsi di nuovo a casa“. La New York raccontata da Lieberman somiglia alla città tetra e violenta di Underworld di DeLillo e alla City on fire di Garth Risk Hallberg, romanzi ambientati negli stessi anni e con trame per certi versi contigue, quasi si trattasse di una trilogia. Al centro della storia due vicende: il ritrovamento di resti umani sulla riva di un fiume; il rapimento di Lolly, la figlia di Konig, uscita di casa cinque mesi prima e finita nelle mani di un pericoloso squilibrato. Nel libro, come è facile attendersi, abbondano una certa terminologia medica ed una serie di dettagli raccapriccianti che tuttavia non incupiscono la narrazione, non ne alterano la bellezza e il respiro ampio da grande romanzo, grande oltre qualunque classificazione di genere, perché, per chi non lo avesse ancora capito, Città di morti è un romanzo strepitoso, una storia che trasuda amore e odio, con molteplici sottotracce perfettamente allineate al suo nucleo centrale. Un libro che toglie il fiato per intensità, ferocia, umanità, e che ci cattura fino all’ultima frase, guidandoci ad una conclusione geniale. Viva Herbert Lieberman e viva la Minimumfax che ce lo ha fatto conoscere.

Angelo Cennamo

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