IL MATRIMONIO DI FEDERICO

  

 

Il matrimonio di Federico

 

Caldo asfissiante. Afa. Alle quattro di pomeriggio, con 39 gradi all’ombra, arrivammo a via Cilea, sotto casa di Federico. Le lamiere dell’Alfa Romeo di Colajanni erano roventi come una padella, e i sedili in pelle una vera tortura per i nostri corpi già martoriati dagli abiti della cerimonia. Colajanni indossava un fresco lana blu scuro su una camicia rigorosamente bianca. La cravatta a pois era in tinta con l’enorme pochette che gli usciva dal taschino, e ai piedi calzava i soliti mocassini neri. Lucidissimi. All’ultimo momento l’avvocato dovette rinunciare al panama perché in un gesto di stizza lo aveva lanciato fuori dal finestrino dopo essersi accorto di aver sbagliato strada mannaggiamòrt. Giulia, liberatasi della divisa di ordinanza – scarpette da tennis, jeans a zampa di elefante, maglietta stropicciata e capelli arruffati – aveva ritrovato l’eleganza dei primi tempi. Per la serata aveva scelto un tubino rosso scuro con una stola color panna. In macchina aveva tolto i sandali. Cercava disperatamente di refrigerarsi con un ventaglio di seta che si era premurata di mettere nella borsetta prima di scendere. In prossimità del palazzo, Colajanni mi indicò una cabina telefonica.

– Eccola –  Cosa? – La cabina telefonica. E’ da quella cabina che Federico ci annuncia i suoi disastri – Giulia scoppiò a ridere – Quali disastri, pà?  – I peggiori – disse l’avvocato, accendendosi la sigaretta, mentre con l’altra mano si passava il fazzoletto sulla fronte. – Poverino, non lo hai mai sopportato – Giulia non riusciva a comprendere l’avversione di suo padre per quello sciagurato di Federico. Era convinta che la sua fosse pura antipatia e che l’attività di studio, quella strana goffaggine, gli errori ripetuti e ripetuti ancora, la negligenza, a volte strafottenza, non c’entrassero nulla con le liti continue: Federì, nun ne è capito nu cazzo! Federì, ma che cumbin? Federì, ho detto ricorso non atto di citazione. Federì, hai dimenticato nata vota ‘a borsa in tribunale? Eccheccazzo!

– Vedi, Giulia – disse l’avvocato – Federico per me è una persona di famiglia. L’ho accolto nello studio come un figlio. Non è vero, Eduà? Ma se devo dirla tutta, la sua ostinazione per la professione mi ha sempre fatto incazzare. Glielo dico dal primo giorno: Federì, fai un concorso. Chiedi a tuo zio se ti prendono alla Sip. Niente da fare. Deve ringraziare il suocero che gli passa quelle quattro pratiche dell’Inps, se no, a quest’ora, stava fresco. – Sarà – disse Giulia – ma con lui sei troppo severo. Dovresti dargli più tempo, nessuno nasce avvocato –

Riuscimmo a parcheggiare proprio vicino al portone, tra un cassonetto straripante di rifiuti e il furgoncino di uno fruttivendolo. Salimmo in fretta per consegnare i regali prima che lo sposo si avviasse in chiesa. Colajanni aveva comprato un orologio svizzero, completamente d’oro, con i numeri romani. Io dei gemelli ed un fermacravatta. Federico, sarà stata l’emozione o forse il caldo, non so, ci venne incontro più rincoglionito del solito, sudato come un parcheggiatore abusivo sotto il sole di ferragosto. Tanto che Colajanni, dopo avergli fatto gli auguri, si strofinò il fazzoletto sul viso, manco avesse baciato una puzzola. Con molta fatica scartò i regali ricevuti, e visibilmente  commosso ci ringraziò con un altro bacio. Colajanni però stavolta riuscì a schivarlo.

– Forza forza, avviamoci che è tardi – disse l’avvocato, guadagnando l’uscita. Montammo di corsa in macchina e sfrecciammo verso S. Antonio a Posillipo dove di lì a poco si sarebbe tenuta la funzione. Mimmo grondava di sudore e suonava il clacson all’impazzata come se stesse correndo in ospedale con un ferito a bordo. Nonostante i lavori in corso per il rifacimento della carreggiata del primo tratto di via Orazio, arrivammo sulla collinetta di Posillipo in perfetto orario. Lasciammo le chiavi a un tizio col cappellino da marinaio  che tutti chiamavano ‘o barone, e ci avviammo verso la chiesa. Io e Giulia avanti, Colajanni un paio di metri dietro di noi. C’erano molte auto in sosta e la piazzetta era mezza piena.

L’avvocato preferì rimanere all’esterno. Attese la fine della messa appoggiato alla ringhiera della piazzetta fumando come un forsennato. Di tanto in tanto si avvicinava al sagrato per controllare a che punto fosse la cerimonia. Io e Giulia invece dovemmo soffrire stoicamente tra i primi banchi del santuario assieme agli altri invitati assiepati fino all’ingresso. Benedizione. Campane. Amen. Foto. Quando finalmente gli sposi uscirono, fu una liberazione per tutti. Colajanni si rimise immediatamente alla guida della sua Giulietta e, prima ancora che io e Giulia ci sistemassimo nell’abitacolo e chiudessimo per bene gli sportelli, sgommò verso il ristorante. Il peggio era passato.

