LA CONTROVITA – Philip Roth

 

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Lo scrittore Nathan Zuckerman è alle prese con il testo più angosciante che possa mai capitargli di scrivere:  l’elogio funebre di suo fratello Henry, morto a seguito di un intervento chirurgico di by-pass coronarico. Un’operazione azzardata e per questo sconsigliata da tutti, ma necessaria a prolungare la relazione extraconiugale che Henry intrattiene con Wendy, la giovane e disinibita igienista dentale del suo studio medico. Nel corso del racconto scopriremo però che quella raccontata da Zuckerman non è la storia del giovane fratello, professionista serio, marito impeccabile e padre premuroso, ma la sua. Dei due fratelli, infatti, è Nathan l’uomo infedele, il libertino, l’amante della bella vita, il maschio sessualmente irrefrenabile che alza l’asticella del rischio per non rassegnarsi ad una prematura pace dei sensi.

Pubblicato nel 1986, La Controvita è uno dei romanzi più complessi ed oscuri di Philip Roth. Di difficile lettura, labirintico, specialmente nella prima parte, ma ricco di spunti acuti e interessanti anche sotto il profilo storico-religioso  –  tutta la parte centrale del libro è occupata da una polifonica dissertazione sulla questione israelo-palestinese che ci riporta ad un altro grande romanzo sulla ricerca dell’identità religiosa: Eccomi di Jonathan Safran Foer. La trama del libro affascina il lettore per i suoi intrecci pirandelliani e per i continui travestimenti dei due Zuckerman: lo scrittore sregolato ed istrionico e il dentista grigio e perfezionista. La simulazione e la dissimulazione sono uno standard nella produzione letteraria di Roth, una sua peculiarità, un vertiginoso espediente narrativo che lo scrittore di Newark adopera per raccontare se stesso senza mostrarsi fino in fondo. Nella finzione, Henry, dopo essere sopravvissuto all’intervento chirurgico, abbandona moglie e figli e fugge in Israele per ritrovare le radici della sua fede. Nel richiamo ancestrale della Giudea scopre una nuova dimensione umana e spirituale, molto lontana da quella frenetica e materialistica degli Stati Uniti.  Nathan – alter ego di Roth – è invece un ebreo laico, distante dall’integralismo di Hebron. Eppure, in una trasferta natalizia nei dintorni di Londra, a casa dei familiari di sua moglie, Nathan ritroverà le stesse convinzioni del fratello, un ambiente molto somigliante a quello ortodosso della Giudea, e una suocera snob e antisemita che lo costringerà, per la prima volta nella vita, ad interrogarsi su cosa voglia dire oggi essere un ebreo.

La Controvita non figura tra i romanzi più conosciuti di Philip Roth, ma è un libro che segna una svolta importante nella sua carriera: il romanzo della maturità che chiude il ciclo del ribellismo iniziato con Lamento di Portnoy, e del protagonismo assoluto di Nathan Zuckerman. Il preludio di una nuova stagione che porterà Roth a scrivere capolavori come La macchia umana, Il teatro di Sabbath e Pastorale americana.               

Angelo Cennamo

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OGNI COSA E’ ILLUMINATA – Jonathan Safran Foer

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In Molto forte, incredibilmente vicino era un bambino (Oskar Schell), rimasto orfano del padre dopo l’attentato alle Torri Gemelle, che se ne andava in giro per New York alla ricerca di uno sconosciuto mr. Black. Nel più recente Eccomi, un quarantenne ebreo (Jacob Bloch) sull’orlo del divorzio che rivive il paradosso biblico di Abramo: assecondare contemporaneamente il richiamo alla salvezza del suo matrimonio, e quello alla difesa di Israele, devastato da un violento terremoto e minacciato da una guerra imminente. In Ogni cosa è illuminata, il suo romanzo di esordio, Jonathan Safran Foer, nei panni di se stesso, è un giovane studente ebreo americano che, con in mano una vecchia foto, vola in Ucraina per ritrovare la donna che salvò suo nonno dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. Safran Foer è uno scrittore in movimento, sempre in viaggio – on the road –  alla ricerca non solo delle proprie origini o di una semisconosciuta identità ebraica, ma anche di una scrittura nuova, di coraggiose sperimentazioni narrative che hanno fatto di lui, nonostante la giovane età – Ogni cosa è illuminata Foer lo scrisse a poco più di vent’anni –  uno dei maggiori autori della letteratura contemporanea.

