GLI AUTUNNALI – Luca Ricci

 

 

Gli autunnali - Luca Ricci

 

“Che cosa terribile era l’amore quando finiva”  

Cosa c’è di più realistico di un matrimonio in crisi? Del lento ma inesorabile spegnimento dell’amore, infatuazione o affetto che dir si voglia? La materia è ostica, un terreno scivoloso per qualunque artista: cantautori, cineasti, romanzieri. Troppo facile inciampare nel già detto, nel già visto. Come si raccontano i silenzi, la noia, i sensi di colpa, “il sesso per procurare un sollievo e non per ricercare il piacere”?

Luca Ricci, pisano, classe 1974, è uno degli autori più interessanti del panorama letterario italiano; con I difetti fondamentali ha marcato il territorio del racconto breve, conquistando apprezzamenti sia dalla critica che dai lettori. Nel 2018 Ricci approda al romanzo e lo fa nel migliore dei modi possibili, con un libro intenso che rompe la linearità delle narrazioni che conosciamo, le più consuete, sul disagio della coppia, allargando lo spettro e il perimetro della storia, e arricchendo la trama di nuovi topoi.

Al rientro dalla villeggiatura “in uno di quei pomeriggi in cui l’estate comincia timidamente a flirtare con l’autunno” uno scrittore di mezza età, pentito e senza ispirazione, scopre di non essere più attratto dalla propria moglie. Il sesso, praticato sempre più di rado, è diventato “un lenitivo – perfino un anestetico – per la vita trascorsa insieme, giammai un eccitante….L’ossessione dell’amore non era niente al confronto dell’ossessione del disamore….Le coppie a un certo punto smettevano di parlare e cominciavano soltanto a guardarsi“.

La mesta routine del protagonista viene improvvisamente spezzata da un fatto eccezionale, l’incontro con il “fantasma” di una donna vissuta un secolo prima; sfogliando infatti una biografia di Modigliani, trovata per caso in un mercatino, lo scrittore viene colpito dalla foto in bianco e nero della giovane amante dell’artista livornese, Jeanne Hébuterne, suicidatasi a seguito della morte di lui per meningite tubercolotica. Quella foto gli provoca una strana sensazione, “un brivido metafisico”, una fantasticheria che diventa una vera e propria ossessione, una paranoia. Qualche giorno dopo, lo scrittore rivede l’immagine della donna, la sua reincarnazione, nella figura reale di Gemma, la cugina di sua moglie. Ora quella misteriosa ossessione ha finalmente una voce, un corpo, una vita, è lei la donna che sta cercando o è lei la donna che sta cercando lui: è Gemma. Il protagonista, al quale l’autore preferisce non dare un nome, vuole assolutamente possederla, amarla. È stato un colpo di fulmine? Chiede lei. È stato molto di più di un colpo di fulmine, risponde lui “Io ti ho riconosciuta“. La relazione tra i due, tuttavia, si rivela subito deludente, amara, farsesca, avvilente. Gemma, come Jeanne prima di suicidarsi, è incinta. Il bambino che porta nel grembo è un ingombro, un ostacolo al sesso, a tutto. Lo scrittore viene risucchiato nel vortice della quotidianità già vissuta con la moglie Sandra quando era lei ad essere incinta di Maurizio, il loro unico figlio. Non c’è spazio per l’intimità, per la passione, come si fa a coltivare un sentimento nuovo per una donna che è presa unicamente dalla propria gravidanza e che ti chiede di accompagnarla in giro per cliniche e studi medici?