Da Ciro a Marechiaro l’aria profumava di polpi all’insalata e di fritto di paranza. Il tavolo che ci avevano assegnato era nell’angolino più suggestivo della terrazza. Il tramonto ci sorprese all’improvviso – Finalmente respiriamo – disse Giulia, aggiustandosi i capelli con un fermaglio di madreperla. La brezza si fece piano piano vento e gli ombrelloni all’estremità della terrazza cominciarono ad ondeggiare.

Un’orchestrina prese a suonare uno vecchio swing americano e la terrazza di colpo si trasformò in una pista da ballo. Alla batteria riconobbi Marcello Calopresti, un vecchio compagno di università che non vedevo da anni. Federico conosceva Marcello? Forse era solo un caso. Suonavano pezzi americani molto ritmati, “sincopati” diceva l’avvocato. Poi passarono ai classici napoletani, sempre con arrangiamenti americani. Quando sulle note di “Voce e notte” l’avvocato scoppiò a piangere, non riuscii a trattenere il mio stupore: Colajanni aveva un animo sensibile e io non me ne ero mai accorto. Giulia lo guardò con tenerezza. Con la mano gli accarezzò la fronte. Li osservai in silenzio, rapito da quella scena così commovente ed insolita per due persone come loro, decisamente poco inclini al sentimentalismo. Giulia meno di lui. Eppure. Quella canzone doveva significare sicuramente qualcosa per entrambi. Giulia più tardi mi spiegò che era la stessa che aveva fatto innamorare i suoi genitori. Di fronte al ricordo della moglie, scomparsa prematuramente proprio nel dare alla luce la loro unica figlia, Colajanni non ce la fece a mascherare il suo stato d’animo e si lasciò andare ad uno straziante sfogo emotivo suscitando la curiosità degli invitati più vicini al nostro tavolo. Lui non se ne curò e si abbandonò fino in fondo al doloroso ricordo, accompagnando le note con un leggero gesto della mano. Poi, rialzando il capo e incrociando il mio sguardo affettuoso, accennò un sorriso, amaro e stentato. Solo un’infelice incursione di Federico poteva spezzare quel malinconico incanto, quell’atmosfera così struggente e beffarda. Difatti, proprio in quell’istante, il giovane sposo, contro ogni benevolo senso dell’opportunismo, si materializzò al nostro tavolo, e vedendo Colajanni in quello stato, con gli occhi rossi di pianto, esclamò ad alta voce – Avvocà, ch’è successo? Non vi sentite bene? Chiamo qualcuno? – Colajanni girò il collo strangolato dalla cravatta di Marinella, e con la coda dell’occhio gli fece capire che era tutto a posto. Poi, con la mano gli fece segno di andare. Dove, lo intuimmo solo io e Giulia.

Angelo Cennamo

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MISTERO NAPOLETANO – Ermanno Rea

 

 

Mistero napoletano - Ermanno Rea

 

Se tu avessi un miliardo di miliardi ti compreresti Napoli? E come la cambieresti?

Era questa la domanda più ricorrente nelle conversazioni che il giovane cronista de L’Unità Ermanno Rea intratteneva con i suoi compagni della redazione napoletana nell’Angiporto della Galleria Umberto. Siamo negli anni Cinquanta, Napoli è una città provata dalla guerra e dalla miseria, il suo porto è occupato dalla sesta flotta dei Marines, e nel pci locale sta per deflagrare uno scontro violentissimo tra l’ala stalinista incarnata dal segretario cittadino Salvatore Cacciapuoti, il despota, uomo arcigno, legato alla rigida ortodossia comunista, e i militanti del gruppo Gramsci, come dire: la parte più moderata, democratica e riformista del partito, e che ha avuto in Guido Piegari forse il suo esponente di spicco. A distanza di oltre trent’anni da quella esperienza politica e professionale, Rea decide di  tornare nella sua città per indagare su una vicenda misteriosa che lo ha tormentato per tutto questo tempo: il suicidio dell’amica e collega di redazione Francesca Nobili, avvenuto la sera del venerdì Santo del 1961.

Francesca sembra un personaggio uscito da un romanzo dell’Ottocento, l’eroina di una romantica e intricata storia di tumulti e di passioni che finisce in tragedia, invece è una donna reale, esistita per davvero nella Napoli del dopoguerra, e che per un decennio o forse meno ha incrociato il proprio destino con quello dell’autore di questo libro inchiesta, un po’ saggio un po’ romanzo, che ricostruisce fatti e circostanze seguendo la cadenza di un diario. Attraverso le testimonianze di vecchi amici, documenti archiviati e i diari della protagonista consegnatigli dalla figlia Viola, Rea ripercorre la lunga vicenda personale e familiare della cara amica scomparsa. La storia di Francesca si intreccia con quella del partito nel quale lei stessa militava, e ha come sfondo una Napoli in piena guerra fredda che sta vivendo una stagione cruciale per la rinascita dell’intero meridione.

La ricostruzione letteraria di Rea è molto particolareggiata, Rea nasce cronista e solo dopo una singolare esperienza da fotoreporter, all’età di 63 anni, si reinventa romanziere, e che romanziere.

Francesca Nobili – che si firmava Francesca Spada, col cognome di sua madre – era arrivata a Napoli all’età di quattro anni, dopo essere nata a Tripoli nel 1916 da un ufficiale di cavalleria scomparso forse in un’imboscata. Rea ce la descrive come un’apolide, estranea cioè a qualunque modello sociologico o culturale legato alla tradizione locale. La sua patria era il mondo intero, diceva. Era una donna affascinante, colta, dall’animo inquieto, con due lauree e un diploma al conservatorio. Non si curava del proprio aspetto, si mostrava sciatta, trasandata, agli abiti e ai rossetti preferiva la musica, la politica e la poesia peccato che amasse seppellire le sue grazie in un eterno maglione nero dal collo alto.

