REVOLUTIONARY ROAD – Richard Yates

 

 

RevolutionaryRoad_ Richard Years

 

Sto leggendo e rileggendo, in questi giorni, tre scrittori americani che amo molto: Richard Ford, Raymond Carver e Richard Yates. Autori accomunati dal tratto minimalista, da una prosa intimista, essenziale: mai una parola superflua o vuoti ed inutili barocchismi; che raccontano trame improntate al realismo, storie di persone comuni, uomini e donne che faticano a trascinarsi nella loro quotidianità, sconfitti dalla malasorte, a volte rosi dall’invidia, con problemi familiari o di dipendenza dall’alcol. Di Yates si dice che sia uno dei maggiori scrittori americani sconosciuti. Come lui ce ne sono tanti, basti pensare a John Edward Williams, l’autore di Stoner, romanzo che ha dovuto attendere ben cinquant’anni prima di essere celebrato tra i capolavori della seconda metà del Novecento, o a John Fante, riscoperto per caso da Charles Bukowski dopo anni e anni di oblio. Della vita difficile e tormentata da poeta maledetto di Yates ne sono piene le prefazioni e le quarte di copertina dei suoi libri, sempre poco venduti. Yates è uno scrittore amato e apprezzato dagli scrittori, meno dal pubblico. Come mai? Le sue storie disturbano, costringono i lettori a guardarsi dentro, a meditare sui loro fallimenti, ecco perché. I personaggi di Yates il sogno americano lo inseguono, ma non lo realizzano mai. Se avete voglia di leggere storie con un lieto fine non leggete i libri di Yates, soprattutto non leggete Revolutionary road, il suo romanzo di esordio ed anche il più conosciuto. Il libro si apre con la prefazione precisa e accorata di uno scrittore per certi versi allievo, discepolo di Yates: Richard Ford. Tutto torna.

 

Siamo negli anni Cinquanta: nel quartiere residenziale di Revolutionary Hill, Connecticut occidentale, a metà strada tra la campagna e la città di New York, vivono i coniugi Frank e April Wheeler con i loro due bambini. Giovane reduce di guerra, laureato alla Columbia University, Frank sembrerebbe destinato a una carriera di successo, ma è imboscato al quindicesimo piano della Knox Business Machines – la stessa azienda dove un tempo era impiegato suo padre – tra i cubicoli dell’ufficio vendite il lavoro più cretino che si possa immaginare.

Sua moglie è una donna dai nervi fragili, incompresa, prigioniera di un matrimonio infelice – Ti amo quando sei gentile – e attrice senza talento in una filodrammatica locale. La vita piccoloborghese dei conformisti Wheeler scorre noiosa tra cenette alcoliche coi vicini – grigi, invidiosi, tristi, spesso invadenti, come Shep e Milly Campbell, e la signora Givings, l’agente immobiliare con un figlio pazzo e impiccione più di lei – e il monotono andirivieni del treno dei pendolari, lo stesso che Frank prende tutte le mattine per raggiungere New York.

Per stemperare quel clima così poco stimolante e di crescente ostilità tra lei e il marito, April escogita un piano a dir poco delirante: vendere la loro casa e trasferirsi a Parigi. Come? E per fare cosa? Lavorare nello staff segretariale della NATO mentre Frank avrà tutto il tempo di leggere, studiare, approfondire, pensare a come realizzarsi, facendosi mantenere da sua moglie. E’ un progetto evidentemente strampalato, troppo rischioso, un salto nel buio per una coppia come loro senza soldi e nessuna conoscenza in Europa. Le tensioni in famiglia aumentano, anche perché alla Knox qualcuno finalmente si accorge del talento sprecato di Frank e gli promette un lavoro migliore, più prestigioso e ben retribuito. La terza gravidanza, non desiderata come le prime due, è un duro colpo per i già fragili nervi di April. Il piano è fallito, tutt’al più rimandato. Sì, ma a quando? La distanza tra i due coniugi cresce giorno per giorno: quel Ti amo quando sei gentile diventa Non ti amo, non ti ho mai amato. Lo squarcio di infelicità non si può ricucire, e tutto precipita.

Il complesso residenziale di Revolutionary Hill non era stato progettato in funzione di una tragedia. Anche di notte, come di proposito, le sue costruzioni non presentavano ombre confuse né sagome spettrali. Era invincibilmente allegro: un paese dei balocchi composto di casette bianche e color pastello, le cui ampie finestre prive di tende occhieggiavano miti in un intrico  di foglie verdi e gialle….