Lo scrittore, ormai sull’orlo di una crisi di nervi, sfoga la sua follia nell’alcova di una prostituta nigeriana. Nel contempo confida quei segreti inconfessabili e assurdi al collega Gittani, anche lui in crisi di ispirazione e con un matrimonio che si sta spegnendo tragicamente insieme alla vita della moglie, malata terminale al policlinico Gemelli. La strana amicizia tra il protagonista e Gittani, uomo cinico, nichilista al punto di tradire la consorte con l’infermiera che l’assiste in ospedale, è una delle parti più riuscite del romanzo. I dialoghi tra i due scrittori offrono spunti di riflessione che vanno oltre il naturale destino dei loro matrimoni. Nel racconto di Ricci, infatti, i due amici romanzieri sono la plastica rappresentazione di una certa editoria italiana fatta perlopiù di scrittori senza idee, trasformatisi per necessità più che per virtù in recensori compiacenti, “collaborazionisti di un sistema culturale autoriferito e familistico”. L’autunno allora diventa il perimetro, lo spazio fisico ma anche surreale di un decadimento generale che oltrepassa l’amore, la passione per l’altro sesso, ed investe la scrittura, il mondo dell’arte, i valori di un paese avvizzito, che non ha più nulla da dire. Roma, sullo sfondo, appare come una metropoli sonnolenta, sospesa tra i fasti del suo passato glorioso e un futuro indecifrabile, poco rassicurante. Tutto è poco rassicurante nella brillante narrazione di Luca Ricci, nel suo romanzo che rasenta la perfezione, e che ci colpisce prima di tutto per la lingua italiana: fiera, sontuosa. Ricci è molto attento al suono e alla forma di ogni singola parola; seleziona lemmi e silenzi con cura, costruendo frasi e dialoghi come un antico artigiano della scrittura. Gli autunnali è una scheggia di bellezza autentica, un libro destinato a diventare un classico della letteratura, per lo spessore umano e filosofico della storia, ricca di sfumature, intensa, mai banale, e per la struttura del racconto, nel quale ritroviamo echi, atmosfere di altri capolavori del Novecento e della narrativa contemporanea: l’esistenzialismo moraviano de La noia e Il disprezzo, il disincanto di Houellebecq de La carta e il territorio e Piattaforma.

Angelo Cennamo

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IL GATTOPARDO – Giuseppe Tomasi di Lampedusa

 

 

Il gattopardo - Tomasi di Lampedusa

 

 

Quando la Feltrinelli pubblicò per la prima volta Il Gattopardo, l’autore, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, era morto da pochi mesi. Il romanzo, più volte rifiutato dalle case editrici ed oggetto di numerose correzioni e misteriose riscritture, una delle quali attribuita quasi integralmente a Giorgio Bassani, fu pubblicato nel 1958 proprio su insistenza dello scrittore ferrarese – ricordate Bukowski con John Fante? Un anno dopo il libro vinse il premio Strega davanti ad un altro capolavoro di quegli anni: Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini – ah, cos’era la letteratura italiana nel Novecento! – e successivamente ispirò una celebre versione cinematografica, diretta dal grande Luchino Visconti, con un cast d’eccezione: Burt Lancaster, Alain Delon, Claudia Cardinale.

Siamo in Sicilia, negli anni del tramonto del regno borbonico. La storia ha inizio, infatti, nel 1860 e vede come protagonista una famiglia della più alta aristocrazia isolana, quella di Fabrizio Corbera, Principe di Salina. Ogni italiano, anche chi non ha mai letto il libro, conosce Il Gattopardo per la sue suggestive ambientazioni, ma soprattutto per una frase, famosissima, che spiega, racchiude il senso dell’opera, una frase che sentiamo citare spesso nei dibattiti politici o nei resoconti giornalistici, entrata ormai nell’immaginario comune come un proverbio o un antico brocardo. Poche parole che simboleggiano meglio di tanti discorsi la diffidenza di una parte della società italiana verso il cambiamento e la paura della sua classe dirigente di perdere ogni privilegio o diritto acquisito. La frase con la quale il giovane nipote di don Fabrizio, Tancredi Falconeri, a sorpresa, annuncia allo zio di essersi arruolato tra i garibaldini:  Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la Repubblica – dice – Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi (pagina 50). Il romanzo di Tomasi di Lampedusa viaggia su due binari: la vicenda amorosa poi matrimonio di convenienza tra Tancredi ed Angelica, la figlia don Calogero Sedàra, cafone arricchito utile alla causa e alle ambizioni politiche del pupillo di don Fabrizio, e quella politica che racconta la temuta transizione dal Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia. Due trame distinte, entrambe appassionanti e meravigliosamente tratteggiate dalla penna dell’autore, rappresentate da due scene salienti: l’incontro tra il Principe di Salina e don Calogero per concordare il matrimonio dei due giovani innamorati alla presenza del Gesuita don Pirrone, altra figura pittoresca del libro; e il dialogo tra don Fabrizio e il funzionario piemontese Chevalley, arrivato a Donnafugata per convincere il Principe di Salina a diventare senatore del Regno d’Italia. La lunga ed articolata risposta dell’aristocratico siciliano è una meravigliosa riflessione filosofica e sociologica, uno dei momenti più intensi del racconto, un capolavoro nel capolavoro. Dice don Fabrizio allo sprezzante Chevalley, che non sa spiegarsi il disincanto e la rassegnazione del suo interlocutore: I Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla….

La naturale conclusione del romanzo che nella sua seconda parte non raggiunge le stesse vette dei primi capitoli, e che vede nella morte del protagonista, stanco e malato, in un albergo davanti al mare dell’amata terra di Sicilia, l’ultima delle sue scene migliori.