In verità, insieme alle sue grazie, Francesca avrebbe desiderato seppellire molto altro, un passato scandaloso che l’aveva resa difronte al pci napoletano una poco di buono, una donna sopra le righe, inaffidabile, una spregiudicata, anzi: una puttana. Prima di legarsi a Renzo, altro membro del pci e protagonista del romanzo, Francesca aveva avuto infatti un precedente matrimonio e un successivo compagno conosciuto in una setta di teosofici che praticava l’amore universale, Ugo Giannino, dalla cui unione erano nati i primi due dei suoi quattro figli. Ugo era riuscito a portarglieli via perché figli di “madre ignota” – la legge del tempo glielo consentiva. Ma non basta. Francesca era imputata del reato di saccheggio davanti al tribunale di Latina per una vecchia storia che risaliva al tempo della guerra e che, più avanti nel racconto, la spingerà a costituirsi in carcere. Insomma, il nome di Francesca era sulla bocca di tutti e non sempre per il suo fervore politico o per la passione con cui si dedicava al giornalismo. Lei e il suo nuovo compagno erano diventate persone scomode, moralmente indifendibili per quello stile di vita così disordinato, scandaloso, e quindi ricattabili.

Dicevamo di Renzo, Renzo Lapiccirella, l’attuale marito di Francesca. Rea ne parla come di un uomo di bell’aspetto, intelligente, generoso, disposto a sacrificare la propria laurea in medicina per perorare la “causa comunista” e inseguire un’improbabile vocazione al giornalismo. Renzo, si direbbe, è un vero progressista: non curante della malevolenza, delle calunnie, dei pregiudizi ( siamo nella Napoli degli anni Cinquanta), sfida tutto e tutti pur di stare con Francesca. I due abitano con i loro figli in una palazzina sui Camaldoli, in una casa misera, senz’acqua né riscaldamento, arredata di soli libri ( quelli non mancano mai) e da un pianoforte sgangherato al quale Francesca sfoga spesso i suoi tormenti.

L’ambiente al giornale e nel centro della città è certamente più stimolante, luccicante, un’atmosfera, reale o romanzata che sia, ricca di fermento e inebriante che il lettore percepisce, annusa anche con una certa invidia. Renzo e Francesca frequentano politici, artisti e intellettuali, un’umanità variegata e appassionata nella quale brilla su ogni altra la stella del più umanista degli scienziati: Renato Caccioppoli, il matematico matto che ispirò il primo film di Claudio Martone, e che si tolse la vita con un colpo di pistola nel 1959, due anni prima di Francesca.

Attraverso la sua persona Rea e tanti suoi compagni intravedevano come una possibilità quasi un sogno che non avevamo neppure osato sognare: quello di un comunismo trasandato, spettinato, stretto in un impermeabile un po’ liso, un comunismo insieme tenero e beffardo, divorato dalla passione per tutte le cose belle e giuste che esistevano sulla terra, un comunismo privo di pregiudizi, tollerante, nutrito di tutte le lingue presenti nel grande albero della vecchia cultura europea. Soprattutto, un comunismo non separato dalla libertà.

Lui, Renzo e Francesca erano accomunati da una napoletanità atipica, poco incline al folklore, molto anticonformista, e le loro scorribande in trattoria o in galleria, al giornale, ce lo confermano.

A questo punto una domanda è  d’obbligo: ma Rea era innamorato o no di Francesca?

E qui forse è arrivato il momento che io chiarisca in maniera perentoria di non essere mai stato innamorato di Francesca. Ma che chiarisca, nello stesso tempo, che la nostra è stata sicuramente un’amicizia amorosa” pag. 63.

Per quanto ci tenga a chiarire, Rea non ci convince affatto.  La sensazione è che l’autore della pasionaria Francesca sia stato innamorato eccome, e che nel suo libro inchiesta abbia taciuto non poche cose. Per rispetto, pudore o semplicemente per galanteria. Ma non importa: chi di noi non si sarebbe innamorato di Francesca, di una donna così fuori dagli schemi da sembrare un personaggio letterario più intrigante di una Emma Bovary o di Anna Karenina?

È il realismo, bellezza. Rea intinge la sua penna nell’inchiostro della vita e dei ricordi e confeziona un capolavoro di altri tempi. Un romanzo d’amore e d’amicizia intriso di storia e di politica. Un racconto malinconico, ricco di poesia e di sentimenti sconfitti, un’opera struggente come solo certi napoletani e le loro trame sanno essere.

Angelo Cennamo

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4 3 2 1 – Paul Auster

 

 

4321 Auster

 

Il caso che governa le nostre vite è il tratto distintivo dell’intera produzione di Paul Auster, scrittore americano di Newark – città natale anche di Philip Roth – che a settant’anni suonati ha voluto cimentarsi nel progetto letterario forse più ambizioso della sua carriera ultratrentennale, quel Grande Romanzo Americano che tutti gli autori a stelle e strisce sognano di scrivere un giorno, prima di appendere la penna al chiodo. A sette anni di distanza da Sunset Park è uscito 4 3 2 1, l’atteso librone di mille pagine (939), il romanzo di cui tanto si è parlato nei salotti editoriali di New York e di San Francisco, che ha tenuto Auster chiuso in casa, lontano da eventi, uscite pubbliche e chissà da cos’altro, per più di tre anni.