Angelo Cennamo

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LA PESTE

 

 

La Peste

 

 

A Sorano quella mattina soffiava un vento caldo da est, in direzione della raffineria. Onde di calore si sollevavano dall’asfalto appena rifatto e si propagavano lentamente verso il cielo d’agosto, disegnando sinuosità che distorcevano i portoni e le finestre di via Galileo Ferraris. Era domenica. Dalle tende di un ultimo piano le note di un tango argentino scivolavano sulla strada fino all’incrocio con la Statale, dove la pagina ingiallita di un giornale si separava da un’altra e rotolava lungo tutto il marciapiede prima di avvolgersi alla pensilina del tram. Al numero 122, dietro la saracinesca della sua libreria, Vittorio Brancaccio aveva smesso di pensare a se stesso e alle cose del mondo; tra i suoi piedi e il pavimento mancavano poco meno di due metri, lo spazio minimo per cancellare il disonore e una vita che si era immaginato diversa. Dovranno passare più di otto ore prima che Mario, il figlio prediletto, l’alleato fedele, l’impiegato esperto e devoto, lo veda penzolare dal soffitto vicino alla pala del ventilatore, tra gli scaffali della narrativa americana, la sua preferita, e quelli della saggistica.

Lui sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai.  (Albert Camus)

Era cominciata più o meno così la storia di un’antica libreria in un luogo di confine nella periferia industriale di una grande città, e di una ricca e stimata famiglia napoletana, travolta da una insolita e beffarda sequela di misfatti: i Brancaccio.

Ora sono bambino e sto guardando la signora Anna seduta alla cassa mentre prende appunti su un registro a quadretti. Intorno a lei il rumore del silenzio odora di pulito e del profumo francese che si irradia dal suo collo esile e delicato fino all’ingresso del negozio. Un raggio di sole penetra il pulviscolo che orbita tra i nostri corpi poco distanti prima di posarsi sulle mattonelle verde petrolio del pavimento. L’orologio a muro dietro il bancone segna le cinque e un quarto.

Sig.ra, ecco le cinquecento lire che vi dovevo.

Grazie, tesoro. Mi sorride, allungando la mano bianca e sottile verso la mia, più piccola ed esitante. Poi ricomincia a scrivere mentre i miei occhi restano fissi sui suoi capelli lisci, raccolti sulla nuca da un fermaglio di madreperla.

Ti serve altro, tesoro? No, nient’altro. Grazie. Buona giornata.

Buona giornata anche a te. A presto.

Era da poco finita la guerra quando i fratelli Brancaccio tornarono a Sorano per riaprire la libreria di via Ferraris. I bombardamenti l’avevano risparmiata, ma i muri esterni presentavano delle crepe e la fuliggine della raffineria aveva annerito buona parte degli arredi. Entrando, Vittorio ebbe la sensazione   di trovarsi in un cimitero. Chiazze di intonaco si erano staccate dalle pareti e avevano coperto la parte alta degli scaffali e il pavimento. Le ragnatele nere agli angoli del soffitto disegnavano triangoli perfetti. La puzza di zolfo e di detriti era insopportabile. Una trave del soffitto aveva ceduto fino ad incrinarsi pericolosamente in direzione del bancone nascosto sotto una coperta militare che lasciava intravedere dolo i lati e la base massiccia. Del salottino di pelle dove i clienti più assidui amavano intrattenersi per conversare e leggere qualche pagina, neppure l’ombra. Qualcuno lo aveva trafugato o forse era stato portato via prima della guerra senza che lui lo ricordasse.

E’ questa la tomba di papà, pensò Vittorio mentre si aggirava prudente tra i resti del mobilio impolverato e le schegge di muratura. Prima di uscire volle dare un’occhiata ai suoi volumi preferiti, quelli della narrativa americana. Si sorprese nel vedere che Faulkner, Hemingway, Melville, Scott Fitzgerald erano rimasti al loro posto, nello stesso ordine alfabetico di sempre. Estrasse Moby Dick. Ci soffiò sopra e pianse.

Oltre il cognome i fratelli avevano ben poco in comune. Mario era alto e ossuto come la madre. Col volto scavato e gli occhi di uno strano colore, a metà tra il grigio e il verde.  Vittorio aveva preso dal padre la corporatura robusta, la statura media e i capelli neri e ricci. Mario era un ragazzo pragmatico, laborioso e portato per i lavori manuali. Il suo mondo era popolato di pinze, giraviti e chiavi inglesi. Vittorio non era capace neppure di svitare la lampadina da un’abatjour; usava le mani solo per sfogliare i libri e per scrivere di tanto in tanto delle poesie che dedicava alla moglie. E’ nato per fare lo scrittore, dicevano di lui. Elegante e vanitoso, non si separava mai dal Borsalino e amava indossare i guanti sia d’estate che d’inverno. Vittorio era un vero dandy. Tra i suoi amici figuravano pittori, intellettuali e orchestrali del teatro San Carlo, la sua seconda casa dopo la libreria di via Ferraris. Lo chiamavano Vic per via dei suoi trascorsi in Provenza. Cosa ci era andato a fare?

