MORTE A FIRENZE – Marco Vichi

 

Morte a Firenze - Marco Vichi

 

Sfogliando l’atlante del grande romanzo italiano noir, alla voce “Firenze”, troviamo Marco Vichi, autore tra i più interessanti della sua generazione ma non iscrivibile alla categoria dei giallisti in senso stretto. Vichi, infatti, per sua stessa ammissione non ama il genere poliziesco Non mi appassiona il giallo in sé, dice, per quanto il protagonista delle sue storie sia un commissario di pubblica sicurezza, il commissario Franco Bordelli. A volerla dire tutta, Vichi non è affatto un giallista, e probabilmente neppure un vero e proprio scrittore noir. Più che indagare sui delitti, infatti, il Bordelli di Vichi indaga sulle vite altrui, e indagando indagando, finisce per raccontarci molto più di sé che delle vittime delle sue inchieste: la guerra combattuta nel battaglione San Marco, ricordi che di volta in volta affiorano come dolorosi flashback, le donne amate, quelle che si gira a guardare per strada, gli amici come Ennio Bottarini detto “il Botta”, il ladro buono che lo aiuta a sbrogliare le matasse e col quale va a funghi sulle colline fuori città; Rosa la tenera puttana a riposo con l’anima di una bambina che gli fa i massaggini e che sogna di sposarlo; Piras, il poliziotto zoppo, suo inseparabile braccio destro; il dott. Diotivede, il medico legale che somiglia un po’ al professor Sassaroli di Amici miei – il contesto, le atmosfere sapientemente evocate da Vichi hanno molto a che vedere con quelle del film di Monicelli. A proposito di Amici miei, un particolare che non abbiamo ancora rivelato è che le avventure di Bordelli sono ambientate negli anni Sessanta, periodo sicuramente suggestivo, insolito –  Dario Crapanzano colloca le sue trame nella Milano degli anni Cinquanta, Maurizio De Giovanni nella Napoli degli anni Trenta, non conosco altri casi di retrodatazione narrativa a parte i loro – e soprattutto impegnativo, faticoso, per chi scrive storie seriali.

Morte a Firenze, romanzo pubblicato nel 2009 e vincitore del premio Scerbanenco, si apre con la scomparsa di un bambino. Il cadavere viene ritrovato in un bosco alcuni giorni dopo, in una radura poco distante dal luogo dove il commissario è andato a funghi con il Botta. Nessun testimone, nessuna traccia. La polizia, come si usa dire in simili circostanze, brancola nel buio. Bordelli ha sul collo il fiato del questore Inzipone, infuriato per i titoli dei giornali e per l’indignazione dell’opinione pubblica, ma il commissario non sa proprio dove sbattere la testa. Siamo negli anni Sessanta, non ci sono ancora le moderne tecnologie che supportano gli inquirenti nei giorni nostri: l’esame del dna, le videocamere, internet, i telefonini, né il giornalismo televisivo dei quarti gradi e di chi li ha visti; le inchieste si svolgono ancora secondo la tecnica primitiva della deduzione, dello spirito di osservazione, con i pedinamenti, alla maniera di Maigret. Ma come dicevamo a proposito dello stile di Vichi, la morte del bambino non sembra essere la parte essenziale della narrazione. Al centro della storia, infatti, c’è soprattutto lui, Franco Bordelli, le sue giornate tra San Frediano e la questura, le mille sigarette accese, il maggiolino Volkswagen che rumoreggia come un trattore, le divagazioni sui pregiudizi della borghesia classista, la cultura fascista di cui è ancora permeato il Paese, le cene in trattoria da Cesare con pappardelle al sugo di lepre, le paste e fagioli e il vino pugliese di Totò, le canzoni, i film al cinema da solo, l’infatuazione per Eleonora, la bella commessa di via Pacinotti, troppo giovane per un ultracinquantenne invecchiato e prossimo alla pensione come lui La sua vita era un disastro. Solo, senza una donna. Stava pure ingrassando. Anche il suo lavoro era una misera faccenda. Bordelli ci riporta ad un altro personaggio letterario di quegli stessi anni, il Dorigo di Un Amore di Dino Buzzati, l’attempato architetto che si invaghisce di una minorenne perché non riesce a vivere la normalità familiare dei suoi coetanei.