4 3 2 1  racconta le quattro vite possibili di Archie Ferguson, ragazzo ebreo di origini russe anche lui nato per caso a Newark come il suo autore, il 3 marzo del 1947. I genitori di Archie, Stanley e Rose, sono persone umili: il padre gestisce un negozio di elettrodomestici insieme ai suoi fratelli, la madre fa la fotografa. Ma nell’evoluzione delle quattro trame del racconto le sorti economiche della famiglia Ferguson fluttuano dalla miseria più nera alla ricchezza, secondo il collaudato meccanismo delle sliding doors al quale Auster ci ha abituato con i suoi libri, a cominciare dalla celebre Trilogia di New York. Le avventure di Archie ricordano molto quelle di Augie March, lo scugnizzo di Chicago ideato dal premio Nobel Saul Bellow, altro scrittore ebreo come Malamud, Roth e lo stesso Auster, gloriosa stirpe di romanzieri oggi degnamente rappresentata dalla generazione dei Chabon, Lethem, Safran Foer ed Englander. Nel destino magmatico di Archie Ferguson, oltre ad una morte prematura – uno dei quattro Archie morirà da bambino – ci sono alcuni punti fermi. Innazitutto zia Mildred, l’intellettuale della famiglia, la docente universitaria che introduce il giovane protagonista ai piaceri della lettura e della scrittura. Poi Amy, il grande amore di Archie, amica, fidanzata, amante e perfino sorrellastra nel gioco dei destini paralleli abilmente disegnato da Auster. Archie è un ragazzo sessualmente precoce, attratto da giovani studentesse ma capace di sedurre anche donne molto più grandi di lui. In una delle quattro opzioni esistenziali, il protagonista del romanzo vive esperienze omosessuali e si lascia attenzionare da un uomo maturo in cambio di denaro.

Le vicende personali e familiari di Archie, i traumi, le passioni sportive che ci riportano ad altri grandi libri ( il prologo di Underworld o a Pastorale Americana ), il suo percorso universitario, alla Columbia o a Princeton o in nessun college – è questo l’Archie che ho preferito rispetto agli altri tre, quello cioè che decide di studiare da autodidatta e che sogna di diventare romanziere a Parigi, sotto la governance dell’affascinante Vivian – si intrecciano con l’affresco vivido, preciso, suggestivo della storia americana degli anni Sessanta che Auster usa da sfondo per le sue trame: gli assassinii di Kennedy e Martin Luther King, la guerra in Vietnam, i tumulti sociali, le rivolte studentesche. Nel Grande Romanzo Americano Archie ci è dentro fino al collo, sia in veste di personaggio che di scrittore.                  

Avrebbe inventato altre tre versioni di se stesso e raccontato le loro storie insieme alla sua storia ( grossomodo la sua storia, perché anche lui sarebbe diventato una versione romanzata di se stesso), e scritto un libro su quattro persone identiche ma diverse con lo stesso nome: Ferguson.  E’ lui il Numero Quattro, l’autore del libro che finirà di scrivere a Parigi il 25 agosto del 1975.

Angelo Cennamo

 

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IL PROVINO

 

IL PROVINO

 

 

Alle due e mezza di pomeriggio il sole sui palazzi di Ostia è ancora alto. Luca ha chiuso dietro di sé la porta di casa, rimesso la suoneria del telefonino sulla modalità normale e agganciato la tracolla al borsone di pelle blu con le cerniere rosse – ultimo modello dell’Adidas – che i suoi compagni di classe gli hanno regalato per il dodicesimo compleanno versando una quota di 6 euro e 50 a testa. Dai finestroni spalancati sulle scale Luca sente la voce di sua madre che sgrida Christian e Christian che piange, odore di carne arrostita sulla brace, la radio della sig.ra Gianna, al secondo piano, gli ricorda che lo scorpione avrà una giornata impegnativa, ma lui è del segno dei pesci. Un cane, magro, con gli occhi tristi, lo affianca nel vialetto fino al cancello e gli annusa le scarpette di gomma dura, poi i calzettoni con i parastinchi, poi le ginocchia. Luca gli offre l’ultima patatina prima di accartocciare il sacchetto oleoso e gettarlo nella fioriera, tra la sabbia sporca di sputi e di mozziconi. Lui la rifiuta e si allontana. La strada che porta al campo di calcio della Vigor è un rettilineo alberato con due lunghe file di auto parcheggiate ai lati. Il marciapiede è stretto e pieno di buche rattoppate, e gibboso per via delle grosse radici dei pini compresse sotto il manto stradale, anche quello solcato come una ragnatela e pieno di increspature. In alcuni punti l’asfalto è più scuro e compatto, in altri è di colore grigio chiaro, sbiadito, sembra di gesso. Il rombo improvviso di una moto squarcia il silenzio del dopopranzo e fa rotolare il barattolo di una pepsi lungo i bordi della strada fino all’avvallamento di un tombino. Luca è concentrato, pensa solo al campo, non ha paura ma sa che lo attende una prova durissima. Dovrà segnare almeno un gol, meglio due, magari su calcio di punizione, con la palla che scavalca la barriera e va ad infilarsi all’incrocio dei pali, e tutti a dire: ma come ha fatto? Oppure con un’azione solitaria, scartando in velocità l’intera difesa avversaria come Diego Maradona ai mondiali dell’86 contro la nazionale inglese. Gli capitò di farne uno identico nella semifinale del torneo studentesco con i Vichinghi della seconda C. Mancavano meno di cinque minuti alla fine della partita quando con uno dei suoi guizzi improvvisi riuscì a rubare la palla a un giocatore che se ne stava lì a cincischiare e cominciò a saltare uno ad uno i suoi avversari come birilli. Dopo aver superato pure il portiere e accompagnato il pallone oltre la linea di porta, si ritrovò tutta la quadra addosso che lo festeggiava. Nel buio di quel groviglio di corpi, gambe, braccia e aliti puzzolenti sentì l’urlo del pubblico sulle tribunette laterali: Lu-ca, Lu-ca, Lu-ca, Lu-ca, Lu-ca.