Non fa per me, disse Mario quando sul tavolo della camera da pranzo stile Luigi XV suo fratello srotolò il progetto di ristrutturazione dei locali che aveva fatto preparare dall’architetto Ambrosio, suo vecchio compagno di liceo.

Di libri non ne so nulla, e poi a scuola faticavo parecchio per avere la sufficienza. Non ti ricordi?

Lo ricordo eccome, disse Vittorio.

Ma a quelli ci penserò io, tu dovrai occuparti di altro.

Cos’altro c’è in una libreria oltre i libri? Chiese Mario. Vittorio rise.

I registri, gli ordini, i conti, le fatture. Ti sembra poco?

Ah, ho capito: ti serve un contabile.

Anche, disse Vittorio, dandogli un buffetto sulla guancia.

In quel luogo Vittorio aveva trascorso gran parte della sua vita. Da bambino lui e il padre si divertivano a fare un gioco: dovevano ricordare più titoli e più autori possibili di ciascuno degli scaffali. Uno sforzo di memoria notevole al quale però il piccolo Vittorio era allenatissimo. Tanto che il più delle volte era proprio lui, Vittorio, a dire ai clienti se un volume era o meno disponibile nella libreria. Come quella volta che l’Avvocato Gorrasio chiese di acquistare l’Ulisse di Joyce.

Non lo abbiamo: l’ultima copia è stata venduta la scorsa settimana, disse lui tra lo stupore di tutti i presenti.

Non è possibile, intervenne il padre. Dovremmo avere ancora una copia di Joyce. Guarda meglio.

Ti confondi con “Gente di Dublino”, papà, disse Vittorio. Aveva ragione lui.

Appoggiata al vetro, Anna Serrelli guardava la strada sorseggiando il primo caffè della giornata.

Il traffico su via Ferraris scorreva lento come una processione, e il rumore dei tram di tanto in tanto copriva la radio che lei accendeva tutte le mattine dopo aver messo la macchinetta del caffè sul fornellino a gas nel retrobottega.

Il marciapiede di fronte brulicava di studenti e di donne con le borsa della spesa. La fiaccola sulla torre della raffineria, in fondo alla strada, era una bandiera gialla che sventolava sul cielo grigio e polveroso di Sorano. Anna guardò in direzione della pensilina dove un tram aveva appena rallentato. Scesero dei ragazzi con le cartelle sotto al braccio e una coppia di anziani, Lui non c’era. Strano, pensò, a quell’ora sarebbe dovuto essere già al suo posto, dietro il banco della libreria.

Raccolse i pensieri molesti nella tazzina vuota e si diresse nel retrobottega per darsi una sistemata ai capelli e rifarsi il trucco, ma il clic della porta la costrinse a voltarsi.

Scusate, ho avuto un contrattempo. Non sapeva che lei fosse da sola.

Ho appena fatto il caffè, disse Anna fissando i suoi occhi.

Lo prendi?

Si guardò in giro.

Don Vittorio non è arrivato?, chiese

Non ancora, rispose lei, stirandosi con le mani la gonna stretta sui fianchi.

Si chiamava Ottavio Molinari. Aveva 20 anni, l’età di suo figlio. Il più piccolo, Gianluca. Alto, smilzo, moro e dalla carnagione olivastra. Fresco di studi e con una buona parlantina. Anche per questo Vittorio lo aveva assunto come commesso part-time. Era un giovanotto simpatico, educato, onesto e volenteroso, avrebbero detto di lui un anno dopo, quando della sua vita si sarebbe persa ogni traccia.

Anna se ne innamorò il primo giorno. Dopo le presentazioni, il suo sguardo innocente e virile al tempo stesso le si era posato su uno spicchio di seno che la morbida camicetta color panna lasciava intravedere.

Poi gli occhi guardarono gli altri occhi e i due si ritrovarono in silenzio, come complici di qualcosa che non era ancora accaduto.