Angelo Cennamo

 

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LA FORZA DEL DESTINO – Marco Vichi

 

la forza del destino - Vichi

 

In Morte a Firenze, prequel de La forza del destino, il commissario Bordelli, indagando sull’omicidio efferato di un tredicenne, si era scontrato con una verità per lui inaccessibile, che lo aveva costretto alla resa con un avvertimento chiaro: lo stupro della sua giovane fidanzata Eleonora da parte di sconosciuti legati alla massoneria. Il finale del libro è amaro, poco consolatorio, come a voler rimarcare la differenza tra noir e giallo classico, genere nel quale gli assassini vengono sempre individuati dall’investigatore di turno e consegnati alle patrie galere. Ma a Vichi, come ai suoi lettori, la trama poliziesca interessa molto poco, preferisce il contorno: le atmosfere degli anni Sessanta, i sapori della cucina toscana, il valore dell’amicizia, gli amori appena nati e già finiti. L’indagine allora porta all’uomo, a Franco Bordelli, la sua vita, i ricordi dell’infanzia e della guerra, il disincanto, la solitudine.

Siamo nella primavera del 1967, Firenze si lecca le ferite dell’alluvione che l’ha devastata pochi mesi prima. Nel tempo in cui tanti abbandonano paesi e borghi antichi per andare a vivere nelle città, Bordelli fa una scelta controcorrente: lascia la polizia e va ad isolarsi in una casa di campagna, tra civette e cinghiali. E’ un uomo solo, inquieto, deluso dalla brutta storia del piccolo Giacomo Pellissari e dai danni collaterali che hanno rovinato il suo rapporto con Eleonora. Cammina nei boschi col cane Blisk, legge romanzi di Dostoevskij, spacca la legna, fa la spesa, accende il fuoco, cucina piatti contadini, guarda la tv e zappa il suo orto

Era vero che la solitudine e il silenzio della campagna invitavano a rimuginare su ogni cosa e a coltivare la malinconia, ma quella vita gli piaceva più di quanto avesse immaginato

Come il Frank Bascombe di Richard Ford, Bordelli medita sui massimi sistemi e sulle strane coincidenze di una vita infelice, senza sussulti.

Il romanzo si apre con il suicidio o presunto tale di uno degli assassini mai scoperti del piccolo Giacomo. Piras, il fidato braccio destro dell’ex commissario, intuisce che dietro quella morte potrebbe esserci lo zampino di Bordelli. Il primo passo di un piano criminale, ben congegnato ed insospettabile che trasformerà il protagonista in una specie di serial killer o, se preferite, in un giustiziere della notte deciso a vendicare a qualunque prezzo il delitto al centro della trama precedente. Le giornate del Charles Bronson di San Frediano scorrono lente, tra passeggiate, incombenze, nuovi incontri femminili, e cene con il Botta, l’amico ladro che Bordelli scorta fino a Milano con una pantera della polizia per aiutarlo a compiere una truffa milionaria. Che ti succede, commissario?

La forza del destino è un romanzo dal doppio registro, un po’ bucolico-crepuscolare, un po’ thriller-noir. La trovata di Vichi di trasformare Bordelli in un brutale assassino, se da un lato spiazza i lettori mantenendo viva la suspence, dall’altro fa perdere credibilità al protagonista e ad una storia, certamente ben scritta, perfettamente calata nel contesto temporale ed ambientale, e con la solita ironia, ma che avrebbe potuto trovare una migliore evoluzione.

Angelo Cennamo

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VIVA PIU’ CHE MAI – Andrea Vitali

 

Viva più che mai - Andrea VItali

 

“Racconta il tuo villaggio e racconterai il mondo”, diceva Tolstoj. Il villaggio di Andrea Vitali è Bellano, sulla riva lecchese del lago di Como. In questo microcosmo silenzioso, fuori dal tempo, già scenario inconsueto e affascinante delle trame di un altro autore lombardo troppo spesso dimenticato: Piero Chiara, Vitali ha esercitato la professione di medico condotto e ambientato tutti i suoi romanzi, all’incirca una cinquantina. Libri divertenti, frizzanti, vicende collocate tra gli anni Trenta e Sessanta dello scorso secolo, di una levità che ricorda quelle di Giovannino Guareschi, l’inventore di Peppone e Don Camillo, anche lui come Chiara finito nel dimenticatoio, colpevole forse di aver raccontato storie popolari e comprensibili a tutti. Da Guareschi, Vitali ha ereditato la schiettezza di una scrittura piana, colloquiale, senza fronzoli, il gusto per lo sberleffo e la passione per le buone tradizioni. La provincia è la vera risorsa della narrativa italiana, corpo e sangue di una narrazione unica, che si fa apprezzare all’estero per intensità e veracità. La Bellano di Vitali è come la Vigata di Camilleri, i carruggi genovesi di Morchio e i quartieri napoletani di Elena Ferrante, scrittrice snobbata in patria ma celebrata come un Nobel nel resto d’Europa e in America.

