OGNI COINCIDENZA HA UN’ANIMA – Fabio Stassi

 

 

Ogni coincidenza ha un'anima - Fabio Stassi

 

“Mi chiamo Vince Corso. Ho quarantacinque anni, sono orfano e per campare prescrivo libri alla gente”

Non poteva cominciare meglio questo romanzo di Fabio Stassi, autore pluripremiato con L’ultimo ballo di Charlot e La lettrice scomparsa, tradotto in diciannove lingue, e ultima rivelazione della feconda casa editrice Sellerio. Da oltre vent’anni Stassi scrive i suoi libri sui treni, viaggiando da pendolare da una città all’altra del Lazio. Il protagonista delle sue storie è un insegnante precario che per sbarcare il lunario si inventa la professione del biblioterapeuta, una specie di pronto soccorso letterario per uomini e donne feriti nel corpo e nell’anima. Ad ognuno di questi pazienti Vince suggerisce un romanzo o pochi versi di una poesia. Certi libri possono guarire, indirizzare le nostre vite, alle volte può bastare una suggestione, l’immagine di un ricordo a riaccendere la luce, a farci rialzare dopo una rovinosa caduta. I libri come medicine, dunque, o forse come pretesto per farsi raccontare delle storie, Vince è una persona buona, sensibile, che sa ascoltare, e non giudica. In via Merulana, quella del Pasticciaccio di Gadda, il nostro supplente bohemien ha preso in fitto un antico lavatoio e lo ha adattato a studio. Una stamberga dove scrive tutti i giorni una cartolina al padre che non ha mai conosciuto, prende appunti, annota e classifica le sue letture, e riceve i suoi stravaganti pazienti. Una sessantenne molto distinta gli racconta che il fratellastro, uomo di grande cultura, studioso delle lingue, divoratore di libri di ogni genere, che negli anni ha accumulato un tesoro di oltre ventimila volumi preziosi, si è ammalato del morbo di Alzheimer. L’uomo non fa che ripetere frasi sconnesse, parole senza senso che potrebbero essere citazioni di un romanzo. Sì, ma quale. Se Vince riuscisse ad individuarlo, la sorella glielo leggerebbe ad alta voce, qualche pagina al giorno, per rallentare il decorso della malattia. E’ una missione quasi impossibile, ritrovare quelle frasi tra migliaia di testi e codici letterari è come cercare un ago in un pagliaio. L’indagine del professor Corso è avvincente e costellata di strane coincidenze e incontri fortuiti, come quello con Feng, la studentessa cinese che ha il terrore di perdere il suo telefonino – si chiama nomofobia, le spiega Vince, da No Mobil Phobia. Sa pure questo, il biblioterapeuta. Lei e il protagonista si perdono e si ritrovano nelle strade di Roma senza darsi appuntamenti né scambiarsi i numeri di telefono: Ogni coincidenza ha un’anima. La Roma raccontata da Stassi è una metropoli caotica, multietnica, razzista, in linea con i tempi e gli umori dei giorni d’oggi. In una delle scene finali del libro, Vince si ritrova coinvolto in uno scontro di piazza con la polizia che fatica ad arginare la rabbia degli extracomunitari. I libri possono aiutarci a comprendere la complessità del mondo, ad allargare i nostri orizzonti, a vincere i pregiudizi, a diventare più umani. E’ questo il messaggio che Stassi ci consegna con questo bellissimo romanzo, originale, colto, poetico, e che profuma di mille altri libri.

Angelo Cennamo

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AD OCCHI CHIUSI – Gianrico Carofiglio

 