Al centro del campo l’allenatore a torso nudo e coi pantaloncini rossi ha un fischietto al collo e una cartellina azzurra. Sull’avambraccio sinistro si è tatuato il nome “Luca” in stampatello. E’ muscoloso, depilato, di statura media, con un filo di barba sul volto scavato e rugoso. Intorno a lui i ragazzi formano un semicerchio, lo ascoltano in silenzio. Parla, muove le braccia, mostra ai giocatori i bordi del campo, poi indica le porte, mima gli schemi di gioco flettendo le gambe lisce e abbronzate. Faremo due tempi di 20 minuti ciascuno, con un intervallo di 5 minuti, sta dicendo. Giocherete in questa metà del campo. Anzi no, andremo nell’altra. I ragazzi lo seguono poi si dividono in due squadre composte da 7 giocatori ognuna. Indossano pettorine bianche e gialle. Luca giocherà con la pettorina gialla. Nella sua squadra ci sono Mirko e Simone, suoi compagni di scuola alla Giovanni Paolo II. Dell’altro gruppo conosce solo Fabio, un bambino che abita nel suo palazzo. E’ il figlio di Enza e Roberto, amici dei suoi genitori. Quei due litigano sempre e Fabio per non sentirli litigare alza il volume dello lo stereo finché non smettono di litigare tra di loro e cominciano a litigare con lui. Ma a Fabio va bene così. Fischio di inizio. Serpentina di Mirko sulla fascia sinistra che si libera di due avversari e crossa, ma il portiere esce e blocca. Triangolazione a centrocampo degli avversari, Luca arretra per conquistare la palla. Ci riesce Simone che gliela passa subito dopo. Luca‎ salta un avversario e punta verso la porta, cade. Fallo! Alzati, dice l’arbitro-allenatore. Il gioco prosegue. Rimessa degli avversari, stop di petto di Marco che passa la palla a Simone che di tacco la fa filtrare a Luca. Dietro di lui Fabio prova a rubargliela, Luca cade di nuovo. Fallo! Alzati, gli grida l’arbitro-allenatore. Ma è fallo, mi ha spinto! Dice Luca. Non ti ha spinto, ha preso il pallone, dice l’arbitro-allenatore facendo segno di continuare. Il primo tempo finisce con il punteggio di 0 a 0. Cambio di campo. Luca dice a Simone di giocare spostato più sulla fascia per non occupare la sua zona. Rilancio del portiere avversario, la palla arriva a Luca che salta subito un avversario, vede Simone libero davanti a lui ma non gli passa la palla, temporeggia con una finta, poi un’altra finta, la perde. Fallo! Ma quale fallo? Avanti, dice l’arbitro-allenatore. Mancano due minuti alla fine della partita, Luca gronda di sudore e fino a quel momento non è riuscito a tirare una sola volta in porta, per un attaccante non è il massimo. Calcio di punizione per gli avversari, la palla si infrange sulla barriera, la riprende Simone che lancia Luca sulla fascia sinistra, Luca rincorre il pallone, è la sua ultima opportunità per segnare e far vincere la sua squadra, ma la palla corre più di lui, Luca allunga la gamba sperando di tenerla in gioco, andata. Rimane a terra per riprendere fiato, si tocca la punta delle scarpe con le dita, poi si gira verso i compagni. Triplice fischio, si va negli spogliatoi. Fa ancora caldo, un tizio col cappellino distribuisce bottiglie d’acqua e integratori vicino alla rete metallica che delimita il campo, Luca non beve, si asciuga il sudore con la pettorina, sulla gamba destra ha un taglietto rimediato in una scivolata, dietro di lui c’è Simone, lo raggiunge e gli appoggia il braccio sulla spalla. Ti fa male? Chiede. Cosa? Il taglio, ti fa male? Quale taglio? Ah, no, non è niente. Mi prenderanno? Secondo me, si, gli dice Luca; hai giocato bene, hai intercettato molti palloni, un giocatore come te fa sempre comodo.  Lo spogliatoio è un forno, l’afa si mescola alla puzza di piedi e di ascelle, ormoni in visibilio. L’acqua fresca e veloce della doccia fa scivolare tutto, libera il corpo dalla fatica e la mente dai pensieri. Luca sa di aver giocato male.‎ Fuori ad aspettarli c’è l’allenatore con la sua cartellina azzurra. Si è cambiato, ora indossa una maglia bianca e i pantaloni della tuta. Al collo ha ancora il fischietto. Il sole è ancora alto e i ragazzi sono allineati sul bordo del campo in attesa del verdetto, con i capelli ancora bagnati per la doccia. Facciano un passo avanti quelli che sto per chiamare. L’allenatore si schiarisce la voce con un colpo di tosse, di fianco a lui c’è il tizio che prima distribuiva le bottiglie d’acqua, tra lui e i giocatori c’è una distanza di tre metri, più o meno. Paolo Moresi, Alessio Biagi, Marco De Santis, Mirko Delli Carri, Simone Spiezia. Gli altri possono andare, grazie. Luca, tu aspetta, devo dirti due cose. I giocatori scelti esultano, qualcuno urla, si abbracciano. Grazie mister, dice Mirko. Poi tutti gli altri: grazie mister. Simone si volta verso Luca, Luca sta calpestando qualcosa, ha la testa bassa e le braccia conserte.  Domani passate in segreteria per compilare il modulo e lasciate i vostri dati. Grazie. A Domani. A domani, mister, dicono i ragazzi scelti allontanandosi insieme agli altri.