Il romanzo procede su tre diversi piani narrativi che nel corso del racconto si intersecano tra loro formando una trama unica ma prodigiosamente polifonica: l’avventuroso itinerario del giovane protagonista, accompagnato dalla strampalata combriccola dell’agenzia “Viaggi e tradizione” ( il coetaneo Alex, la cagnetta puzzolente Sammy Davis jr jr, e il nonno di Alex, affetto da una strana cecità psicosomatica che non gli impedisce però di guidare l’auto presa a noleggio, anche perché è l’unico patentato del gruppo); la ricostruzione della complessa saga familiare di Safran Foer che inizia ben tre secoli prima in uno sperduto villaggio ucraino con un tragico incidente su un fiume; lo spassoso e sgrammaticato epistolario tra Jonathan e l’aspirante collega Alex sulla stesura del libro che dovrà raccontare le vicende del viaggio. Un andirivieni spazio-temporale di non facile lettura che però incuriosisce il lettore, soprattutto nei punti in cui il racconto si infittisce di ricordi e di immagini che sembrano cambiare verso alle convinzioni iniziali.

Ogni cosa è illuminata è un romanzo sulla memoria che racconta una storia drammatica e divertente al tempo stesso; la magia di un ragazzo che a vent’anni sogna di fare lo scrittore e di illuminare, tra verità e finzione, il passato doloroso dei suoi antenati. Pagine di poesia dal sapore antico e fanciullesco – secondo un refrain familiare allo stile di Safran Foer – la grammatica di un postmodernismo isterico che non rinnega il passato, ma lo rielabora attraverso nuovi costrutti, sempre originali e sorprendenti.

Angelo Cennamo

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BUTCHER’S CROSSING – John Williams

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Bastava un solo sguardo, o quasi, per contemplare tutta Butcher’s‎ Crossing: sei baracche o poco più, tagliate in due da una stradina sterrata. Lo scenario desolante che accoglie William Andrews dopo due settimane di viaggio sembra il piano sequenza di un vecchio film di Sergio Leone. Andrews è uno studente di Harvard alla ricerca di una nuova identità ancora sconosciuta: “Era un sentimento, era un’urgenza che doveva esprimere. Ma sapeva che qualsiasi cosa avesse detto, non sarebbe stato che un altro nome, inadatto a descrivere quella natura selvaggia che andava cercando….l’origine e la salvezza del suo mondo”.

In tasca ha una lettera di raccomandazione di suo padre. Deve consegnarla a un commerciante in pelli di bisonte, un tale McDonald, suo vecchio amico. Sarà lui ad instradarlo in quel microcosmo di cacciatori spietati e di prostitute da saloon, uomini duri, dai modi spicci e disposti a tutto per un pugno di dollari. Miller, Charley Hoge e Fred Schneider hanno i volti e le mani segnati dalla fatica e dalle intemperie. Tra una caccia e l’altra, se ne stanno al Jackson a scambiarsi ricordi e a bere whisky. Andrews si unisce al gruppo per cacciare una grossa mandria di bisonti che Miller racconta di aver avvistato in un precedente viaggio nel Colorado, e mette a disposizione il suo gruzzoletto per finanziare la spedizione.

Capì che la battuta di caccia che aveva concordato con Miller non era che uno stratagemma, un trucco per ingannare se stesso, per blandire le sue abitudini più radicate. Non erano certo gli affari a condurlo laggiù….Partiva in completa libertà…..Sentiva che ormai, ovunque vivesse, ora come in futuro, si sarebbe sempre più allontanato dalla città, per ritirarsi nella natura selvaggia”  