“L’amore, pensava, doveva manifestarsi di colpo, esplosione di lampi e fulmini, uragano di cieli che si abbatte sulla vita, la sconvolge, strappa via ogni resistenza come uno sciame di foglie e risucchia nell’abisso l’intiero cuore” (Gustave Flaubert)  

Ho fatto un sogno. Eravamo sulla moto, io e te, fermi sotto la prima torre a guardare la fiamma in alto che improvvisamente cambiava colore. Prima viola, poi rossa, di un rosso intenso, poi blu elettrico, poi nera. Era diventata densa, molto densa, pastosa. Veniva giù come la lava del Vesuvio. Il magma scendeva verso di noi inghiottendo ogni cosa. Intorno alla raffineria era un deserto sconfinato, giallo, abbagliante.  Faceva molto caldo, non si respirava, gli occhi mi bruciavano. Grondavamo di sudore. Il sellino era diventato rovente e il parabrezza stava cominciando a sciogliersi e ad accartocciarsi su se stesso. Volevo ripartire ma la moto era bloccata. Dai! Forza! Gridavi. Le ruote cominciavano a sprofondare nella sabbia così come i nostri corpi ustionati. Ciao

Angelo Cennamo

 

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CATTEDRALE – Raymond Carver

 

Cattedrale - Carver

 

 

Non sono portato – o forse non nutro un grande interesse – per le descrizioni fisiche: come i personaggi portano i cappelli, o se hanno il colorito pallido o rubizzo, le braccia pelose, o come sono vestiti. Ma psicologicamente credo di fare dei ritratti molto precisi, ed è così che il lettore li distingue

Chi di noi: lettori, scribacchini, recensori letterari più o meno qualificati, aspiranti narratori o poeti della domenica, non vorrebbe un giorno arrivare a scrivere come Raymond Carver, maestro del racconto breve, autore dallo stile postmoderno, e soprattutto scrittore “precisionista”, come preferiva dire lui a chi ne tratteggiava l’equivocata impronta minimalista?

Ho scoperto Carver leggendo i libri di Richard Yates, anche lui bravo a raccontare storie di lucido realismo, nelle quali primeggiano soprattutto i mediocri, gli sconfitti, gli ultimi.

La parte più interessante dei racconti di Carver è quella non scritta, il non detto, l’antefatto, o quello che accadrà dopo l’ultima pagina. Nelle sue short-story i momenti decisivi vengono solo lambiti, accennati: ci sono già stati oppure ci saranno. Tutta la produzione di Carver, compreso Cattedrale, la sua raccolta più celebre, è come un solo lungo racconto nel quale non accade nulla oltre lo scorrere del tempo. Carver si sofferma su aspetti spesso insignificanti, riempie dei vuoti. In Attenti, ad esempio, il protagonista, dopo aver litigato con la moglie, va ad abitare in una mansarda. Il lettore non sa qual è la causa del litigio né se e come i due coniugi risolveranno quella crisi. Dobbiamo parlare, dice lei, ma Carver concentra la sua attenzione su un fatto del tutto marginale: l’orecchio del marito è otturato, e la moglie, che un giorno decide di bussare alla sua porta, glielo stappa. Il Carlyle di Febbre è un uomo abbandonato dalla sua compagna che si mette alla ricerca di una babysitter per i suoi due bambini. Perché è stato lasciato? Cosa ne sarà di lui? Istantanee di una quotidianità nella quale possiamo riconoscerci, sono queste le situazioni raccontate da Carver, un po’ alla maniera di Edward Hopper, il pittore americano che sapeva fermare il tempo nei paesaggi urbani e familiari.

Cattedrale contiene tredici racconti straordinari per tecnica e intensità. Il libro si apre con lo stravagante invito a cena di Penne, una storia quasi horror nella quale rimaniamo turbati e divertiti dai dentoni della padrona di casa, Olla, e dal suo bambino brutto, bruttissimo, che si lascia avvicinare da un pavone. La casa di Chef  è probabilmente una delle cose migliori che Carver abbia mai scritto nella sua breve carriera di poeta e narratore. Sette pagine di amore, nostalgia e utopia, con una coppia di ex coniugi che si ritrova per pochi giorni in una casa sul mare. Nel surreale Conservazione un uomo perde il lavoro e si trasferisce sul divano del soggiorno. Nulla lo turba, neppure la rottura improvvisa del frigorifero che la moglie promette di sostituire con un altro da comprare a un’asta. Il racconto che dà il titolo al libro è l’ultimo dei tredici. Un cieco viene ospitato per una notte da una sua vecchia amica e dal marito di lei. Dopo cena, i due uomini si ritrovano in salotto a seguire un documentario sulle cattedrali europee. Il cieco chiede al padrone di casa di descrivere quello che lui non può vedere. Fino a che non decide di disegnarlo lui stesso guidando magicamente la mano dell’altro sul foglio. Parole come macigni, precise, essenziali, intervallate da lunghi silenzi, tangibili come lo scritto. Capolavoro.