Luca e l’allenatore ora sono rimasti soli sul campo. Anche il tizio si è allontanato per chiudere gli spogliatoi e accendere gli idranti. Parla da solo. Sbraita non si sa per cosa. Non hai giocato male, dice l’allenatore a Luca, accarezzandogli la testa. Ti ho visto correre, in un paio di occasioni hai saltato l’avversario, sei migliorato nella visione del gioco, hai mantenuto bene la posizione in campo. Nella fase conclusiva invece sei venuto meno, non ho annotato neppure un tiro in porta. Male. Nel complesso ti darei un 6. Forse 6 e mezzo. Ma non basta, e lo sai. Per giocare in quel torneo devi meritarti un otto pieno. Intesi? Un otto pieno. Ti ho deluso? No, deluso no. Però a volte sembri stanco, demotivato, senza voglia. Non ti capisco. Devi impegnarti di più, e divertirti di più. A che pensi? A niente. Luca guarda le gradinate vuote, le lamine di ferro riflettono gli ultimi raggi di luce. Ripassa nella sua mente le azioni della partita, rivede gli errori. La memoria torna a quel gol segnato contro i Vichinghi, all’esultanza dei suoi amici, al tifo del pubblico sugli spalti. Chissà quando gli ricapiterà di fare un gol come quello. Un otto pieno. Gli arriva l’odore dell’erba bagnata, e il sibilo a scatti dell’idrante quasi lo innervosisce. Si passa la mano tra i capelli, sbuffa. Ok, papà. Dammi il cinque.

Angelo Cennamo

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LA FERROVIA SOTTERRANEA – Colson Whitehead

 

 

La ferrovia sotterranea - Colson Whitehead

 

 

Colson Whithead, scrittore afroamericano di New York, in Italia è pressoché sconosciuto, nonostante la non più giovanissima età e la pubblicazione di ben otto libri tra romanzi e saggi. Nel 2016, Whitehead si è imposto all’attenzione della critica, oltre che dei lettori, con un romanzo premiato sia col Pulitzer che con il National Book Award. Non accadeva da almeno vent’anni che lo stesso libro si aggiudicasse entrambi i premi, i più prestigiosi della letteratura Usa. Underground railroad – nella versione italiana La ferrovia sotterranea – è un romanzo avventuroso che affronta i temi che più di ogni altro hanno segnato la storia e la cultura del continente americano: lo schiavismo e il razzismo. E lo fa senza indulgere alla retorica né agli stereotipi di altra narrativa o cinematografia che a questo argomento si sono ispirate per produrre decine di pubblicazioni, film e fiction televisive, da La capanna dello zio Tom a 12 anni schiavo, da Il buio oltre la siepe a Radici, il romanzo di Alex Haley che racconta la saga familiare di Kunta Kinte, poi diventato una fortunata serie tv.

Whitehead colloca la sua storia nel profondo Sud, in Georgia, nei primi anni dell’Ottocento. Cora, la protagonista, è una ragazza di colore prigioniera nella piantagione di cotone dove è nata e cresciuta. E’ una randagia perché è rimasta sola – ha perso la protezione di Mabel, sua madre, scappata chissà dove quando lei era ancora una bambina – e perché per la sua indole ribelle si è attirata l’antipatia e il discredito di molti altri schiavi. La piantagione dei fratelli Randall è un vero e proprio campo di concentramento dove centinaia di uomini, donne e bambini lavorano duramente, in condizioni disumane, per un tozzo di pane e un misero giaciglio. Chi batte la fiacca o, peggio, tenta la fuga, viene preso a frustate e bruciato vivo. Sopravvivere in quell’inferno è una scommessa angosciante che alimenta un solo desiderio: riuscire a guadagnare la libertà. Ma come? Cora è sfinita, non ne può più dei continui soprusi, dei maltrattamenti, delle molestie; decide allora di fuggire insieme al suo amico Caesar. Le è giunta voce che fuori dal campo, oltre la palude, esiste una ferrovia sotterranea che fa tappa in vari stati del Sud. Quella della ferrovia è un’invenzione fantastica dell’autore del libro per indicare una fitta rete di rifugi e di abolizionisti che hanno realmente sacrificato e messo a rischio la propria vita per aiutare gli schiavi scappati dalle piantagioni. Il romanzo diventa così il diario della lunga fuga di Cora, rocambolesca, pericolosa, ostacolata da uno spietato ed infallibile cacciatore di schiavi, Ridgeway, che nel suo prestigioso palmares annovera tanti successi ed una sola sconfitta, bruciante: la mancata cattura di Mabel.