Prima di partire, Andrews arriva a sfiorare l’amore disinteressato di Francine, la squillo più bella e desiderata del Jackson’s saloon. L’imbarazzo della prima volta però gioca brutti scherzi: nella penombra di una sgangherata stanza d’hotel, davanti al corpo nudo e invitante di lei, l’ingenuo William rimane senza parole e dalla vergogna fugge via.
La spedizione in Colorado, tra luoghi sconosciuti, sentieri impervi e mancanza d’acqua, è una vera odissea. La carovana di Miller deve superare prove durissime: la diffidenza di Schneider, sempre sul punto di abbandonare il gruppo nei momenti di maggiore difficoltà, la mancanza di riferimenti certi, prima il caldo poi la neve, che intrappolerà i quattro avventurieri nella tormenta e li costringerà a ritardare il rientro di molti mesi. Andrews e i suoi compagni di viaggio sono allo stremo, lottano per la sopravvivenza, e di quei bisonti che aveva avvistato Miller anni fa non vi è alcuna traccia. C’è da fidarsi? Non hanno altra scelta. La salita verso la montagna è una sfida improba, sfiancante, ma ecco che “A sud-ovest…..una macchia nera si muoveva nella valle, sotto ai pini scuri che crescevano sulla montagna davanti a loro……Poi la macchia pulsò, come una grande massa d’acqua agitata da oscure correnti“. Finalmente si apre la caccia. Il fucile di Miller spara a ripetizione. L’inesperto Andrews obbedisce ai comandi del capo, mentre Schenider, come un forsennato, scuoia i bisonti abbattuti: almeno cinquemila capi, un bottino di ventimila dollari.

Con l’arrivo della primavera la neve inizia a sciogliersi. “Domani si riparte”, dice Miller alla sua truppa. Brevi momenti di euforia che si dissolvono improvvisamente in un’inspiegabile tristezza: Andrews “sentiva che non sarebbe stato più lo stesso”. Quell’esperienza tra gli altopiani del Colorado l’aveva allontanato per sempre dalle proprie origini e gli aveva fatto maturare un desiderio irrefrenabile di libertà, una libertà a lui sconosciuta, indefinibile, forse inappagabile. E’ giunta l’ora di sellare i cavalli e di rimettersi in marcia, ma il faticoso rientro a Butcher’s Crossing nasconde molte altre insidie, e niente, proprio niente sarà più come prima.‎

Ho letto Butcher’s Crossing sull’onda emotiva di Stoner, il romanzo più popolare di John Edward Williams, pubblicato nel 1965 e scoperto con cinquant’anni di ritardo grazie ad una fortunosa ristampa francese. Butcher’s Crossing era uscito in America cinque anni prima, più o meno nell’indifferenza di tutti com’era accaduto con l’altro libro di Williams, oggi considerato dalla critica “il romanzo perfetto” e celebrato con il suo autore in un saggio interessantissimo di Charles J. Shields. E’ un western letterario, spietato, carico di passione, ma anche un originale romanzo di formazione sulla ricerca della libertà e della bellezza. Pagine di grande letteratura sepolta per troppi anni da montagne di libri, inutili da scrivere, inutili da leggere.

Angelo Cennamo

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LA FORTEZZA DELLA SOLITUDINE – Jonathan Lethem

 

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Negli anni del liceo, tra gli appunti disordinati sulla mia scrivania,‎ avevo una vecchia foto di Brooklyn, in bianco e nero, un po’ sgualcita, presa chissà dove. Mostrava lo scorcio di una strada verosimilmente malfamata, con un marciapiede sudicio, crepato, sbilenco, scritte illeggibili sui muri, dei neri con i capelli lunghi e jeans a zampa di elefante appoggiati all’ingresso di un palazzo, anche questo fatiscente, fatto di mattoni scuri – forse marroni – e delle auto con i musi lunghi incolonnate ai bordi della carreggiata. Per parecchio tempo quella foto ha evocato nella mia immaginazione l’idea dell’America – New York o San Francisco era uguale – i suoi mille dialetti, l’architettura, la musica, le sale da gioco nei seminterrati fumosi, i campi di basket all’aperto con le reti metalliche intorno, le fiancate colorate dei vagoni della metropolitana. A distanza di qualche decennio, ritrovo quella foto con lo stesso marciapiede consumato, le insegne al neon, le auto in sosta e i muri imbrattati di vernice, tra le pagine di romanzi newyorkesi come: Città in fiamme di Garth Risk Hallberg, Follie di Brooklyn di Paul Auster, Underworld di DeLillo, o La fortezza della solitudine, il libro di Jonathan Lethem che ho appena finito di leggere dopo aver archiviato Eccomi, il capolavoro di un altro Jonathan ( Safran Foer) – “Quanti Jonathan nella letteratura”, scrive Franzen in Purity.