Angelo Cennamo          

 

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SPORTSWRITER – Richard Ford

 

Sportswriter - Richard Ford

 

Ha raccontato una volta Richard Ford che certe sue intuizioni lui le annota su un taccuino. Appunta delle frasi, delle sensazioni, e le tiene lì, ferme, in attesa di collocarle in un romanzo che non esiste, il romanzo giusto per quella frase. Eccone una Solo gli scrittori veri – purtroppo – fanno parte di un club che ha soltanto un membro. Chissà, mi sono chiesto, quando l’ho letta, se Ford questa frase aveva pensato di scriverla proprio per Sportswriter il primo dei libri che raccontano la vita di Frank Bascombe, il suo Grande Romanzo Americano diluito in uno dei più straordinari cicli letterari che siano mai stati pubblicati tra il Texas e il Maine.   

Mi chiamo Frank Bascombe. Faccio il giornalista sportivo Inizia così la storia dell’everyman uscito dalla penna di Ford, l’americano medio che il Paris Review ha definito “uno dei più memorabili protagonisti dei nostri tempi”. Bascombe ha scelto di vivere sulla costa del New Jersey, nella piccola e anonima città di Haddam, lontano dal frastuono della Grande Mela: di notte New York può diventare una città devastante per un uomo solo. Ha alle spalle un matrimonio finito con X – ma la vita è lunga, Frank  E’ possibile amare una donna, e nessun’altra, e non vivere con lei e non vederla – due figli, e un terzo, Ralph, morto bambino con la sindrome di Reye. A soli venticinque anni, il nostro antieroe ha abbandonato una promettente carriera di scrittore per fare il giornalista sportivo. Perché? Mancanza di ispirazione avevo perso il mio senso dell’anticipazione. L’anticipazione è il dolce dolore di chi sa cosa verrà dopo: è un imperativo per ogni vero scrittore…….scrivere di sport garantisce il metodo più facile per placare la sofferenza dell’anticipazione. Fare il giornalista sportivo più che al mestiere dello scrittore somiglia a quello dell’uomo d’affari, al commesso viaggiatore, di quelli che c’erano una volta. Ma per Frank non è affatto una retrocessione. Il suo periodo di offuscamento è difficile dire che cosa è la causa di che, perché, in fondo, tutto è la causa di tutto lo divide tra il lavoro, gli amici del Club Dei Divorziati e la nuova fidanzata Vicki, la giovane infermiera che sa tenergli testa e mandarlo kappao quando meno se lo aspetta. Frank è un uomo saggio e navigato. A pag. 139, l’amaro disincanto raggiunge vette narrative altissime: Ho smesso di cercare di conoscere chiunque altro da dentro, di essere dentro di lui perché tanto non può funzionare…..sono anche diventato meno austero e meno scrittore serio; mi preoccupo molto meno della complessità delle cose, guardo alla vita in modo più semplice e letterale….A me piace considerarmi un letteralista. Qualsiasi cosa ci capiti, sarà, alla lettera, quel che ci capita, quando ci capiterà.  Io cerco solo di sistemare tutto meglio che posso, secondo le mie abilità. Grande lezione di vita e grande lezione di letteratura. Le perle di saggezza di Bascombe – nel romanzo ce ne sono tante – si mescolano al talento di Ford perché i due sono praticamente la stessa persona, come Zuckerman e Philip Roth  Se scrivere di sport insegna qualcosa è che se si vuole che la vita abbia qualche valore, bisogna essere preparati ad affrontare, presto o tardi, l’evenienza del rimpianto più terribile e amaro. E bisogna essere capaci di sfuggirvi, perché se no si corre il rischio di rovinare la propria esistenza. Frank è riuscito a fare entrambe le cose: ha affrontato il rimpianto, ha evitato la rovina ed è ancora qui a raccontarlo Quando le cose vanno male, dò il meglio di me. Con il successo, peggioro.

La parte finale del romanzo è occupata dal racconto di una lunga e tormentata giornata di Pasqua – i giorni di festa di Bascombe, specialmente il 4 luglio, sono sempre complicati – durante la quale al protagonista della storia accade di tutto Il fatto è, Frank, che quando diventiamo adulti tutto d’un tratto diventiamo la cosa che si vede, non siamo più quelli che la vedono, gli dice Walter, l’amico del Club Dei Divorziati, che dopo avergli confidato di aver perso la testa per un uomo, si lascia risucchiare nel tragico vortice della depressione. Gli sarebbe bastato chiamare una puttana da cento dollari, pensa Frank, e sarebbe andata diversamente. Questione di feeling.