Passano i giorni ma del bambino assassinato non si sa ancora nulla. Una pista ci sarebbe pure: una bolletta del telefono trovata per caso nel bosco; forse un dettaglio insignificante, probabilmente lo è, ma è l’unico appiglio. Piove su Firenze, piove a dirotto, l’Arno comincia a correre rapido sotto i ponti, gonfio e scuro come non si era mai visto. A pag. 161, il disastro. Nel racconto preciso, nitido, magistrale dell’autore – la naturalezza con la quale Vichi ricostruisce la Firenze di quei giorni lo fa sembrare uno scrittore contemporaneo ai fatti accaduti – le strade sommerse dal fango, le auto accatastate una sull’altra, la gente sui tetti, volontari giunti da ogni luogo tentano di salvare il possibile. Tra le pagine dedicate all’alluvione troviamo brandelli del testo di “Ma che colpa abbiamo noi” una vecchia canzone dei Rokes, simbolo di una rivoluzione che due anni dopo avremmo chiamato “Il Sessantotto”. Vichi si incunea nei sentimenti e nel costume del tempo, è bravissimo nel riprodurre l’atmosfera di un’Italia sospesa tra il ricordo della guerra e l’illusione di un’emancipazione che stenta a realizzarsi. Vichi sa scrivere, la sua prosa non è un vuoto esercizio di stile come quello di certi autori da premio Strega, le sue trame sono cariche di pathos e di autenticità, Vichi sa trascinare il lettore nella storia In mezzo a piazza Santa Croce l’enorme Dante di marmo osservava schifato la melma puzzolente che stagnava ai suoi divini piedi, e i suoi occhi sdegnati sembravano brillare di una luce cattiva. La tempesta, poi il sereno. E l’indagine sull’omicidio del bambino? Sembra essersi smarrita tra i detriti dell’alluvione; Bordelli brancola nel buio, come Firenze in quella notte infernale di fango e distruzione. Al commissario non resta allora che la traccia iniziale, la bolletta della Sip trovata nel bosco, e sperare che quel foglietto di carta sia per davvero “il filo di Arianna” che lo porti fuori dal labirinto.

Angelo Cennamo

 

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L’ESTATE DEGLI INGANNI – Roberto Perrone

 

 

 

L'estate degli inganni - Perrone

 

Nel primo episodio lo avevamo lasciato alle prese con una brutta storia nata negli anni di piombo. Il tragico destino di suo fratello Napoleone intrecciato a quello del brigatista Petri, chi lo avrebbe detto. Ora Annibale Canessa, l’ex colonnello dei carabinieri e simbolo della lotta al terrorismo uscito dalla penna di Roberto Perrone, sposta il tiro su una vicenda internazionale che coinvolge nientemeno che il dittatore libico Gheddafi, tre ex ministri della prima Repubblica italiana e il Mossad. Un mix esplosivo – è il caso di dire – che ci riporta a un fatto realmente accaduto: “la strage alla stazione” – così la indica l’autore omettendo il luogo (Bologna) e la data ( il 2 agosto del 1980).

Il romanzo si apre con Canessa in pellegrinaggio in Israele con la vedova di suo fratello e la nipotina. Un funzionario dei Servizi lo avvicina e gli consegna una busta con dentro una clamorosa rivelazione. La fama di “Carrarmato Canessa” ha varcato i confini nazionali e per quanto sia ormai fuori dal giro, nessuno meglio del carabiniere eroe può sbrigare questa faccenda, delicatissima e per molti anni seppellita nel caveau di una banca svizzera.

Ultimamente Canessa era ritornato in Liguria, nella baia di San Fruttuoso, a godersi il mare e a gestire il ristorante della zia con la sua giovane fidanzata Carla Trovati; di quella rogna ne avrebbe fatto volentieri a meno. Ma per uno come lui che ha trascorso la vita a schivare proiettili e ad inseguire i latitanti più pericolosi, resistere al richiamo di certe avventure è come per un giocatore di poker rinunciare all’ebrezza del tavolo verde. E allora si ricomincia. Canessa riserra i ranghi con i soci di sempre: il maresciallo in pensione Ivan Repetto, suo braccio destro, la sua ombra, e il miliardario annoiato Piercarlo Rossi detto “Il Vampa”. Con loro, una serie di altri personaggi più o meno minori, agganci, ex informatori, vecchi amici, e l’immancabile Prefetto Calandra, l’alto funzionario dei Servizi che ama le belle donne e gli abiti griffati, la famosa “rete Canessa” che negli anni Settanta ha supportato il bel colonnello nelle sue pericolose scorribande facendogli conquistare gloria ed onori.