Ad occhi chiusi - carofiglio

Secondo capitolo della serie con l’avvocato Guerrieri. Un caso rognoso, di quelli che non portano né soldi né gloria. Guido viene contattato da Tancredi, il suo amico poliziotto, perché assuma la difesa di una giovane donna maltrattata dal suo ex compagno. Niente di speciale, si direbbe. Se però il presunto colpevole non fosse un noto medico della città, figlio di un temuto magistrato della Corte d’Appello. Quanto basta insomma per tenere alla larga qualunque avvocato del foro di Bari e dell’intera Puglia. Ma non Guido Guerrieri, che le cause impossibili e poco remunerative come questa se le va a cercare con il lanternino. La vittima dello stalker viene accompagnata in studio da Claudia, una suora fuori dal comune che va in giro con un look da motociclista: jeans attillati, giubbotto di pelle nera. Claudia è sicuramente un personaggio affascinante, enigmatico, decisivo nel corso della storia. Silenziosa, diffidente, sembra che nasconda un passato misterioso, fisicamente ben messa anche perché esperta di arti marziali. E ho già detto troppo. La cliente di Guerrieri è invece una delle tante ragazze accolte nella comunità dove la suora ninja opera come volontaria: perlopiù tossicodipendenti, malati di mente, disadattati abbandonati. La trama scorre come sempre sul doppio binario della vita del protagonista: la professione e il privato. Margherita, la vicina di casa conosciuta dopo il divorzio, è diventata ormai la sua compagna, per quanto i due continuino ad abitare in appartamenti separati. Guido è un solitario, ama le donne ma le tiene e distanza, è  geloso dei propri spazi, della propria intimità, e non rinuncerebbe per nulla al mondo ai quei rari momenti di libertà che riesce a ritagliarsi tra un processo e una telefonata in studio. Fugge da tutto e da tutti, Guido. In piena notte, semplicemente per farsi una birra ghiacciata all’angolo del palazzo o per curiosare in quella libreria che apre dopo le 23.00 –  questa della libreria aperta dopo le 23.00 la ritroveremo in un altro episodio della serie. Ma non importa –  per fare quattro passi nella Bari vecchia e riordinare i pensieri che gli frullano nella mente, sempre pensierosa ed inquieta. Per allontanarsi dal fantasma della ex moglie che gli ha lasciato uno spesso velo di malinconia, o per indossare i guantoni e prendere a pugni il sacco montato al centro del salone fingendo che sia il suo peggior nemico. Per inforcare la bici e correre a sedersi sull’ultima panchina del lungomare, a leggere il romanzo di quell’autore americano che gli piace tanto. Tutto questo è Guido Guerrieri. Tutto questo è Ad occhi chiusi, romanzo tenero e impetuoso che racconta un pezzo della nostra bella provincia italiana, tra processi, sentimenti e crudeltà.

Angelo Cennamo

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LA COSTOLA DI ADAMO – Antonio Manzini

 

La costola di Adamo - Manzini

 

Leggere la saga di Rocco Schiavone seguendo più o meno l’ordine cronologico inverso, e sfatare il falso tabù della rigorosa sequenza temporale dei romanzi seriali. Questo è stato il mio approccio con Antonio Manzini, scrittore tra i più interessanti della scuderia Sellerio e di riflesso del panorama noir italiano.

La costola d’Adamo è il secondo capitolo del grande romanzo di Schiavone, un solo libro a puntate che Manzini sta cucendo addosso al celebre vicequestore per raccontarne la vita, i vizi, le disavventure e le rotture di coglioni. Schiavone è un personaggio reale, così vero che sembra uscire dalla pagina e guardarti negli occhi. Imperfetto come lo siamo tutti, con il suo loden e le nove paia di Clarks distrutte in sei mesi nella neve di Aosta, città estranea, lontana, troppo inospitale per un trasteverino come lui. Schiavone con i suoi amori leggeri e passeggeri perché lei è e resterà solo Marina, la moglie morta in quel tragico 7-7-2007 – la stessa data qualche anno più tardi diventerà il titolo di un altro romanzo di Manzini, forse il migliore della serie. Schiavone che si fa le canne di nascosto perché lo aiutano a rilassarsi e a concentrarsi, dice lui. Schiavone che deve sbrigare le proprie faccende coadiuvato da una banda di matti, dai cretini D’Intino e Daruta, gli Stanlio e Ollio della polizia, all’agente Pierron, il giovane valdostano che tra un appostamento e l’altro se la spassa con la collega Rispoli. Non sta bene, Italo, gli dice Rocco: “Caterina l’avevo puntata io”.

Quanto alla trama, il vicequestore questa volta dovrà vedersela con lo strano caso di una donna trovata impiccata a un lampadario. Un suicidio, si direbbe. Ma qualcosa non quadra. L’indagine sarà tutta giocata sui dettagli del giallo classico: il guanto, la luce spenta, l’ora in cui la domestica entra in casa, i segreti della vita matrimoniale, gli indizi dell’autopsia. E coinvolgerà tra gli altri il figliastro della domestica della donna impiccata, un ragazzo di origini egiziane, ribelle, scansafatiche e poco integrato. Ma proprio quando la vicenda sembra ormai conclusa e cominciano a scorrere i titoli di coda, un’intuizione di Schiavone assesta il più teatrale dei colpi di scena e riscrive il finale. Manzini è come sempre ironico, malinconico, profondo e leggero allo stesso tempo. Una certezza della nostra letteratura contemporanea, noir e oltre il noir.