Angelo Cennamo               

 

 

 

 

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DISTURBO DELLA QUIETE PUBBLICA – Richard Yates

 

Disturbo della quiete pubblica - Richard Yates

 

Era cresciuto fuggendo dalla realtà e sarebbe stato così per tutta la vita 

John Wilder, è lui il borghese piccolo piccolo di Disturbo della quiete pubblica, l’everyman schiacciato dall’alcol, da un matrimonio infelice e da un lavoro che non ha mai amato: vendere spazi pubblicitari per la rivista American scientist. Eppure nella New York dei primi anni Sessanta non dev’essere stato complicato realizzare il “sogno”: una famiglia solida, una casa accogliente, spaziosa, una buona polizza sanitaria e tanti bei “verdoni” in banca. Per John è stato diverso: sempre fuori posto, figlio disobbediente, deludente, svogliato negli studi, poi marito e padre irascibile, bugiardo, soprattutto assente. Di personaggi come lui ne troviamo tanti nei romanzi di Richard Yates, “uno dei maggiori scrittori americani meno conosciuti” secondo l’Esquire, maestro della scrittura minimalista e prototipo del romanziere moderno, così moderno da rasentare in certi casi l’ultima frontiera della letteratura d’avanguardia: l’hip hop.

John Wilder è soltanto un uomo, uno dei tanti antieroi imperfetti e frustrati della middleclass americana –  Yates deve esserlo stato almeno quanto lui per le sue note disavventure legate all’abuso di alcol e alla depressione  –  finito in questo romanzo per dare corpo e voce a tutti quei perdenti anonimi di una società che invece preferisce esibire la sua parte migliore, quella patinata dei bastardi fortunati, la sua fazione ridens, la più realizzata e gaudente. Il romanzo ha inizio nel 1960 e si apre con una scena drammatica, con John che telefona alla moglie Janice da un bar di New York per dirle che non può tornare a casa dopo un viaggio d’affari. Le ragioni sono diverse: non ha portato un regalo al figlio Tommy, a Chicago ha fatto sesso per tutta la settimana con un’altra donna, e quando la moglie insiste per farlo tornare, lui sbotta e conclude:  Lo vuoi proprio sapere, dolcezza? Perché ho paura che potrei uccidervi. Ecco perché. Tutti e due

Sono i primi segnali di una paranoia che non smetterà di abbandonarlo neppure dopo il ricovero al Bellevue Hospital, in quel guazzabuglio dove tutti urlano, si masturbano e danno calci a porte e finestre. Dovrebbero trattenerlo un paio di giorni al massimo, gli dicono, ma per via del Labour Day il ricovero si protrae per una settimana intera. Quella esperienza tragicomica John proverà a metterla in un film che vuole produrre lui stesso con l’aiuto di Pamela, la sua amante, ragazza disinibita e ambiziosa, e di un gruppo di studenti radical chic del Vermount.

Pamela convince John ad osare di più nel mondo della celluloide, a mollare il suo lavoro di pubblicitario, a separarsi da moglie e figlio, e a trasferirsi con lei in California. Per lunghi tratti del romanzo, Janice e Pamela rappresentano gli unici argini all’alcol, quel fiume impetuoso, inarrestabile che condurrà poco alla volta il protagonista all’autodistruzione. I deliri si moltiplicano: John è geloso di tutti, risponde male, perde le staffe per qualunque sciocchezza, poi crolla davanti all’ennesima bottiglia di whisky, il suo unico rifugio. Su insistenza di Paul Borg, l’amico avvocato, accetta di partecipare agli incontri dell’Anonima Alcolisti, di consultare medici e psichiatri –  i duetti con il dott. Bloomberg sono la parte più esilarante del libro e ci riportano a uno dei capolavori giovanili di Philip Roth, Lamento di Portnoy  Ti racconto tutta la maledetta storia della mia vita e tu stai seduto lì, senza dire assolutamente niente, e ogni settimana ti metti in tasca cento verdoni che sono miei. Sai come si chiama questo? Si chiama furto – ma il tunnel della follia sembra non finire mai: l’insuccesso cinematografico e la rottura della relazione con Pamela sono per John un altro duro colpo, l’ennesimo trauma, forse il più insopportabile per i suoi già fragili nervi, il preludio del disastro finale.