L’informativa del Mossad porta il protagonista in un paesino sulle Alpi bavaresi. È qui che inizia la pericolosa missione di Canessa, la lunga indagine che, tra depistaggi e dolorosi addii, dovrà ristabilire la clamorosa verità sulla “strage alla stazione” in quella calda Estate degli inganni.

Con questo romanzo Perrone si conferma tra gli scrittori più interessanti della letteratura italiana contemporanea, per certi versi, l’iniziatore di un filone crime che pone al centro della narrazione la nostra storia recente, le sue trame oscure, misteri sui quali la cronaca e la magistratura non sempre sono riuscite a fare chiarezza. L’Italia può sopportare tutto, tranne la verità è la frase più bella scritta da Perrone nel libro, la frase che spiega meglio di ogni altra il senso di questa storia, avvincente e misteriosa fino all’ultima pagina, interpretata e declinata dall’autore con il giusto ritmo e con parole sempre misurate, con frasi millimetriche, talvolta venate di humor o malinconico disincanto. Il taglio veloce, diretto, quasi giornalistico della prosa tradiscono la prima esperienza nel campo della scrittura: per molti anni Perrone ha raccontato di sport, di viaggi e molto altro come inviato del Corriere della sera. Senza voler scomodare un paio di suoi più noti predecessori in via Solferino, Buzzati e Pasolini, Roberto Perrone, alla soglia della terza età, sembra destinato ad una brillante carriera di romanziere noir.

Angelo Cennamo

 

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LA VERITÀ DELL’ALLIGATORE – Massimo Carlotto

 

la verità dell'alligatore - Carlotto

 

Con Massimo Carlotto la geografia del noir ci porta nel nord est, in quel di Padova. Marco Buratti, ex cantante di blues e frontman degli Old Red Alligators, ha scontato sette anni di detenzione per un reato che non ha commesso. Oggi svolge piccole indagini per quei legali che hanno bisogno di entrature nel mondo della malavita. Di delinquenti Marco ne ha conosciuti tanti, a cominciare da Beniamino Rossini, noto rapinatore milanese al quale il bluesman chiede aiuto tutte le volte che deve risolvere un caso complicato. Buratti è un personaggio borderline, si muove in uno spazio neutro, sul crinale di un’illegalità più o meno giustificata dal lieto fine, e Beniamino è il suo braccio armato, la sua coscienza sporca. La verità dell’Alligatore è il secondo romanzo di Carlotto, il primo della fortunata serie di Marco Buratti. Un’avvocatessa sta cercando disperatamente un suo cliente scomparso. L’uomo, in regime di semilibertà dopo essere stato condannato ingiustamente negli anni Settanta per l’omicidio di una donna, si ritrova ora implicato, suo malgrado, in un secondo delitto. Per gli inquirenti il caso è già chiuso, ma da un misterioso dettaglio Buratti capisce che esiste un’altra verità. La storia raccontata da Carlotto ha molti tratti della sua biografia: un grosso errore giudiziario, l’ingiusta detenzione, il riscatto, che nel romanzo tuttavia non è affatto consolatorio. Il Buratti di Carlotto è un personaggio vero, che buca la pagina, è un uomo deluso e disincantato come il Rocco Schiavone di Manzini, ma di tutt’altra pasta rispetto al vicequestore romano. Buratti è un musicista, ha una sensibilità diversa, e un indole ormai corrotta dall’esperienza del carcere. Nulla tornerà come prima, sembra volerci dire l’Alligatore quando sfida la sorte al fianco di Rossini, ma qualcosa di buono e di giusto per cui battersi ci sarà sempre. Nonostante tutto, Buratti è un eroe romantico, amante della buona musica e del calvados Puoi togliere il blues dall’alcol ma non l’alcol dal blues E’ questa la frase più bella del libro, una frase che ti resta dentro per sempre. Il guizzo del fuoriclasse.