Attraverso la  ferrovia sotterranea Cora raggiunge la Carolina del Sud dove acquista una nuova identità e inizia a lavorare come domestica. E’ convinta di trovarsi nello stato del Sud più illuminato verso il progresso della gente di colore. Ma si sbaglia. Cora non è ancora una donna libera, anzi non lo è per nulla, scopre infatti di essere stata comprata ad un’asta giudiziaria dal governo del paese, che i neri li raggruppa, li addomestica, e li sterilizza secondo una precisa ed inquietante pianificazione demografica.

Nella Carolina del Nord, Cora rimane nascosta per diversi mesi nella soffitta di Martin ed Ethel, due abolizionisti che pagheranno con la vita quella generosa ospitalità. Come Anna Frank e il Pianista del film di Roman Polanski, la fuggiasca scruta il mondo degli uomini liberi, lì a pochi metri dalla casa, attraverso la finestrella del suo nascondiglio. La libertà scorre felice davanti ai suoi occhi, ma Cora non può toccarla, assaporarla, farne parte. Non ancora. Ridgeway, il cacciatore di schiavi, non demorde, è sempre sulle sue tracce, deve rifarsi dopo la beffa di Mabel. Cora è di nuovo in pericolo, la sua fuga è inarrestabile. Dietro di lei ci siamo anche noi lettori, col fiatone, l’apprensione, la paura di essere presi e riportati nella piantagione dei fratelli Randall. Il racconto scorre veloce e ferroso come i treni della ferrovia sotterranea, magica, fiabesca. Cora è una ragazza forte, i lividi inferti sul suo corpo e sulla sua anima l’hanno indurita, resa quasi invincibile. Altri stati e nuovi incontri l’attendono: Royal, l’uomo che la salverà dalla cattura e che la farà innamorare; Valentine, l’etiope mezzo bianco che nella sua fattoria offre lavoro e istruzione ai neri come lei alla disperata ricerca della libertà. Perché fai tutto questo? Gli chiede Cora. Possibile che non capisci? I bianchi non lo faranno mai. Dobbiamo farlo noi, da soli.

Whitehead ha saputo costruire una storia appassionante, commovente, un po’ western un po’ pulp, ricca di colpi di scena e di suggestioni. Il suo libro è una testimonianza lucida, anche se in parte fantasiosa, di una vicenda, la brutalità del razzismo, sempre attuale e ancora irrisolta in molte parti del mondo. Un romanzo, ambizioso, potente, istruttivo, che non si dimentica.

Angelo Cennamo

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IL DONO DI HUMBOLDT – Saul Bellow

 

 

Il dono di Humboldt - Saul Bellow

 

 

I poeti sono amati, ma solo perché non sanno stare al mondo

 

E’ l’amara riflessione di Charlie Citrine, voce narrante de Il dono di Humboldt, il romanzo che ha portato Saul Bellow a vincere il Nobel nel 1976 consacrandolo tra i giganti della letteratura del Novecento.

Siamo negli anni Trenta, Von Humboldt Fleisher è un poeta d’avanguardia, il primo della sua generazione, bello grosso, spiritoso e colto, si distingue come critico, saggista, narratore, docente senza cattedra a Princeton, personaggio da salotto letterario, il principe dei conversatori la sua conversazione era sostanziosa, nutriente, le sue parole solcano l’universo come la luce, il suo volto è sulle copertine dei giornali più importanti, dal Times al Newsweek.

Negli stessi anni, Charlie è un giovane studente all’Università del Wisconsin, innamorato della letteratura, invidioso del talento e della fama del grande poeta newyorkese. Vuole conoscerlo, gli scrive una lettera. Humboldt gli risponde e lo invita a casa sua. Tra i due nasce una grande amicizia, un patto di reciproca fratellanza che piu avanti verrà suggellato dallo scambio di due assegni in bianco

li incasseremo solo in caso di necessità.

Di lì a un anno ebbi un grosso successo a Broadway e lui andò in banca a incassare il mio assegno. Io l’avevo tradito, diceva: Io, suo fratello di sangue, avevo rotto il nostro patto d’alleanza, tramavo contro di lui, gli avevo messo gli sbirri alle calcagna, l’avevo imbrogliato. Ed era colpa mia se gli avevano messo la camicia di forza e l’avevano rinchiuso a Bellevue. Perciò andavo punito. Andavo multato. E la multa che mi impose fu di seimila settecento sessantatré dollari e cinquantotto centesimi.

Sei un arrivista, Charlie, ti sei lasciato fregare dal fascino di Broadway, dal successo di cassetta, gli rinfaccia Humboldt. Come può uno scrittore fare così tanti soldi? Ebbene sì,  il denaro li aveva divisi.

Il successo di Humboldt dura poco più di un decennio, alla fine degli anni Quaranta la sua stella già non brilla più l’ America affarista e tecnologica ama solo i suoi poeti morti. Li ama sì, ma solo perche non sanno stare al mondo. Prova stima ma anche compassione per questi esseri così puri, buoni, onesti, teneri, destinati a soccombere come poveri mentecatti.

La verità è che la poesia è stata sconfitta dal potere della tecnica Può una poesia caricarti su a Chicago e sbarcarti a New York dopo due ore? O può eseguire calcoli per un volo spaziale? Non ha tali poteri. E l’interesse è dove è il potere.