Angelo Cennamo

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TESTIMONE INCONSAPEVOLE – Gianrico Carofiglio

 

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Un giovane uomo cammina per le strade assolate di Bari. Camicia di jeans, pantaloni di tela, mocassini, un libro sotto al braccio. Il suo nome è Guerrieri, Guido Guerrieri. E’ un avvocato. Un penalista. Conosciuto, stimato, ma non più di tanti di altri. Non è un cattedratico, Guerrieri, né uno di quei principi del foro che vediamo nei talk show a pontificare su delitti e segreti “Ero sempre arrivato con l’affanno agli appuntamenti importanti, di lavoro, di studio o di altro. Mi ero sempre ridotto all’ultimo momento, all’ultima notte, all’ultimo ripasso”. Guerrieri studia le sue cause, telefona, fuma, si perde in mille pensieri, e se un pomeriggio proprio non gli va di lavorare, chiude lo studio e fa un salto alla Feltrinelli. Una donna di colore gli affida il caso di suo marito, anche lui di colore, un senegalese accusato di aver ammazzato un bambino e di averlo gettato in un pozzo. I contorni della vicenda sembrano chiari; un testimone che ha visto l’uomo incamminarsi nella direzione della casa della vittima, la foto del piccolo ritrovata a casa del presunto omicida nel corso di una perquisizione. Non c’è altra strada che quella del rito abbreviato: condanna certa ma con un grosso sconto di pena. Eppure Abdul – questo il nome dell’imputato – che nel suo paese è un insegnante ma qui in Italia guadagna dieci volte di più vendendo borse contraffatte, continua a professarsi innocente. Guerrieri avrà il coraggio di rischiare il tutto per tutto e di affrontare la giuria popolare della Corte d’Assise?

E’ questa la trama giudiziaria di Testimone inconsapevole, romanzo pubblicato nel 2002 da Sellerio, il primo della fortunata serie che Gianrico Carofiglio dedica al personaggio dell’avvocato Guerrieri. La storia giudiziaria, che fa il verso ai legal thriller americani conservando tuttavia una sua identità ed originalità, si arricchisce, soprattutto nelle ultime pagine, quelle del dibattimento e dell’arringa finale, di numerosi tecnicismi di procedura penale che la rendono molto realistica, la ficion si alterna al saggio di diritto e alla cronaca giudiziaria – Carofiglio, per chi non lo sapesse, è anche un magistrato. Ma Guerrieri non è solo l’avvocato Guerrieri, è soprattutto Guido, l’uomo, il marito, il marito messo alla porta dalla moglie Sara, così, da un giorno all’altro: non vuole più stare con lui perché è un uomo mediocre, gli ha detto. La separazione è un boccone amaro. Guerrieri soffre di attacchi di panico, gli manca il respiro, tutto sembra crollare intorno a lui: le cause affrontate con superficialità, i clienti che parlano senza che lui li ascolti, i vecchi amici gli sono indifferenti. La box. Quella sì che è un rimedio. Negli anni del liceo Guido era un juniores promettente. E poi c’è lei, Margherita, la vicina di casa, quando meno te l’aspetti, la donna ferita dall’alcol e da un passato da cancellare. Lui, Sara, Margherita e quel processo rognoso. La catarsi.

Ho amato questo libro come pochi altri. Per la vicinanza al protagonista avvocato, per la sua condizione di uomo nella quale mi sono rivisto in molti passaggi. Guido Guerrieri mi somiglia, mi sono detto. Mi somiglia quando lascia lo studio per correre in libreria, quando sbuffa davanti a un fascicolo complicato, senza sbocchi, quando non ne vale la pena perché tanto non ti pagano, quando passeggia senza meta sul lungomare della sua città, quando deve guardarsi dentro e ricominciare da zero. Mi somiglia quando si volta e vede Margherita. Ritrovarsi in un libro è la magia più grande che può compiere la letteratura.