Angelo Cennamo                  

 

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UNA BRUTTA STORIA – Piergiorgio Pulixi

 

Una brutta storia - Piergiorgio Pulixi

 

Ho scoperto Piergiorgio Pulixi attraverso Massimo Carlotto, appassionandomi ai suoi romanzi e leggendo di alcune interessanti iniziative editoriali come il “Collettivo Sabot”, laboratorio di aspiranti scrittori che il maestro del noir ha aperto in terra di Sardegna, tra i quali brilla proprio la figura di Pulixi. Di Carlotto, il giovane Piergiorgio è considerato una sorta di allievo-figlioccio, per quanto il suo stile sembri avvicinarlo più al genere crime americano che a quello mediterraneo del più famoso Alligatore. Una brutta storia, romanzo pubblicato nel 2012 quando Pulixi aveva appena trent’anni, è il primo capitolo di una saga che ha riscosso grande successo di pubblico e di critica. Tuffandoci nelle sue 460 pagine, la mente corre inevitabilmente a due capolavori di Don Winslow: Le Belve e Corruzione, quest’ultimo, a scanso di equivoci, uscito nel 2017. Le assonanze afferiscono sia al tema trattato – un gruppo di poliziotti che si muovono ai confini della legge – sia al ruolo dei protagonisti. Biagio Mazzeo ci ricorda molto Danny Malone, il superpoliziotto di The Force che si aggira per le strade di New York come un vento impetuoso che soffia via ogni sporcizia. Il personaggio di Pulixi invece imperversa tra i quartieri più malfamati di una imprecisata città italiana insieme ad una banda di colleghi violenti e corrotti come lui, che combattono il crimine ma gestiscono pure tutto il traffico della droga I suoi superiori lo adoravano per la grande quantità di brillanti operazioni antidroga e per i numerosi arresti. Chiudevano un occhio sui suoi metodi poco ortodossi perché Mazzeo non era utile, era indispensabile. E’ un peccato che Pulixi abbia scelto di non indicare i luoghi dove ha ambientato la sua storia; la bellezza del noir italiano, la sua cifra, il tratto peculiare, è proprio quello di mostrarci l’Italia. Ci sarebbe piaciuto vedere Mazzeo prendere un caffè in corso Buenos Aires, a Milano, o sfrecciare a bordo del suo bolide per via Garibaldi, a Torino. Ma non importa, il romanzo è così ben strutturato e avvincente da travolgere qualunque incertezza e da ammaliare anche il lettore più esperto. Il branco di Mazzeo è formato da una ventina di fedelissimi, tra i quali spiccano soprattutto le figure di tre donne: Claudia Braga, la poliziotta lesbica e cocainomane, braccio destro di Mazzeo e vicecapo della banda; Donna, la vecchia amica che oggi gestisce un bordello anche grazie ai fondi dei poliziotti corrotti; Sonja Comaneci, la giovane amante di Biagio, ex prostituta salvata dalla strada e redenta. Tutti insieme la sera si ritrovano al Bang Bang, il quartier generale dove tra birre e risate gli sfrontati tutori dell’ordine pianificano i loro colpi, sperando che quella checca di Valerio Bucciarelli, il vicequestore integerrimo – incastrare Mazzeo per lui è più di un’ossessione – non si metta ancora di traverso.

Una brutta storia è un romanzo ambizioso, ben scritto, dal ritmo serrato, dal linguaggio realisticamente crudo e a tratti volgare, nel quale viene fuori un mondo marcio e senza regole, dove il confine tra il bene e il male non è più visibile. Piergiorgio Pulixi è uno scrittore di razza che può misurarsi con i più grandi autori internazionali di questo genere, e non solo. Quella di Pulixi, infatti, è letteratura a tutto tondo, e classificarla come crime, thriller o hard-boiled sarebbe una semplificazione ingenerosa e priva di senso. Pulixi racconta la società contemporanea, i lati oscuri che sono in ognuno di noi, il dramma della povertà e della solitudine nelle nostre periferie, il sesso in ogni sua sfumatura, i sentimenti, la tentazione del guadagno facile, il crollo dei valori. Romanzo sociale, dunque. Non chiamatelo noir.

Angelo Cennamo

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UCCIDI IL PADRE – Sandrone Dazieri

 

 

Uccidi il padre - Dazieri

 

Ho già scritto in altre occasioni che il noir è il fenomeno più interessante prodotto dalla letteratura italiana negli ultimi dieci anni. Lo ribadisco. Esiste una prolifica e variegata generazione di giallisti  – pessima semplificazione per indicare gli autori del romanzo poliziesco in tutte le sue sfumature – che si fa valere non soltanto sul mercato interno ma che non teme la competizione straniera. Per comprendere le dimensioni di questo fenomeno basta citare alcune case editrici, Sellerio ed Edizioni E/O su tutte, che di questo genere – altra brutta parola – ne hanno fatto quasi un marchio distintivo.