Tormentato dal proprio declino e dalla miseria incombente, il vecchio genio affoga i dispiaceri nell’alcol e negli antidepressivi. In preda alla pazzia e alla gelosia morbosa per la moglie Kathleen, Humboldt viene prima arrestato poi ricoverato in manicomio.

Nel frattempo, Charlie è diventato un commediografo di successo, ha vinto due premi Pulitzer e in Francia lo hanno insignito con la Legion d’Onore. È ricco sfondato, frequenta il jet set: intellettuali come lui, industriali, uomini d’affari, grandi editori, se ne va in giro in elicottero con Bob Kennedy. Nonostante tutto, l’ex pupillo di mr Fleisher non sembra essersi montato la testa: al clamore e alla centralità di una megalopoli come New York preferisce infatti la sua Chicago, la città dei vecchi amici e di mafiosi alla Ronald Cantabile – personaggio esilarante, goffo e feroce al tempo stesso, che entra nel romanzo barando in una partita a poker giocata con lo scrittore e altri due compari. Charlie non paga il conto? Ronald reagisce prendendo a bastonate la sua Mercedes nuova e minacciandolo di morte al telefono. Sembra impossibile, eppure da questo momento tra i due nasce uno strano e comicissimo rapporto di collaborazione che va avanti fino alle ultime pagine del racconto. Ronald propone all’ingenuo e sprovveduto Charlie affari loschi, si offre addirittura per far fuori Denise, la sua ex moglie che nella causa di divorzio gli sta portando via tutto. Charlie però non demorde e spara le sue ultime cartucce di celebrità e di uomo facoltoso con Renata, giovane bagascia che per bellezza e sensualità ci ricorda la Ramona di Herzog quella troia dalle enormi tette che ora sembra essersi data una calmata pur di accasarsi col noto commediografo.

Nel corso del romanzo, la vita di Charlie e quella di Humboldt non smettono di intersecarsi, anche quando i due sono fisicamente distanti. Una mattina, passeggiando per New York, Charlie rivede il grande poeta ridotto a vivere come un clochard, mentre tra due auto parcheggiate sta divorando una ciambella. Vorrebbe avvicinarsi, salutarlo, ma non ne ha il coraggio. Perde così l’ultima opportunità per riconciliarsi con il suo amico-nemico: poche ore dopo, infatti, Humboldt muore fulminato da un attacco di cuore nell’alberguccio di Time Square, una specie di ospizio dove si era ritirato, abbandonato da tutti, moglie compresa. La stessa notte, Charlie aveva alloggiato al Plaza

 La morte di Humboldt mi commuoveva più dell’idea della mia

Nella mente di Charlie ora si affollano ricordi e rimpianti, riecheggiano le parole sacre che lo avevano nutrito in tutti questi anni: Poesia, Bellezza, Amore, Terra Desolata, Alienazione, Politica, Storia, Inconscio e le bizze di una psiche ballerina Se l’Energia è gioia e se l’Esuberanza è Bellezza, il Maniaco-Depressivo la sa più lunga di chiunque altro, in fatto di Bellezza e di Gioia gli diceva sempre Humboldt.

Perché quella mattina non gli ha parlato?

Dopotutto, Humboldt aveva fatto quel che la cassa America si aspetta che facciano i poeti. Era corso dietro alla rovina e alla morte con più accanimento che non dietro alle donne. Aveva sciupato il suo talento, la salute, e aveva raggiunto il traguardo della tomba rotolando per una china polverosa. Si era scavato da sé la fossa.

 

Charlie è un uomo infelice. Il suo psicanalista gli spiega che è un soggetto ansioso con un senso di colpa. Un depresso. Un melanconico.

Non sopporta il successo. Deve districarsi tra una ex moglie, i suoi avvocati, il fisco, e Cantabile che non lo molla mai. Ha paura della povertà, Charlie, e il pensiero della morte non smette di tormentarlo. Pensa e ripensa ad Humboldt, ai suoi insegnamenti, alla sua lucida follia. Ricordati che siamo esseri soprannaturali, gli diceva.

Quella frase ritorna sempre. Cosa vorrà dire? Con il vecchio genio il conto resta ancora aperto. Sui titoli di coda, una lunga lettera e un misterioso testamento, la curva di un tempo che sembra non finire mai.

Leggendo Il dono di Humboldt – premio Pulitzer 1975- libro ispirato alla figura di Delmore Schwartz, poeta depresso realmente esistito, che aveva aiutato Bellow ai suoi esordi  – si ride, si piange, si medita. È il tratto di Bellow il flusso di coscienza; i suoi romanzi contengono lunghe riflessioni filosofiche sulla vita e la morte, sull’America, sull’inquietudine. E i protagonisti delle storie sono molto cerebrali. Come Herzog e Mr. Sammler, Charlie Citrine vive immerso in mille pensieri: Renata, Denise, le figlie, avvocati, tribunali, Wall Street, il sonno, la morte, la metafisica, il karma, la presenza dell’universo in noi, il nostro essere presenti nell’universo stesso, il ricordo di Humboldt prezioso amico immerso nella notte senza tempo della morte, compagno di un’esistenza anteriore (quasi), beneamato e perduto.

Il dono di Humboldt è un’opera impressionante per ironia, intensità e senso estetico. Un libro immaginato e scritto per palati fini, l’atto culminante di una carriera superba e gloriosa di un vero maestro della letteratura. Un romanzo comico sulla morte, lo definì Bellow. Un estuario di emozioni o, più semplicemente, un capolavoro.

Angelo Cennamo

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