Angelo Cennamo

 

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QUESTA NON E’ UNA CANZONE D’AMORE – Alessandro Robecchi

 

Questa non è una canzone d'amore - Robecchi

 

Romanzo d’esordio di Alessandro Robecchi, giornalista, autore satirico e da qualche anno tra i più apprezzati noiristi italiani. Carlo Monterossi, il protagonista delle sue storie, è una sorta di alter ego di Robecchi: milanese, autore televisivo – suo malgrado – di un programma trash con una fortissima penetrazione tra le fasce basse, l’impareggiabile Fabbrica Della Merda. Crazy love  – questo il nome del programma – è condotto dall’esuberante Flora De Pisis, la cui descrizione ricalca molto la figura di una nota conduttrice della domenica pomeriggio. Flora sarebbe disposta a qualunque compromesso pur di guadagnare un punto di share, e in studio chiede di essere illuminata da un faro abbagliante antirughe che la ringiovanisce di qualche decennio “con quelle luci, persino Picasso, sul letto di morte avrebbe la pelle di un neonato“. Nel cast di Robecchi figurano altri personaggi che ritroveremo anche nei libri successivi: Dove sei stanotte, Di rabbia e di vento, Torto marcio e Follia Maggiore, a cominciare da Katia Sironi, l’agente cinica e rampante di Monterossi “un poderoso monumento di carne umana avvolto da una specie di tunica nera, collana, orecchini vistosi, trucco appena un po’ più pesante del lecito, sigaretta accesa, voce roca, sguardo intelligente“; i poliziotti Olga Senesi, Gregori e Ghezzi, il sostituto “di velluto” Ghioni, e l’inseparabile Oscar Falcone “traffichino, trovarobe, giornalista d’inchiesta, topo d’archivi, avventuriero, precario della conoscenza, infiltrato speciale, esperto di periferie, devianze, emarginazione, bevitore di aperitivi, cascamorto ecc. ecc.”.

In questo primo capitolo della serie – pubblicato come sempre da Sellerio, nel 2014 – uno sconosciuto si presenta a casa di Carlo Monterossi e tenta di ammazzarlo. Carlo riesce a mettersi in salvo, ma d’ora in avanti si ritroverà invischiato in una vicenda ingarbugliatissima sulla quale indagherà di nascosto, parallelamente alla polizia. Fuori Milano, c’è un terreno occupato da un campo rom. Il proprietario per riottenerne il possesso incarica un tizio, come dire, dai modi spicci che però fallisce nel suo intento ed ora minaccia i mandanti di spifferare tutto. Il caso si complica perché nel giro criminale finiscono altri killer, due zingari piuttosto vendicativi, e avvocati disposti a qualunque nefandezza. Più che un giallo, il libro di Robecchi è a metà strada tra il romanzo sociale e una commedia noir nella quale le vittime sono la comunità rom e il proletariato delle periferie, i carnefici estremisti di destra, professionisti senza scrupoli, la tivù commerciale, che con i suoi programmi spazzatura rincretinisce il paese distraendolo da questioni ben più importanti. Insomma, il  tipico canovaccio di Robecchi, scrittore che non ha mai fatto mistero del proprio orientamento politico e che non disdegna, tra una risata e l’altra, dare un senso etico-pedagogico alle sue fiction.

Questa non è una canzone d’amore non sarà forse il miglior romanzo della serie di Monterossi – la perfezione di stile e di contenuti maturerà qualche anno più tardi con Torto marcio – la trama a tratti è confusa, seguire il filo della narrazione in ogni suo passaggio può risultare difficile, ma la qualità della scrittura – ottima, perfettamente aderente alla modernità – e l’umorismo in modalità Joe Lansdale, con battute fulminanti in ogni frase, fanno di questo libro una piacevolissima lettura.

Angelo Cennamo

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AVVISO AI NAVIGANTI – Annie Proulx

 

Avviso ai naviganti - Annie Proulx

 

Annie Proulx, originaria di Norwich nel Connecticut, è tra le più stimate scrittrici americane della sua generazione, la stessa di Tim Morrison e Carol Joyce Oates. Avviso ai navigantiThe shipping news –  il suo romanzo di punta, pubblicato nel 1994, vinse sia il Pulitzer che il National Book Award. Capita di rado che un libro americano vinca entrambi i premi più prestigiosi, gli oscar della letteratura. Nel 2017 la stessa sorte toccò a Colson Whitehead con La ferrovia sotterranea. In Italia, della Proulx si sa ben poco oltre questo romanzo, recentemente ripubblicato dalla eroica Minimum fax, casa editrice specializzata nel ripescaggio di grandi autori americani finiti nel dimenticatoio: Bernard Malamud e Richard Yates, tanto per fare due nomi eccellenti.