Sandrone Dazieri, scrittore lombardo dalla biografia americana – mille mestieri e disavventure prima di dedicarsi alla narrativa – si è fatto apprezzare nei primi anni Duemila per una serie di romanzi gialli – la saga del Gorilla – dai quali è stato tratto anche un film di successo interpretato da Claudio Bisio. Nel 2014 la svolta. Dazieri scrive un thriller di circa seicento pagine e firma il suo capolavoro. Uccidi il padre, questo il titolo del libro, diventa un caso editoriale e viene tradotto in mezzo mondo, dagli Stati Uniti al Giappone. Il primo capitolo di una trilogia che con L’Angelo e l’imminente I Fratelli ( titolo provvisorio) ha aperto un nuovo ciclo e un percorso artistico forse dal respiro più ampio rispetto a quello delle opere precedenti. Ma andiamo con ordine. Uccidi il padre racconta una storia drammatica che oltrepassa i confini del noir o poliziesco che dir si voglia, e che vede come protagonisti due personaggi indimenticabili: Colomba Caselli e Dante Torre, due detective stravaganti, dalla personalità originale, quasi borderline. La prima è una poliziotta in aspettativa, sul punto di dare le dimissioni, perché scioccata da una precedente vicenda professionale “Il Disastro” Si era fatta strada in un mondo di uomini, molti dei quali l’avrebbero vista più volentieri portare il caffè invece di una pistola, e aveva imparato a nascondere debolezze e guai a tutti . Il secondo è meglio conosciuto come “Il bambino del silo” perché venticinque anni prima era stato rapito e tenuto prigioniero per oltre undici anni da un uomo misterioso che lo obbligava a chiamarlo “Padre”. Colomba soffre di attacchi di panico. Dante è un paranoico claustrofobico,  Xanax dipendente, che beve ettolitri di caffè e cerca di riappropriarsi del tempo perduto collezionando dischi, film e altre cianfrusaglie degli anni Ottanta. Per guadagnarsi da vivere si è inventato un mestiere ritagliato sulla brutta storia che ha vissuto nell’infanzia. Il romanzo si apre con il ritrovamento del cadavere di una donna in un parco nella periferia di Roma. Dante e Colomba indagano sulla scomparsa del figlio della donna. E’ un’indagine clandestina perché Colomba è stata richiamata segretamente in servizio da un suo superiore, preoccupato che gli altri suoi colleghi possano sviare l’inchiesta o, peggio, insabbiarla. Tutto lascia pensare che l’autore del delitto sia il marito della vittima e che lo stesso uomo abbia ucciso anche il figlio. Ma un dettaglio importante, il ritrovamento di un oggetto sul luogo della scomparsa, riaccende i ricordi di Dante: l’assassino è il Padre, l’orco che venticinque anni prima lo aveva rapito e tenuto prigioniero nel silo. Solo una farneticazione per gli inquirenti, ma Dante non ha dubbi: il Padre è ancora vivo ed è tornato per uccidere. La storia, ambientata tra Roma e Cremona, è avvincente e ricca di colpi di scena, sulla falsariga dei migliori thriller d’oltreoceano. Il ritorno del mostro ricorda la ricomparsa di It nel capolavoro di Stephen King. Nel romanzo americano l’orco è un’entità multiforme che riemerge dalle viscere della terra ogni venticinque anni. Nel libro di Dazieri, una figura altrettanto misteriosa dietro la quale potrebbe celarsi chissà quale complotto. Di Uccidi il padre ci colpiscono tre cose in particolare: l’impianto narrativo, solido ed originale; la forte connotazione psicologica dei protagonisti, un uomo e una donna emotivamente fragili ma nello stesso tempo determinati e sprezzanti del pericolo; il ritmo che l’autore  è riuscito ad imprimere alla narrazione dalla prima all’ultima pagina con una scrittura agile e senza fronzoli. Quale misteriosa ragione o consuetudine abbia impedito a questo romanzo di finire perlomeno nella cinquina del premio Strega, resta un ultimo mistero, l’unico, temo, che Dazieri non potrà svelarci.