Facile riconoscere la vita di Yates in quella disperata di John Wilder, ritrovare nella dipendenza dall’alcol e nelle crisi di nervi del protagonista del romanzo la stessa esistenza tormentata e infelice del suo autore, riscoperto e rilanciato solo negli anni Duemila dal New Yorker e da alcuni giovani scrittori come Michael Chabon che si sono offerti volontari per promuovere le sue opere con letture pubbliche.

Disturbo della quiete pubblica non è tra i romanzi più conosciuti di Yates, ma è sicuramente uno dei suoi libri migliori, un classico contemporaneo che mancava da molti anni nelle librerie italiane.

Angelo Cennamo

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NAPOLI FERROVIA – Ermanno Rea

 

Napoli ferrovia - Ermanno Rea

 

Pochi scrittori hanno saputo raccontare Napoli come Ermanno Rea: Curzio Malaparte, Raffaele La Capria, Anna Maria Ortese, Matilde Serao. Non me ne vengono in mente altri. Ho letto Napoli Ferrovia – romanzo uscito nel 2007- sulla scia di Mistero napoletano il capolavoro di Rea, che con La dismissione completa una trilogia unica nel suo genere per realismo, poesia e denuncia sociale. La Napoli di Rea non è la città panoramica e solare della canzone melodica, e neppure quella efferata della gomorroide di Roberto Saviano. E’ prima di ogni altra cosa un luogo dell’anima dove l’autore ritorna, forse malvolentieri, per ritrovare i ricordi dell’infanzia e della prima giovinezza, i vecchi amici scomparsi, e i segni di un riscatto che non è mai arrivato. Napoli non è cambiata affatto questa è una città che inghiotte, metabolizza fingendo di farsi essa stessa straniera via via che integra lo straniero, lo divora.

Ma perché Rea, come tanti altri intellettuali ed artisti della sua generazione, ad un certo punto della vita decide di andare via da Napoli? Volli sperimentare anch’io il distacco dalla matrice, da vivere insieme come perdita lacerante, certo, ma anche come maturazione e conquista di libertà.

Con Napoli ferrovia il ritorno si materializza con la strana amicizia tra un giornalista ottantenne e Caracas, un naziskin di origini venezuelane che detesta l’America e il capitalismo occidentale, e che ha da poco abbracciato la fede islamica. Un uomo non cresciuto del tutto, un sognatore. Il suo regno è il pianeta Ferrovia anche se una casa vera e propria non ce l’ha. Caracas è una miniera di storie, un appassionato di dolore altrui, amico di prostitute e immigrati di qualunque razza e provenienza, per questo lo chiamano il Cristo della Ferrovia.

Piazza Garibaldi, a Napoli, è un crocevia di mille etnie diverse, il suo doloroso e degradato melting pot richiama quello di altre metropoli del mondo, dal Maghreb al Brasile. Con Caracas il vecchio giornalista se ne va in giro a sbucciare la città come una mela per le strade più inquinate e malfamate. Con lui scende all’inferno per ritrovare le sue origini e visitare quei luoghi dove non avrebbe mai avuto il coraggio di inoltrarsi da solo.

Caracas a Napoli c’era arrivato all’età di sedici anni, con sua madre. Era un ragazzo pieno di ambizioni, di progetti, che aveva studiato l’arte e la grafica pubblicitaria. Ma dov’era la Napoli, la città-sogno, il luogo accogliente ed ingenuo che gli avevano raccontato? Dov’erano le brezze profumate, il mare portato dal vento sin nelle case e nei bar? Napoli era un trionfo di miasmi.

I due amici si ritrovano puntualmente a piazza Dante per perlustrare vicoli, piazze e quartieri del centro storico, ma anche per guardarsi dentro e conoscersi meglio: il giornalista nostalgico, la vecchia cariatide comunista col mito della Ragione, e il naziskin fascistoide che non ama la parola “comunismo” e neppure la parola “democrazia”, che crede nel potere della forza e che arriva a negare l’olocausto degli ebrei, a dire che le camere a gas non sono mai esistite. Giri infiniti tra palazzi anneriti dal traffico, raccontandosi aneddoti e storie familiari, come quella di Rosa La Rosa, il grande amore perduto di Caracas, la ragazza sopraffatta dalla droga e senza scampo. Facile riconoscere nel corpo martoriato e sofferente di Rosa il corpo di Napoli, la città che Rea ama in modo viscerale ma che detesta anche per la troppa tolleranza e la sua infinita rassegnazione.