Avviso ai naviganti  racconta la storia di Quoyle, un giornalista di Brooklyn sposato con una donna infedele che, dopo aver perso nello stesso giorno moglie e lavoro, decide di trasferirsi nell’isola di Terranova con le sue due figlie. Quoyle ci viene descritto come un ragazzo grassoccio, goffo, brufoloso, con un mento gigantesco. Non ha di certo un aspetto normale. In più, è molto pigro, apatico, solitario, senza ambizioni, poco brillante negli studi. Approda al giornalismo per caso, grazie alla raccomandazione di un amico. L’incontro con la minuta Petal, la futura moglie, è una delle scene più esilaranti del romanzo “Offrimi da bere. Sono le sette e venticinque. Prevedo che per le dieci di stasera ti avrò scopato. Che te ne pare?”. Petal è una scombinata, soprattutto una ninfomane insaziabile che non riesce a stare lontana dalle stanze da letto di sconosciuti, uomini incontrati ovunque: per strada, nei bar, e che arriva a portarsi perfino a casa sua, con Quolyle nell’altra stanza che ascolta impotente, in silenzio, i gemiti dell’adulterio. Perché lo tratta così? Perché la presenza di Quoyle è diventata così insopportabile per Petal? E’ forse il suo brutto aspetto ad averla stancata, allontanata da lui? “Non era il mento di Quoyle che detestava, ma la sua umiliante insicurezza”. La breve esperienza matrimoniale di Quoyle e Petal si esaurisce in poco più di settanta pagine: il romanzo, di fatto, inizia con la tragica fuga di lei con l’ultimo dei suoi amanti, e con il licenziamento di lui dal giornale “A trentasei anni, in lutto e in preda al dolore per il suo amore perduto, Quoyle aveva virato verso Terranova, l’isola dei suoi antenati, un luogo che non aveva mai visitato, né mai aveva pensato di visitare”. Quanti di voi sanno dove si trova l’isola di Terranova? Vi confesso che leggendo il libro non ho potuto a fare a meno di rinfrescare le mie reminiscenze scolastiche andando a curiosare su google. Ricordavo dell’Atlantico, ma di preciso non sapevo dove collocare l’isola: tra l’America e l’Europa? Sopra New York? No. Eccola lì, al largo della costa canadese. Terranova è in Canada. Con le sue due figliolette, un cane e la vecchia zia Agnis, Quoyle parte verso l’ignoto e si stabilisce in una casa che era appartenuta ai suoi nonni, diroccata, isolata, tra rocce e fiordi. E’ una terra inospitale, con un clima rigido, un luogo selvaggio, aspro, estremo, abitato perlopiù da pescatori o ex pescatori. Il tema dominante del libro è proprio lo scontro tra l’uomo e la natura, il rapporto tra la fragilità dell’individuo e la feroce immensità dell’isola, azzurra come il mare e grigia come la nebbia. I sogni di Quoyle si sono sgretolati, è evidente, ma forse non tutto è perduto. Il nome del giornale che lo assume per scrivere di incidenti stradali e bollettini marittimi è tutto un programma The Gammy Bird. Uno stanzone puzzolente con quattro tavoli e poco altro, messo su alla meglio da un personaggio che somiglia più al nostromo della pubblicità del tonno che a Indro Montanelli. Jack Buggit è un vecchio lupo di mare, un semianalfabeta disoccupato che per sopravvivere un giorno ha la brillante idea di fondare una rivista. Una scommessa vinta, si direbbe. Quoyle poco alla volta comincia ad ambientarsi, a prendere le misure. La parte centrale del libro racconta le sue giornate sull’isola, le nuove amicizie, le storie vere e le leggende che si tramandano di padre in figlio. La narrazione rallenta, la trama si avvita su se stessa, sembra che l’autrice non sappia dove condurre il lettore. Una nave senza bussola. Come la risacca con il mare, poi la tensione riprende a salire, la Prolux ritrova lo slancio dei primi paragrafi. Quoyle ora è un uomo diverso, cambiato, che finalmente ritrova se stesso e forse un nuovo amore. Avviso ai naviganti è un libro originale, intenso, malinconico, che odora di salsedine e di ruggine. Una lunga riflessione sulla vita, un manuale di sopravvivenza utile se non necessario per chi, come Quoyle, si sente come una barca in mezzo al mare.