Lethem, autore che a Brooklyn ha ambientato almeno la metà della sua prestigiosa e variegata produzione letteraria, appartiene a quella generazione di mezzo di scrittori americani superlativi, come lo stesso Franzen, Chabon, Eugenides, Eggers, Jennifer Egan, Donna Tartt, Wallace – da quest’ultimo Lethem ha ereditato la cattedra di scrittura creativa all’Università di Pomona, in Calfornia  – venuta dopo i DeLillo, Roth, Pynchon, McCarthy, Carol Joyce Oates, Tony Morrison e Richard Ford –  che ha saputo non solo conservare intatta la fama dei suoi predecessori, ma è stata capace di innovare oltremodo gli standard di una scrittura che, in quanto a modernità e propensione allo sperimentalismo, non è mai stata seconda a nessuno.

La fortezza della solitudine è un romanzo del 2003; racconta la storia di una lunga amicizia tra due ragazzi, uno bianco l’altro di colore, vicini di casa in Dean Street, a Brooklyn. Nel racconto appassionato e malinconico di Lethem, che si sviluppa tra gli anni ’70 e i ’90, Dean Street ci ricorda la via Gluck della canzone di Celentano, ovvero il luogo di un’infanzia povera, tempestosa, ribelle, ma profondamente creativa, feconda di curiosità e prodiga di insegnamenti, un punto nella geografia dell’anima dal quale non si può prescindere, e con cui, prima o poi, occorre fare i conti “dovevo tornare nel luogo a cui un tempo appartenevo“, dirà il protagonista in uno dei passaggi cruciali della trama.

Dylan Ebdus e Mingus Rude, al di là del colore della pelle, hanno molto in comune: sono entrambi figli unici cresciuti senza madre né fratelli, e con due padri artisti. Quello di Dylan è un pittore frustrato, costretto, per sbarcare il lunario, a dipingere copertine di libri, ma con un sogno nel cassetto che prima o poi finirà per avverarsi. Mr. Rude è invece una meteora della black music, caduta nella peggiore desolazione e nella dipendenza dalla cocaina dopo una aver vissuto una breve parentesi di popolarità nei Distinctions. Un romanzo di formazione, si direbbe, nella scia di Oliver Twist o di Augie March. Proprio così. Ma quando Lethem attinge dal passato, lo fa con originalità e rimanendo fedele al proprio stile.

Le scorribande di Dylan e di Mingus, la passione per i supereroi, le partite di football, la droga, il bullismo nel quartiere, la scoperta del sesso, sono il diario di bordo di una militanza a volte spietata, pericolosa, e tragica, come la sparatoria che a un certo punto della storia dividerà le strade dei due amici.

Dopo una rovinosa carriera universitaria nel Vermount, nella seconda parte del racconto Dylan lo ritroviamo a Berkeley, in California, dove scrive per una nota rivista musicale. Tra un’avventura sentimentale e l’altra, l’ex scugnizzo newyorkese incontra e intervista big dello spettacolo – tutto il romanzo è ricco di citazioni sul cinema e sulla musica pop, rock e funk – ma la sua nuova vita è tormentata dai fantasmi di un passato che sembra non sbiadire mai: Dean Street, l’amico Mingus, la madre sparita, sono una vera ossessione, un tarlo che nelle ultime pagine spingeranno Dylan sulla via del ritorno.

La fortezza della solitudine è un romanzo sull’amicizia, sui conflitti razziali e sulla buona musica. Ma è soprattutto un libro che parla dell’assenza, di una mancanza incolmabile e indecifrabile che qualcuno più comunemente chiamerebbe “nostalgia”. Il grande romanzo americano? No, “Piuttosto un grande romanzo su Brooklyn“. Così preferisce definirlo Jonathan Lethem.

Angelo Cennamo

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IL GIORNO DELL’INDIPENDENZA – Richard Ford

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Romanziere fallito, ex giornalista sportivo ed ex marito, alla soglia della mezza età, nonostante tutto, Frank Bascombe è un ottimista. A bordo della sua auto se ne va in giro per il New Jersey a mostrare case in vendita a clienti assillanti e indecisi come i coniugi del Vermount Joe e Phyllis Markham. E’ un uomo pieno di rimpianti, Frank, col bisogno di inseguire le donne solo per tenersi tranquillo, ma da quando ha divorziato si è ripromesso che non si sarebbe mai lamentato della sua vita, sarebbe solo andato avanti e avrebbe cercato di fare del suo meglio, errori e tutto, perché “si può fare in modo che le cose vadano per il verso giusto solo fino a un certo punto“. Il “Periodo di Esistenza”, lo chiama lui, un tempo di libertà e di transizione che gli serve per riflettere e ritrovare se stesso. Bascombe è un uomo qualunque della provincia americana degli anni ‘80, l’everyman che incontriamo in mille altre narrazioni, disilluso dall’umanità e indifferente alle vicende politiche, un professionista cinico, temerario e anche un po’ filosofo “Non vendi una casa a qualcuno, vendi una vita”.