Viva più che mai esce nel 2016 e raccoglie i consensi di pubblico e di critica di altri grandi successi di Vitali – La figlia del podestà, Olive comprese, L’ombra di Marinetti, La modista. I protagonisti del libro sono una coppia di amici strampalati, due personaggi pittoreschi, folcloristici, tipici delle storie di Vitali: Ernesto Livera, detto il Dubbio, ragazzo goffo ed eternamente indeciso che usa la sua barchetta Canterina per contrabbandare sigarette, e Biagio Riffa, un latin lover squattrinato che con un furgone scassato se ne va in giro per mercati a vendere “le migliori scarpe di cartone di tutta la Lombardia”. Una notte d’estate, il Dubbio con la sua barchetta urta il cadavere di una donna. Non sa cosa fare, del resto il suo soprannome la dice lunga. Lo traina a riva, ma non ha il coraggio di chiamare i carabinieri per via di alcuni precedenti con la giustizia. A chi raccontarlo, allora, se non a lui, al dottor Lonati? Lonati è un altro protagonista delle trame di Vitali, personaggio nel quale lo scrittore evidentemente ritrova se stesso, il medico condotto di Bellano, ma anche un perfetto indagatore, anzi indaga-autore. Per non esporsi, Lonati racconta di aver saputo del cadavere da un anonimo, al telefono. L’indagine si rivela subito complicata, per non dire farsesca: il cadavere che il Dubbio sostiene di aver avvistato e trainato con la barca, non si trova più. Il giovane contrabbandiere sta dicendo la verità o si tratta di una delle sue solite allucinazioni? Non c’erano prove, denunce, segnalazioni ancorché anonime, non c’era un cazzo di niente che confermasse ciò che il Dubbio aveva detto. La storia raccontata da Vitali è lunga e divertente, ricca di equivoci secondo la migliore tradizione della commedia dell’arte. Il Dubbio, il Riffa, il maresciallo dei carabinieri Pezzati, il dottor Lovati, e la misteriosa Valeria. Un cast degno di un film di Vittorio De Sica o di Fellini, un intrigo appassionante e ben scritto. Vitali conosce l’antica arte del racconto, da sapiente artigiano della parola, sa intrattenere i suoi numerosi lettori con piccoli ma efficaci espedienti narrativi: paragrafi brevissimi che inducono a divorare la storia con voracità, chiusure e incipit perfettamente allineati. Il piccolo mondo antico di Andrea Vitali è il luogo del buon umore, la dimensione onirica di una giovinezza eterna e spensierata, quella dei nostri nonni e dei nostri padri, i poveri ma belli di un’Italia che non esiste più.

Angelo Cennamo

                                                                    

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LE CASE DEL MALCONTENTO – Sacha Naspini

 

Le case del malconten to - Sacha Naspini

 