Il viaggio dei due amici si conclude a piazza Mercato, un tempo punto nevralgico della Napoli mercantile, luogo tra i più deturpati dalla guerra, poi dalla speculazione edilizia, infine dalla camorra. Tutto era cominciato in quella piazza con l’avviatissimo negozio di vernici del padre dello scrittore, l’amara suggestione di un tempo che non ritorna, e ultima narrazione di un libro totale, intenso, che non può lasciare indifferenti.

Angelo Cennamo

                       

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VIA GEMITO – Domenico Starnone

 

Via Gemito - Starnone

 

Tutte le volte che si parla di Domenico Starnone – scrittore e giornalista napoletano, premio Strega nel 2001 proprio con Via Gemito –  si va a parare sempre lì: sarà lui o non sarà lui Elena Ferrante? Fossi Starnone, a certi curiosi così insisitenti e scoccianti, che nella maggioranza dei casi non hanno letto né i suoi libri tantomeno quelli della Ferrante, risponderei alla maniera di Federì, il protagonista del suo romanzo. Direi loro: “Evvabbè, lo confesso: Elena Ferrante sono io, basta che la finite di romperocàzz“.

Che personaggio, Federì, ferroviere per necessità, pittore per vocazione, inchiodato all’insuccesso prima da un padre padrone poi da Rusinè, la moglie gretta e ignorante che gli fa fare solo brutte figure, e che al telefono risponde: “pront” senza la “o” finale. Hai voglia di spiegarle che deve dire “pronto”, perché da un momento all’altro potrebbe chiamare un gallerista importante o chissà chi. Federì la tormenta, le fa del male, Rusinè è il capro espiatorio dei suoi fallimenti, e lui è un uomo arrogante, manesco, geloso, possessivo, lo è con tutti, con lei e con i suoi figli. Nessuno deve contraddirlo, e chi osa farlo è nu strunzemmèrd, tutti strunzemmèrd compresi chilli sfaccìmm dei parenti di Rusinè, una banda di impiccioni scansafatiche buoni solo a portargli via i soldi.

La tragicomica famiglia di Starnone abita sul Vomero, in Via Vincenzo Gemito – lo scultore napoletano vissuto nell’Ottocento, al quale un’altra grande scrittrice partenopea, Wanda Marasco, ha dedicato il suo Il genio dell’abbandono – titolo dal sapore ferrantiano: che non sia proprio la Marasco Elena Ferrante. Siamo nella Napoli del dopoguerra, Federì e Rusinè faticano per sbarcare il lunario: mandare avanti quattro figli e una suocera col solo stipendio di ferroviere nun è ‘na pazziella. La casa è umida, manca tutto anche il mobilio. Federì si divide tra il suo vero lavoro e quello di artista, artista che non dipinge: “pitta”. Nature morte, paesaggi, ritratti di chiunque, anche dei suoi familiari, chilli strunz che non sono capaci di stare fermi un minuto quando si devono mettere in posa. Federì è un raccontaballe che ama vantarsi davanti ai figli e la moglie di amicizie mai coltivate e di mostre alle quali non ha mai partecipato. Eppure di occasioni per svoltare ne ha avute. Durante la guerra, per esempio, le truppe angloamericane lo avevano ingaggiato come interprete e scenografo al teatro Bellini. Quanti soldi che aveva guadagnato! Si era pure conquistato la stima di artisti internazionali: attori, registi, impresari. Federico, il tuo talento qui a Napoli è sprecato, gli dicevano tutti. Ma sarà poi vero? Stanco di vivere la sua passione nell’anonimato, Federì decide di camuffarsi da comunista per intrufolarsi negli ambienti giusti, quelli che ha sempre destestato. Lui, fascistone della prima ora, ora si atteggia ad artista radical chic di sinistra, prende la tessera del pci, disegna vignette per L’Unità e La Voce del Mezzogiorno. Qui il racconto di Starnone incrocia le storie di un altro romanzo famoso Mistero napoletano: gli anni, i luoghi, perfino alcuni personaggi sono gli stessi del capolavoro di Ermanno Rea. Federì arriva a conoscere pittori illustri del calibro di Renato Guttuso, così almeno dice lui, ma per quanto si dia da fare, resta fermo ai blocchi di partenza, lui il pittore ferroviere, senza una lira in tasca, con i soliti affanni e le frustrazioni di sempre. A raccontare la storia di Federì, le sue menzogne, la sua cialtroneria goffa e fantasiosa, è il figlio maggiore, Mimì. Il suo è un viaggio nei luoghi della Napoli di oggi, tra luci e ombre di un’infanzia piena di ricordi, delusioni e quadri ormai smarriti. Il finale malinconico di un romanzo travolgente che fa ridere, pensare e commuovere.

Angelo Cennamo

 

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