Il weekend del 4 luglio è un’occasione per trascorrere del tempo con la nuova fidanzata Sally e con Paul, il figlio quindicenne arrestato per aver rubato tre confezioni giganti di preservativi e aggredito un commesso. Paul vive nel Connecticut con sua madre Ann, monitorato dai servizi sociali e seguito da uno psichiatra. E’ un ragazzo fragile, segnato dal divorzio dei genitori e dalla morte prematura del fratello Ralph. La lunga gita in macchina di Frank e Paul, tra ingorghi di turisti festanti e fuochi d’artificio, si rivelerà piena di imprevisti e di malinconici flashback, e avrà un finale drammatico che lascia però intravedere un futuro meno fosco.

Il giorno dell’Indipendenza è uno dei libri più noti e apprezzati di Richard Ford – autore che ha raggiunto la popolarità nel 1986 con Sportswriter, inserito da “Time” tra i 100 romanzi in lingua inglese – nel 1995 ha vinto due premi letterari prestigiosi: il Pen/Faulkner e il Pulitzer, ed è il secondo capitolo della quadrilogia di Bascombe, saga che prosegue nel 2008 con Lo stato delle cose e nel 2015 con Tutto potrebbe andare molto peggio. In questo romanzo il non-alter-ego di Ford ha cambiato vita: ha abbandonato la professione di giornalista per intraprendere quella di agente immobiliare, e ha divorziato dalla moglie. Da quel giorno, dal giorno del divorzio, sono trascorsi ormai sette anni, ma per quanto si sforzi di guardare avanti, Frank continua a rimuginare sui propri fallimenti e a fare i conti con un passato ingombrante che nelle ultime pagine sembra ritornare.‎

Richard Ford, classe 1944, è uno scrittore del Mississippi dallo stile ironico, minimalista, poco letterario, bravo a raccontare la middle class americana e le insicurezze dei suoi protagonisti. Il realismo della disperazione e la crudezza della sua scrittura ricordano un po’ la prosa disadorna e graffiante di un altro grande maestro del sud: il texano Joe R. Lansdale.

Il giorno dell’Indipendenza è un romanzo sulla disgregazione della famiglia, le difficoltà dei rapporti umani e la solitudine di un uomo adulto, temi di grande attualità che riflettono le esperienze di tanti lettori, ad ogni latitudine. Vissuti dolorosi, negligenze, colpi bassi dai quali è difficile riprendersi. Ma Ford non indulge all’autocommiserazione né alla retorica del colpevolismo, come fa ad esempio Malamud con i suoi personaggi sconfitti dall’ingiustizia e perseguitati dalla malasorte. Le trame di Ford, anche quando si caricano di riflessioni amare e di brutti ricordi, come questa, sono venate di comicità e di un moderato ottimismo. Per Frank Bascombe non tutto è perduto.

Angelo Cennamo

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ECCOMI – Jonathan Safran Foer

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Come può appassionarsi un lettore italiano a un romanzo che parla di una famiglia ebrea e della distruzione dello Stato di Israele, con almeno un centinaio di parole incomprensibili perché scritte in lingua yiddish? Me lo sono chiesto prima di acquistare Eccomi di Jonathan Safran Foer –  enfant prodige della letteratura americana, autore di bestseller come Ogni cosa è illuminata e Molto forte, incredibilmente vicino.