Angelo Cennamo

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FOLLIA MAGGIORE – Alessandro Robecchi

 

Follia maggiore - Robecchi

 

 

Con Alessandro Robecchi la geografia del noir ci conduce a Milano, la capitale morale del Paese ma anche la città dei poteri forti, dell’alta finanza, delle banche, e di una borghesia che ha conosciuto tempi migliori. E’ una Milano eternamente piovosa, cinica e frenetica come nei libri di Buzzati, o più recentemente nei romanzi di Fontana e di Perrone, tanto per rimanere nel giro delle storie torbide. Spietata, arrogante con i deboli, e grigia, una finestra che si apre sul cemento cantava Alex Britti. Ma questa è un’altra storia. O magari è la stessa.

Umberto Serrani è un settantenne ancora molto sveglio e indipendente, uno spregiudicato uomo d’affari che ha passato la vita a nascondere i soldi dei ricchi. Una sua vecchia fiamma, Giulia Zerbi, donna colta, affascinante, e con una figlia che sogna di diventare cantante lirica, viene uccisa misteriosamente sotto casa sua, a pochi passi dal commissariato di polizia. Serrani, che è vinto dal rimpianto, dalla nostalgia, e che divide il tempo che lo separa dalla morte in settimane, vuole vederci chiaro e ricostruire gli ultimi trent’anni della vita di Giulia. Ingaggia allora una strana coppia di detective: Oscar Falcone, giornalista di cronaca nera dotato di grande fiuto quel suo lavoro a metà tra il ficcanaso e l’investigatore, il rabdomante di guai, non ha confini certi, e l’immancabile Carlo Monterossi, il facente funzione di “elementare Watson”.

Riassunto delle puntate precedenti. Per chi non avesse letto nessuno dei capitoli della saga di Robecchi – perché di saga si tratta – Monterossi è un autore televisivo di programmi trash, la tv del dolore, La Grande Fabbrica della Merda, ovvero Crazy Love, lo show condotto dalla smorfiosa ed esuberante Flora De Pisis, anchorwoman che somiglia tanto a quella intrattenitrice della domenica pomeriggio….come si chiama…..ce l’ho sulla punta della lingua……vabbè, ci siamo capiti. L’indagine ufficiale sul delitto la conducono i soliti Ghezzi e Carella, i due poliziotti, anche loro protagonisti fissi dei romanzi di Robecchi – Follia maggiore è il quinto della serie. In un primo momento, Giulia sembra essere stata la vittima di uno scippo riuscito male, le inchieste dei quattro protagonisti portano però in ben altra direzione. La storia è intricata, come è normale che sia, ma la parte del giallo non occupa tutta la narrazione. Robecchi è bravo a spaziare su molti temi, dall’economia alla corruzione, dalla passione alla volgarità dei tempi moderni, aggiungendo nell’occasione un’originale nota musicale. Sonia Zerbi, la figlia di Giulia, è attesa da un delicato concorso a Basilea che potrebbe lanciarla nel mondo della lirica Non si dà follia maggiore è la cavatina del Turco in Italia di Rossini. Il romanzo poggia su tre trame e su diversi piani temporali: il delitto, la generosità di Serrani che offre tutto il proprio sostegno, economico e affettivo, alla causa di Sonia, e la passione amorosa che l’anziano uomo d’affari ha vissuto con la donna assassinata venticinque anni prima.

E’ una storia che parla di rimpianti, di sensi di colpa, della paura di morire, della crisi del ceto medio e di usura. Robecchi scrive con leggerezza e ironia, il libro è ricco di battute fulminanti. La forma è moderna, dinamica, senza fronzoli: “Questo è” per indicare chi pronuncia la frase, “Ora sono” a scandire la consecutio. Lo stile di Robecchi ricorda molto quello di certi scrittori americani, Robecchi è un portatore sano di Don Winslow, sa raccontare il proprio tempo, e declinare il realismo come solo certi giallisti – brutta parola che uso solo per semplificare – sanno fare. Follia maggiore arriva un anno dopo Torto marcio, il romanzo della consacrazione, pubblicato come tutti gli altri da Sellerio, editore specializzato nel noir, e che, sulla scia del maestro Camilleri, ha portato alla ribalta una schiera di giovani autori interessanti e molto apprezzati anche all’estero: Manzini, Recami, Malvaldi, Savatteri e Simi.