La provincia, piccolo mondo antico di tradizioni secolari, di dialetti e di sapori perduti. Di luoghi remoti e silenziosi frequentati da poeti e romanzieri, ne conosciamo tanti, dalla Vigata di Camilleri alla Holt di Kent Haruf, dalla Macondo di Garcia Marquez al Maine di Elizabeth Strout. Le storie di ampio respiro spesso provengono da questi microcosmi, paesi e contrade minuscole che grazie all’arte del racconto diventano il mondo, la città, il quartiere, la periferia di ogni lettore. La Maremma è terra di confine, un po’ spiaggia un po’ campagna, una pozza verde senza fine. Sacha Naspini ci è nato e cresciuto e l’ha raccontata ne I Cariolanti, romanzo uscito nel 2009 che ce lo ha fatto conoscere ed apprezzare come uno dei migliori talenti della nuova narrativa italiana. Le case del malcontento – romanzo dal titolo steinbeckiano che nasconde al suo interno un gioco di parole: Le Case, infatti, è il nome di un borgo – è il libro della maturità e della consacrazione di Naspini, edito nel 2018 dalla Edizione e/o, casa editrice, tra gli altri, di Elena Ferrante, tanto per rimanere nei microcosmi. Dunque la provincia, dalla quale è bene non fuggire per non diventare provinciali: è questa la lezione impartita dai grandi narratori, e Naspini lo è. Le Case è un paesino morente dell’entroterra maremmano scavato nella roccia, un luogo pieno di silenzio e di inquietudine un posto che ti chiude l’anima. Un cuore nero piantato in mezzo al pancione di Maremma un angolo di mondo scordato da Dio, maledetto e tenebroso Per sciacquare la coscienza a questo posto non basterebbe la lava dell’inferno. Naspini ci ambienta il suo romanzo senza tempo, fatto di mille personaggi e di trame diverse che si intrecciano però l’una all’altra in un racconto unico, corale e prodigioso, che ci lascia senza fiato. Un labirinto di storie e di segreti inconfessabili, di aspettative tradite e di osceni tradimenti. La rappresentazione di un dramma collettivo nel quale ciascuno è dato in pasto al suo destino. Mario Silvestri è un attempato bottegaio che si invaghisce della sua giovane lavorante. Mariella Mantovani, la moglie adultera dell’inconsapevole Divo Valenti. Emilio Salghini è il medico del paese ma anche un sadico serial killer sull’orlo di una crisi di nervi. Mille romanzi dentro lo stesso romanzo. Come le vicende pirandelliane di Niccodemo Tempesti, il soldato tedesco che durante la guerra viene nascosto in un capanno prima di essere scambiato per il figlio morto della donna che lo ha ospitato, e di Achille Serraglini, che uccide il suo gemello Angiolino, omosessuale e ricattatore, per poi prendere il suo posto e vivere la sua vita E ora guardami, Angiolino. Guardami, e rispondi a questa domanda: per te, dei due, chi è il fantasma vero? E così la storia di Renato Staccioli, il povero e sfortunato tabaccaio che perde a casa della sua amante la schedina che lo avrebbe reso milionario dopo anni di stenti e sacrifici. O di Nana e Giuliana, i bambini sordomuti che riacquistano l’udito, ma stringono il patto di non rivelare a nessuno quella guarigione così inaspettata e miracolosa. Il libro di Naspini è una giostra inebriante di fatti tragicomici e di vissuti struggenti, raccontati in un italiano sublime mescolato al dialetto toscano in una sorta di volgare dantesco del terzo millennio. Una favola nera dalle venature gotico rurali che a tratti ricorda I Malavoglia di Verga, ma anche un altro straordinario romanzo, più recente, dal sapore etnico e post noir: Nella perfida terra di Dio di Omar Di Monopoli. Naspini ha scritto un grande romanzo, Il Grande Romanzo Popolare Italiano.

Angelo Cennamo

 

 

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TROPPO PIOMBO – Enrico Pandiani

 

troppo piombo - Pandiani

 

Con Troppo piombo, romanzo pubblicato nel 2010, tornano Les Italiens, la Brigata di poliziotti messa su dal commissario Pennacino pensando che gli italiani fossero più umani e fantasiosi dei loro colleghi francesi. Una trovata geniale con la quale Enrico Pandiani, grafico pubblicitario e disegnatore torinese pervenuto alla narrativa in età adulta, è riuscito a coniugare il giallo nostrano con le atmosfere parigine di Manchette e Simenon, maestri indiscussi delle trame noir.

Nel secondo capitolo della serie, ma solo a pagina 52, il commissario protagonista e voce narrante del libro finalmente rivela la propria identità: Jean-Pierre Mordenti, se moi.

Il romanzo si apre con l’assassinio di una giornalista del quotidiano Paris24h. Uno sconosciuto si è introdotto in casa sua, di notte, e l’ha massacrata di botte. Sono i giorni che precedono il Natale, Parigi è infiocchettata da lustrini e da una fredda coltre di neve. Gli omicidi si ripetono, la redazione di Paris24h si rivela un covo di vipere disposte a qualunque angheria per fare carriera e mettere fuori gioco i rivali. Il mobbing è proprio uno dei temi centrali della storia, cruenta, misteriosa, nella quale non mancano momenti di tenerezza e divagazioni sentimentali. Una delle redattrici del giornale, Nadège Blanc, ragazza di colore disinibita e dal fisico felino, seduce Mordenti condizionando le indagini in corso. La fiction delle giornaliste torturate e uccise si intreccia con la vicenda realmente accaduta delle balnieu, la rivolta delle periferie parigine che segnò l’ascesa politica dell’allora ministro degli interni Sarkozy. Una sfilata di moda organizzata per le vittime degli scontri con la polizia diventa così lo scenario inconsapevole di quella efferata sequela di delitti. Il romanzo corre veloce tra sparatorie, citazioni di altri libri – straordinaria la sinossi che Mordenti fa de Lo straniero di Camus che il suo collega Sevandoni legge tra una pausa e l’altra – e scene di sesso, troppe – Troppo sesso o Cinquanta sfumature di piombo sarebbero stati forse i titoli più indicati –  tra Mordenti e questa giovane Naomi Campbell del giornalismo modaiolo. L’autore indugia su seni turgidi, patte di pantaloni e posizioni varie. Come in ogni romanzo di Pandiani, anche in questo si ride molto: battute fulminanti, taglienti – non c’è cupezza ma tanta allegria nelle storie de Les Italiens – e un finale mozzafiato, ricco di effetti speciali che ci riporta alla cinematografia di 007. Insomma un romanzo poliziesco, non chiamatelo noir, scritto con tutti i crismi da un vero specialista del genere.