Angelo Cennamo

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LA VERITA’ SUL CASO HARRY QUEBERT – Joël Dicker

 

 

La verità sul caso Harry Quebert - Dicker

 

Comincerò dalla fine: La verità sul caso Harry Quebert di Joël Dicker è un romanzo bellissimo, scritto magnificamente – non date retta a chi vi dirà il contrario – con un impianto narrativo perfetto. E’ un giallo? Non solo. È un libro che parla di sentimenti: un amore contrastato, il rapporto paterno tra un maestro ed il suo allievo, la passione per la scrittura – nel corso del racconto Dicker si interroga spesso sul ruolo degli scrittori “Scrivere significa essere dipendenti. Di chi la legge o non la legge” e sul patto che gli autori – contract author – sono costretti a stipulare con i lettori limitando di fatto il perimetro della loro libera espressione: cosa vuoi leggere? Io te lo scriverò. Ma questo romanzo è soprattutto un generoso tributo ai classici della letteratura americana, leggendo tra le righe ne troverete parecchi, da Lolita di Nabokov – l’assonanza tra Quebert e Humbert Humbert non sembra casuale, lo stesso dicasi per Nola, la protagonista femminile, il cui nome sembra l’anagramma di Lola – a Wonder boys di Michael Chabon, il libro ispirato alla figura di Chuck Kinder, maestro di scrittura di Chabon all’università di Pittsburg, passando per Zuckerman scatenato di Philip Roth e Il dono di Humboldt di Saul Bellow. Il tema centrale del romanzo è la finzione, tutto ruota infatti intorno alla simulazione e al prodigioso gioco di specchi congegnato dall’autore, a cominciare da se stesso, lui giovane svizzero che scrive il Grande Romanzo Americano come o meglio di uno scrittore texano di mezza età.

Ma veniamo alla trama, che è la componente migliore del libro, il suo punto di forza. Il caso di Harry Quebert è l’indagine su Nola Kellergan, una quindicenne scomparsa misteriosamente nell’estate del 1975 in un paesino immaginario del New Hampshire: Aurora. Il cadavere di Nola viene ritrovato trent’anni dopo sepolto nel giardino della villa di Harry Quebert, noto scrittore newyorchese trasferitosi nel New England per isolarsi dal frastuono della metropoli e scrivere il romanzo della vita, che con la ragazzina aveva avuto un’intensa storia d’amore nonostante tra i due ci fosse una notevole differenza d’età. Quebert ora è accusato di omicidio e rischia la sedia elettrica, ma si professa innocente. A soccorrere il grande scrittore sarà il giovane allievo Marcus Goldman, astro nascente della letteratura, ma disperatamente bloccato nella stesura del suo secondo romanzo. La vicenda ingarbugliata di Harry diventerà per Marcus l’occasione, unica ed irripetibile, per uscire dallo stallo della pagina bianca che lo tormenta da tempo e tornare al successo con un libro verità che milioni di americani – tra questi il suo editore – attendono con ansia da molti mesi. Inutile dilungarsi oltre sulla storia, lunghissima, piena di capovolgimenti e di colpi di scena architettati con grande maestria dall’autore. Vi basti sapere che La verità sul caso Quebert  è uno di quei libri che tengono incollati i lettori ad ogni pagina con la curiosità irresistibile, per non dire morbosa, di scoprire cosa c’è scritto nella pagina seguente. Il romanzo è anche un manuale di scrittura, ogni suo capitolo è infatti introdotto da un breve paragrafo contenente un suggerimento del professor Quebert al giovane Marcus, che lotta contro il tempo per sfornare l’atteso capolavoro. Tra i tanti ne segnalerò uno, forse il più significativo “Ma le parole sono importanti quando si scrive, no?” chiede il giovane Goldman al maestro Quebert. “Sì e no” risponde lui “Il senso delle parole è più importante delle parole in sé”. E’ da questi particolari che si giudica un vero scrittore, Joël Dicker lo è.

Angelo Cennamo

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