Il Grande Romanzo Italiano lo scrivono i giallisti

7-7-2007 - Manzini

 

 

Il mercato della letteratura di genere – gialli, noir, thriller, crime –  è in continua ascesa. In Italia soprattutto, da almeno un ventennio, buona parte della produzione editoriale è costituita proprio da libri gialli. Romanzi dal tratto ironico, con ambientazioni, linguaggi e slang dialettali legati a più territori: il Montalbano di Camilleri si muove tra Scicli e Vigata; De Giovanni colloca i suoi delitti nella Napoli degli anni Trenta con il Commissario Ricciardi, e in quella di oggi con I bastardi di Pizzofalcone; il Carlo Monterossi di Robecchi si aggira nella Milano del quadrilatero della moda o tra i ghetti della periferia. Sono pezzi di un mosaico ampio, colorato, capitoli di un solo Grande Romanzo Italiano – quello che tanti scrittori da premio Strega non hanno mai composto fino in fondo – storie e stili apprezzati anche all’estero. Il giallo italiano piace molto, e nel corso degli anni ha affinato la sua qualità migliore, quella di saper raccontare ben altro rispetto ai delitti e le investigazioni. Tante volte il giallo ci fa vedere l’Italia meglio della letteratura generalista, ripiegata soprattutto su storie e drammi personali o conflitti familiari. Il delitto allora diventa un pretesto per imbastire trame più complesse che hanno uno sfondo sociale, talvolta politico, che ricorda il romanzo dickensiano classico. Vi sembrerà paradossale, ma quando leggo un libro giallo, specialmente quelli editi da Sellerio – editore palermitano specializzato nel noir di casa nostra e riconoscibile per la particolare impaginazione dei suoi libri: tutti con la copertina blu, formato brossura, piccoli, quadrati – gli omicidi e le investigazioni sono la parte che mi interessa meno. Mi piace soffermarmi sui dialoghi tra i personaggi, i loro tic, le loro abitudini, le storie e il vissuto che si portano dietro, i luoghi dove abitano e si muovono. Confesso di aver un debole per Antonio Manzini, autore approdato alla scrittura dopo essere passato attraverso il cinema, il teatro e la televisione. Amico e allievo di Camilleri già nella regia e nella recitazione. Definire semplicemente “gialli” i libri di Manzini è una semplificazione che non rende adeguatamente l’idea di cosa contengano per davvero i suoi romanzi . La saga del vicequestore Rocco Schiavone è infatti un concentrato di storie, sentimenti, tradizioni, umanità, solitudini, che non può essere liquidata con una sola etichetta. Sono episodi di un unico romanzo, un romanzo  più grande, che ci accompagna ormai da diversi anni, capitoli da leggere anche senza seguire rigorosamente l’ordine cronologico – io ad esempio ho cominciato con 7-7-2007, libro pubblicato nel 2016, per certi versi il prequel di Pulvis et umbra. E’ una back story: il protagonista cioè, trasteverino trasferito per ragioni disciplinari ad Aosta, racconta ai suoi superiori una vicenda professionale nella quale è rimasta tragicamente coinvolta anche sua moglie Marina. Il titolo del romanzo è proprio la data in cui la storia raccontata da Rocco si conclude. La trama criminale è incentrata su due omicidi avvenuti a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro che vede coinvolti due amici ventenni. Schiavone è un investigatore scontroso, maleducato, cresciuto in un quartiere popolare. I suoi amici di una vita: Sebastiano, Brizio e Furio sono mezzi delinquenti, esattamente come lui, che per arrotondare lo stipendio di poliziotto intasca bustarelle destinate ad assessori corrotti e tiene per sé la droga sequestrata dai colleghi Avevano diviso tutto. La povertà, il lutto, la gioia, le sigarette e le canne, le ragazze e il matrimonio. Non è un santo Rocco Schiavone, come non lo sono il Denny Malone e l’Art Keller dei romanzi di Don Winslow, scrittore che ricorda un po’ Manzini per il taglio minimalista, veloce e ironico delle sue trame. I dialoghi tra Rocco e suoi amici trasteverini, e con Gigi er cesso – un vecchio guardiano mezzo cieco che fa sesso a pagamento con le nigeriane nel cassone di un’Apecar – sembrano usciti da un romanzo popolare del Novecento, sono a metà strada tra i Ragazzi di vita di Pasolini e un film di Tomas Milian. 7-7-2007 è un noir comico, ma anche poetico e intimista. Manzini è uno scrittore padrone del suo tempo, la sua scrittura è ritmata, potente, con frasi brevi, taglienti, che dipingono un’umanità eternamente sospesa tra il bene e il male. Il confine è labile, i personaggi delle sue trame abitano nella zona grigia del disincanto e dell’indifferenza: nessuno è perfetto, nessuno è esente da colpe. Nella prima parte del romanzo Marina scopre i conti e i traffici illeciti di Rocco; ne soffre, ma dopo pochi giorni trascorsi a casa dei suoi genitori, torna dal marito e tutto ricomincia come prima. Manzini non è solo un abile costruttore di trame, sa soprattutto scavare nella profondità dei personaggi, coglierne i tic, i lati oscuri, le inquietudini, e lo fa con assoluta onestà, senza mai cadere nella retorica o nei facili clichè: i lettori non amano essere presi in giro. Rocco Schiavone è un uomo vero, autentico, uno di noi.

Angelo Cennamo

 

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3 risposte a "Il Grande Romanzo Italiano lo scrivono i giallisti"

  1. sabrina ha detto:

    Tra i gialli moderni ricroderi anche il Commissario Livia, un personaggio nuovo e attuale in una Sicilia moderna con tematiche all’ardine del giorno

    Mi piace

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