Angelo Cennamo

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La mia intervista impossibile a David Foster Wallace

 

 

DAVID FOSTER WALLACE Ritratto bianco e nero

 

Arrivo a Claremont – California –  in perfetto orario. Dal sedile del taxi riconosco la casa‎ dalle vetrate ampie e dai cani che si rincorrono dietro al cancello. Lui e’ davanti alla porta di ingresso, in piedi: pantaloni della tuta, scarpe da ginnastica, felpa e smanicato, gli occhiali alla John Lennon e l’immancabile bandana. Nella mano destra ha una bottiglia di Gatorade, come se avesse da poco terminato una corsa. Ha il viso stanco e non sembra contento di vedermi. Buongiorno – dico, avvicinandomi al prato inglese che circonda la casa. Salve – risponde, accennando un sorriso. Con l’altra mano mi fa segno di entrare. Chiama i cani a se’ rassicurandomi che non mi faranno niente. Fa cenno al giardiniere di spegnere gli idranti. E’ più alto di quanto immaginassi. Ciao – mi saluta di nuovo, in italiano. Questa volta sorrido io. Ci stringiamo la mano. E’ visibilmente sudato. Non mi sbagliavo: poco prima aveva fatto jogging. Mi fa accomodare nel salone a pianterreno, su un divano di pelle bianca. Davanti al divano c’è un tavolino basso, di legno nero, sopra dei barattoli vuoti di Pepsi, popcorn dappertutto e una copia di Infinite Jest aperta. Le pagine sono scarabocchiate e molti righi sottolineati con una matita di colore rosso. La mia copia, invece, quella che mi sono portata dall’Italia per la dedica, e’ intonsa come se non avessi mai letto il romanzo. Sulle pareti poster di tennisti, una famosa stampa di Warhol che riproduce il viso di Marylin in quattro quadranti e una foto di lui con Jonathan Franzen. La riconosco. Eravate a Capri – dico. Sorride e fa segno di si con la testa. Lui e’ il mio migliore amico, aggiunge smorzando il sorriso iniziale. Come la preferisci l’intervista? È una giornataccia. Scusami. Insomma, non è un buon momento. Mi dispiace – gli dico. No no, niente di grave, tranquillo. E’ che sono impegnato con una roba grossa, un libro che non riesco a finire. Mi tormenta notte e giorno. Un libro che racconta una mia esperienza personale, a Peoria, nell’Illinois. Vorrei che sembrasse un romanzo, ma non lo e’. Ci sono tutto dentro, in alcune pagine mi presento ai lettori col mio nome: Salve, io sono Dave. Capisci? Si, certo, dev’essere spiazzante. Come sempre, del resto. Si, qualcosa di scioccante, di forte – dice. Parlo della noia, ma non voglio essere noioso. E’ pazzesco, lo so. Sono a metà o poco più della metà.  Vuoi una Pepsi? Sei italiano, preferirai del vino. No, grazie, va bene la Pepsi. Ok, vado a prenderla e cominciamo. Nella breve assenza vengo attratto da uno scaffale, sul lato destro della stanza. E’ appesantito da un centinaio di libri. Forse più. Sulla parte alta sono accatastate delle racchette. Provo a leggere i titoli e i nomi degli autori ma sono troppo distante. Eccolo che arriva. Allora, come e’ andato il viaggio? Male, grazie – rispondo. Ho una paura fottuta degli aerei – Come me! Accidenti, allora avevi proprio voglia di vedermi. Dimmi un po’ ma Infinite Jest tu lo hai letto per davvero? Non sarai per caso uno di quei giornalisti che vengono qui ad intervistarmi dopo aver dato un’occhiata su internet? Certo che l’ho letto!  Gli dico. L’ho letto tutto, dalla prima all’ultima pagina, note comprese. Ok ok. Comunque scherzo, non farci caso. Che dici, Dave, partiamo? D’accordo, vamos! Clicco sul tasto play del registratore. Emozione