Eccomi è un romanzo ambizioso che ha richiesto almeno un decennio di lavorazione, e il perché lo si intuisce da una serie di particolari che non sfuggono neppure al lettore più sprovveduto: la ricerca di una scrittura perfettamente aderente alla modernità, l’intensità “delle” sue trame, un’architettura di parole precise, calibrate in modo millimetrico; lo sforzo ( ben ripagato) di raccontare la globalità che si infiltra nel domestico, le piccole cose mescolate ad eventi internazionali, dettagli di una quotidianità nella quale ci riconosciamo tutti. Leggendo Eccomi, e amandolo fin dalle prime pagine, ho capito questo. Ho capito che  i libri non hanno quasi nulla a che vedere con i luoghi in cui vivono i loro personaggi e alla fede che professano. E che in ogni storia particolare, in qualunque angolo del mondo essa venga raccontata, anche il più remoto, c’è sempre una dimensione umana più ampia – che dilata i confini, la lingua, le tradizioni – all’interno della quale ciascuno può ritrovare se stesso. Jacob Bloch e sua moglie Julia sono una coppia di quarantenni di Washington sull’orlo del divorzio. Hanno tre figli, il primo dei quali, Sam, è implicato in una brutta vicenda scolastica per via di alcune scritte omofobe e razziste. L’approssimarsi del suo Bar Mitzvah – il rituale ebraico che introduce all’età adulta – è un’occasione per rivedere i cugini israeliani e ritrovare il senso di un’identità forse perduta. Nelle due settimane in cui si svolge la storia, Julia deve decidere cosa fare del suo matrimonio: sul cellulare del marito ha trovato dei messaggi erotici destinati a un’altra donna. Il quadro delineato da Safran Foer  è minuzioso, ben calato nella realtà dei nostri giorni, con lunghi dialoghi che offrono al lettore una visuale intimissima delle vicende narrate: i due protagonisti conversano in bagno mentre si lavano i denti, in cucina con i loro figli, in macchina spostandosi da una parte all’altra della città.

Sembra di vederla, la famiglia Bloch: una moglie ferita e infelice che, per ripicca forse, flirta con un amico semi-divorziato; tre figli: uno sul confine dell’età adulta che vive una seconda vita virtuale su Other life, dove distrugge sinagoghe  attraverso il suo avatar ” Samanta”; uno sull’orlo di un’estrema coscienza di sé, uno sull’orlo dell’indipendenza intellettuale; un padre xenofobo in preda al terrore e un nonno depresso. Jacob e Julia sono sposati da sedici anni, continuano a fare sesso, “ma quello che era sempre venuto spontaneo arrivò ad avere bisogno di uno stimolo ( sbronzarsi, guardare “La vita di Adele” sul portatile di Jacob a letto, San Valentino) o di uno sforzo per vincere il disagio e l’ipotetico imbarazzo….Più vita condividevano, più si estraniavano dalle rispettive vite interiori“.

A metà romanzo, la tragica notizia di un  violento terremoto che ha colpito il Medio Oriente e messo in ginocchio Israele, apre nuovi spazi narrativi e assesta un altro duro colpo al fragile equilibrio del protagonista. Per Jacob è giunto il momento di passare dalle parole ai fatti: deve difendere suo figlio dalle accuse di razzismo o punirlo come gli chiede il rabbino? Arrendersi al divorzio o adoperarsi  per ricomporre la frattura con Julia? Partire per difendere Israele dalla sua imminente invasione o abbandonare il campo? “Eccomi” è il paradosso biblico nel quale viene a trovarsi Abramo quando Dio gli chiede di sacrificare suo figlio. Dio chiede ad Abramo di uccidere Isacco e Isacco chiede a suo padre di proteggerlo. Abramo risponde: “Eccomi” ad entrambi, nel tentativo impossibile di assecondare due richieste tragicamente opposte. Abramo è guidato dalla fede, non ha dubbi, non torna sui suoi passi, è pronto a qualunque sacrificio. Jacob incarna la declinazione laica dell’ebraismo: il suo ebraismo di facciata lo espone all’incertezza e al ripensamento. Essere ebreo che sentimento è? Se lo chiede anche Henry Zuckerman ne La Controvita di Philip Roth, prima di partire per Gerusalemme alla ricerca di un’identità forse mai conosciuta. Tutto il romanzo di Safran Foer ci appare come un gigantesco tributo alla letteratura di Roth, con spunti e citazioni che evocano alcuni dei suoi maggiori capolavori, dal Lamento di Portnoy a ‎La mia vita di uomo. Il prolungamento ideale di una scrittura che sembra aver trovato nel giovane e talentuoso autore di Washington il suo erede naturale.

Eccomi è un romanzo sulla dissoluzione di un amore e di una nazione. Ma in fondo al buio e oltre il rimpianto c’è ancora tanta vita per cui spendersi: “La vita è preziosa e io vivo nel mondo“‎, dice Jacob a se stesso quando anche il suo cane Argo sta per abbandonarlo.

Angelo Cennamo

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