Angelo Cennamo

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LA SECONDA VITA DI ANNIBALE CANESSA – Roberto Perrone

 

La seconda vita di Annibale Canessa - Roberto Perrone

 

 

Gli Anni di piombo, gli attentati, i sequestri, le stragi terroristiche di matrice rossa e nera, quel clima da guerra civile che per oltre un decennio, da piazza Fontana in avanti, ha seminato morte, misteri e paura nell’Italia postsessantottina, sono ancora materiale prezioso per romanzieri, saggisti, sceneggiatori, cineasti e autori televisivi. Avevo letto tempo fa un libro di una giovane scrittrice americana, Rachel Kushner, allieva di Jonathan Franzen, intitolato Il Lanciafiamme che raccontava con molta verosimiglianza una storia ambientata in Italia, proprio in quel periodo storico. Un libro certamente interessante, ma nulla di paragonabile a La seconda vita di Annibale Canessa di Roberto Perrone, romanzo di oltre 400 pagine che ho divorato in poco più di due giorni.

Dalle colonne del Corriere della sera, Perrone, in tanti anni di onesta carriera, ha raccontato di tutto, dallo sport ai viaggi, ma non si è mai occupato, che io ricordi, di morti ammazzati. Sono arrivato al suo romanzo dopo aver letto un’accorata recensione, probabilmente su La Lettura, nella quale Antonio D’Orrico, prima ancora di elencare e argomentare i pregi del libro che aveva da poco finito di leggere, metteva in guardia i potenziali lettori dalle possibili diffidenze e/o sospetti legati al pedigree del suo autore, non esattamente in linea con i parametri del perfetto giallista. Il pregiudizio, dunque. Lo stesso che ancora oggi induce alcuni ambienti della nostra editoria a bandire quasi i romanzi di genere dalla cosiddetta letteratura pura, quella da premio Strega.

La seconda vita di Annibale Canessa racconta la storia di un ex colonnello dei Carabinieri, simbolo della lotta al terrorismo, che in un drammatico giorno del 1984 lascia l’Arma per ritirarsi nel  borgo di San Fruttuoso, sulla costa ligure, dove, tra una nuotata e l’altra, si dedica alla gestione di un piccolo ristorante con una vecchia zia. Quando però a Milano suo fratello Napoleone viene ucciso in compagnia di Pino Petri, il killer più spietato delle Brigate Rosse, arrestato proprio da Canessa dopo tre anni di latitanza in Spagna, arriva per lui il momento di ritornare sulla scena per riannodare i fili di una vicenda rimasta irrisolta trent’anni prima. Canessa oggi è un uomo attempato, ma ancora vigoroso e carico di motivazioni. Per la sua indagine parallela richiama “in servizio” il fedele maresciallo Ivan Repetto, un tempo suo braccio destro la sua ombra, la sua coscienza, e recluta un’altra vecchia conoscenza che negli anni Settanta bazzicava negli ambienti malavitosi milanesi: Piercarlo Rossi, detto il Vampa. A completare il cast dell’ex colonnello, Carla Trovati, la giovane giornalista del Corriere della sera che dell’affascinante Canessa finirà per innamorarsi. La storia raccontata da Perrone è intricata ed intrigante, popolata di personaggi ben delineati, assolutamente credibili, veri: magistrati corrotti, killer assoldati da misteriosi mandanti, giornalisti senza scrupoli, ex terroristi, e un simpatico prefetto dandy, funzionario dei Servizi segreti, che indossa abiti firmati e si trastulla con escort di alto bordo. Le giornate di Canessa scorrono veloci come le immagini del miglior film d’azione. Inseguimenti, sparatorie, confessioni, sesso, e molta tattica: Carrarmato Canessa è una specie di James Bond italiano che non delude per intelligenza, coraggio e umanità. Con questo romanzo, pubblicato da Rizzoli nel 2017, Perrone ha esordito nello straordinario e variegato mondo del noir italiano, e lo ha fatto nel migliore dei modi, con un libro avvincente, ben scritto e carico di suspance. Cosa aggiungere: non vedo l’ora di leggere il secondo capitolo di Annibale Canessa –  L’estate degli inganni – che, viste le premesse, si preannuncia davvero molto interessante.

Angelo Cennamo

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