Dave, nel 2016 Infinite Jest ha compiuto 20 anni. Come è cambiata l’America in tutto questo tempo? Molte cose che hai scritto nel libro si sono avverate. Penso ad esempio al problema della dipendenza

Non è cambiata affatto, anzi, vedo tante persone chiuse in casa, ipnotizzate dai social‎. Nessun contatto col mondo reale, pochi slanci emotivi. Famiglie di sociopatici distrutte dal silenzio e dalla dipendenza da tablet. Un’isteria collettiva. Che pena, il solipsismo.

I protagonisti del tuo romanzo sognano il successo nel tennis e pur di arrivare sono disposti a tutto

Esatto. Non hanno alternative, non hanno conosciuto altro. Vivono in una società che ha fatto della competizione la prima ragione di vita, forse l’unica. Voglio dire, ti fanno credere che se arrivi secondo non vali niente. Non puoi consentirti la sconfitta. Sconfitta uguale emarginazione, emarginazione uguale morte.

Tu da ragazzo hai giocato a tennis, ami molto questo sport, non è vero?

Vero. Ho scritto anche dei saggi sul tennis. Adoro i tennisti come Roger Federer: talento, forza atletica, umiltà, passione religiosa, poesia. Da ragazzo me la cavavo, facevo dei lob perfetti. Poi ho avuto un incidente e ho dovuto abbandonare.

 

Quante copie ha venduto nel mondo Infinite Jest ?

Non lo so di preciso. Credo tante. Devo dire che non me l’aspettavo. Nel senso che non mi aspettavo che un libro di 1.300 pagine, così folle, potesse avere un certo riscontro di pubblico. Ad ogni modo non scrivo con l’assillo delle vendite, non ho mai aspettative di questo tipo. Però fa piacere sapere che quello che scrivi viene apprezzato, viene condiviso dagli altri. Come dire, è gratificante. Sì, gratificante

Molti giovani non leggono, sono presi solo da internet, dai social. Credi che la letteratura abbia i giorni contati?

Bella domanda. Spero di no. Vedi, la scrittura cambia pelle, si trasforma, evolve in altre forme, ma credo, anzi sono sicuro, che sopravviverà. Anche gli sms, le interazioni sui social sono forme di scrittura, no? La parola scritta non morirà mai. Non può morire. E poi la narrativa ci aiuta a non sentirci soli, ci tiene compagnia. E’ questo il compito essenziale dei romanzi: combattere la solitudine.

A proposito di scrittura, molti ti considerano un genio perché hai inventato un nuovo modo di scrivere, hai stravolto tutti i canoni della letteratura. Dicono che dopo di te la letteratura non e’ più la stessa. Ne hai la consapevolezza?

Dicono così? Be’, mi rendo conto di essere un po’ strano, questo sì. Diciamo che mi diverte rompere gli schemi, sorprendere i lettori. Ma non lo faccio per esibire il mio presunto tra virgolette talento. Non lo faccio per dire ai lettori: vedete come sono bravo o roba del genere. Non mi interessa. Cerco solo di essere me stesso, di mostrare la mia natura più intima per quella che e’, senza filtri e senza ricorrere alla retorica della prosa più convenzionale. A volte mi chiedono della punteggiatura. Cazzate. La punteggiatura e’ una convenzione. Quando parli con qualcuno e hai tante cose da dirgli, i punti e le virgole non si vedono.

C’è una frase in questo libro che amo molto: “I tergicristalli dipingono arcobaleni neri sul parabrezza luccicante dei taxi”

(Ride). Piace molto anche a Karen (sua moglie). Gli arcobaleni neri sono il bene e il male che ci portiamo dentro. Tutti abbiamo un arcoableno nero nell’anima. Quell’arcobaleno ci fa paura, e’ come lo spettro di uno spirito maligno, vorremmo cancellarlo. Mi piace pensare che i miei romanzi possano aiutare le persone a guardarsi dentro e a non avere paura di quel colore, il nero intendo

Nel 2006 sei venuto a Capri – Napoli – la mia città

Sei napoletano? Mi interrompe – Wow! Quel posto è una favola! Ricordo delle insalate di polpi straordinarie. Napoli è una città affascinante, ricca di stimoli per uno scrittore. E’ malinconica. Se vuoi ordino una pizza, ma non farti illusioni: non è Marechiaro, qui. Scusa, mi avevi chiesto di Capri. Sì, ci venni con Jonathan e Jeffrey (Eugenides) per un convegno organizzato da Antonio Monda? Si, mi pare si chiamasse così. Fu una  bella esperienza. Ho scoperto che la letteratura americana dalle tue parti è molto apprezzata. L’Italia è una terra di grandi scrittori: Svevo, Pirandello, Pasolini, Eco. Mi piacerebbe tornarci, ma è troppo lontano e non amo i viaggi lunghi. Soprattutto in questo periodo.

Qual è, se esiste, il romanzo al quale ti senti più legato?

Non saprei, ne ho scritti così pochi. Quello al quale sto lavorando adesso e’ forse il libro che mi somiglia di più. Voglio che sia così. Da qualche settimana però sono fermo. Non riesco ad andare avanti. E’ angosciante. Non mi era mai accaduto prima. Forse ho solo bisogno di una pausa. Vieni – Si alza di scatto dal divano.

Dove andiamo?

In garage. Voglio mostrarti il materiale che ho raccolto.

Il garage e’ dietro la casa. Per arrivarci attraversiamo un vialetto laterale. I cani ci seguono. Dave alza la porta di ferro marrone scuro, con le scanalature. Entrando vengo investito da un tanfo di panni sporchi e di cibo avariato. Lo stanzone è molto profondo, silenzioso e illuminato solo dalla luce artificiale di un grosso neon installato al centro del corridoio iniziale. Lungo la parete sinistra sono ammassati degli scatoloni pieni di libri. Più avanti altri scatoloni con appunti, dischetti e quaderni vari. Dave mi mostra alcuni manoscritti. Sono illeggibili. Mentre si abbassa di nuovo mi guardo intorno. Ad un tratto  il mio sguardo s‎i posa su un particolare del soffitto: il corridoio del garage e’ attraversato in senso longitudinale da alcune travi di legno massiccio. Dave si volta. Vede che ne sto fissando una in particolare. In quel punto il legno è scheggiato, e sulla parte centrale ci sono delle lettere cerchiate. Mi guarda. Scuote il capo. Vuoi sapere se è accaduto qui? Quella domanda, così diretta, mi toglie il fiato – Cosa? No, veramente – Dai, l’ho capito a cosa stai pensando. Si, è successo lì, dove sei adesso. Proprio in quel punto. Ma non chiedermi altro, ti prego – Il volto di Dave ha cambiato espressione. E’ come se la mia curiosità avesse profanato la sua tomba. D’accordo – dico io, scusandomi. Ma poi per cosa? E’ stato lui a condurmi nel garage.  Ok ok, lascia stare – mi dice.

Usciamo. Dave chiude la porta del garage tenendo sotto il braccio degli appunti che ha preso da un cassetto di una scrivania ricoperta di faldoni ben ordinati su tre file. Riattraversiamo il vialetto e ritorniamo in casa. Il sole è calato e si alzato un leggero vento – Scusami , Dave, non volevo – provo a ricucire lo strappo. Di nulla. Va tutto bene  – dice lui – Ora però se non hai altre domande da farmi sul libro, io andrei. Sono stanco e domani ho un’altra giornata complicata – D’accordo –  gli dico – A proposito, non ho ancora firmato la tua copia – Dave prende un pennarello nero dal tavolo e allunga il braccio per ricevere la mia versione italiana di Infinite Jest. Per me è il momento più emozionante. Sulla pagina bianca che precede il primo capitolo scrive: “Al mio amico (friend) italiano  A. – Dave Wallace”. Ecco fatto. Un’ultima domanda – Dimmi – Come ti piacerebbe essere ricordato un giorno? Fammici pensare. Mm…come un antidoto alla solitudine. Ci salutiamo con un abbraccio. Mi accompagna alla porta. Grazie – gli dico – Grazie a te e buon viaggio – risponde lui. Attraverso il prato inglese avviandomi verso il taxi che mi sta aspettando oltre il cancello. Sta cominciando a piovere. Uno dei cani mi segue scodinzolando fino all’auto. Entro in macchina. Mi accascio sul sedile di pelle. Oddio il libro! Devo averlo dimenticato sul divano. Ripercorro il viale di corsa sotto la pioggia che inizia ad infittirsi. Busso alla porta bagnato fradicio. Non mi sente. Ribusso. Viene ad aprire un signore anziano. Non lo avevo visto prima – Scusi, gli dico con imbarazzo, cercavo Dave, Dave Wallace – Dave Wallace? Mr. Wallace e’ morto dieci anni fa. Non abita più qui.

 

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