IL NIX – Nathan Hill

Nathan Hill

Chiamarsi Jonathan, per un aspirante scrittore americano, è già un buon inizio, visti i precedenti di Franzen, Lethem, Safran Foer, Englander e del naturalizzato francese Littel. Dell’esordio di Nathan Hill, napoletano della Florida – non sapevo che ci fosse una Naples anche negli Usa – ne avremmo sentito parlare diversi anni fa se il giovane autore di The Nix non fosse incappato nella peggiore disavventura che possa capitare a chi scrive: il furto del pc con dentro appunti, racconti e un romanzo completo. Un brutto colpo che ha costretto Hill a ricostruire pazientemente il suo libro e a rimandare il debutto al 2016. Eccolo allora il romanzo che negli Usa è diventato un caso editoriale prima ancora che venisse pubblicato.

Il Nix racconta la storia di Samuel Anderson, un giovane insegnante di letteratura inglese che di notte è schiavo di un gioco online chiamato “World of Elfscape”, una specie di other life virtuale nella quale il protagonista si connette con milioni di persone di tutto il mondo per combattere elfi, draghi e orchi. Samuel sa che quella distrazione elettronica è una follia, un inutile passatempo che lo allontana da impegni e decisioni importanti, ma non riesce proprio a liberarsene. Dieci anni prima aveva firmato un contratto e ricevuto una barca di soldi per scrivere un libro che non ha più scritto. Quel tempo è scaduto e il suo editore intende fargli causa. Samuel è disperato. Ma proprio quando tutto sembra precipitare, arriva una telefonata che può cambiare il suo destino: un avvocato intende convocarlo perché risulta essere il figlio di una donna che ha aggredito il candidato repubblicano alla Casa Bianca. Il video dell’attentato rimbalza da un canale televisivo all’altro e su internet ha milioni di visualizzazioni. Faye Andresen, la madre di Samuel, che ha un passato da movimentista hippy e un arresto per prostituzione, a sessant’anni è diventata clamorosamente un’eroina Liberal contro il fascismo repubblicano. Samuel non la vede da più di vent’anni, dal giorno in cui lei abbandonò improvvisamente la famiglia per una ragione sconosciuta “me ne vado per un po’. Non avere paura” gli disse. E’ dietro quella fuga che si cela il mistero del Nix: una leggenda norvegese di uno spirito che può assumere diverse forme e che ogni tanto appare con le sembianze di un cavallo bianco per rapire i bambini. Uno strano incantesimo che separa le persone che si vogliono bene: il Nix è di solito qualcuno che credi di amare. Del passato di Faye, Samuel non sa nulla, ma ora il professore ha una doppia opportunità: ritrovare sua madre dopo la sua fuga misteriosa, e ripagare l’editore scrivendo un libro verità su di lei. Le due storie, quella della giovane Faye negli anni del college e della contestazione pacifista, e di Samuel sull’orlo del licenziamento a causa di una denuncia di una sua allieva fannullona che non vuole farsi bocciare, scorrono separate attraverso lunghi flashback per poi intrecciarsi nel presente. Ne viene fuori un racconto polifonico, lungo circa 760 pagine, con una solida struttura narrativa, ricco di colpi di scena e di umorismo, scritto con uno stile che ricorda molto quello di Jonathan Franzen – in alcuni passaggi ci sembra di rileggere Purity  – e del miglior Michel Chabon.

Il Nix è un romanzo perfettamente calato nella modernità, che affronta molti temi interessanti: i rapporti familiari, l’ossessione per la competizione, la crisi della cultura umanistica – per l’allieva fannullona di Samuel studiare Shakespeare è solo una perdita di tempo – la devianza e la compulsività della connessione a internet, il sogno tradito dei movimenti pacifisti degli anni sessanta, il tutto condito da un pizzico di mistero e di magia. Nathan Hill, che ha già ricevuto apprezzamenti entusiastici da parte della critica e un’opzione per una versione cinematografica del libro, non poteva ambire ad un esordio migliore. Lui, Bret Anthony Johnston e Garth Risk Hallberg sono tra i migliori talenti della nuova letteratura Usa.

Angelo Cennamo

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IT – Stephen King

 

IT

Può una città intera essere posseduta? Questa è la storia di sette bambini finiti casualmente in un incubo durante la calda estate del 1957. Siamo a Derry, una tranquilla cittadina nello Stato americano del Maine. Dopo un violento nubifragio, il piccolo George fa navigare tra i rigagnoli di una strada la barchetta che suo fratello Bill gli ha costruito con un foglio di giornale. La strada è deserta. Tutto intorno è silenzio. La barchetta scivola veloce sull’acqua e va ad infilarsi in un crepaccio proprio sotto il marciapiede. George si avvicina alla buca per recuperare il suo giocattolo, ma trova la morte. Ad ucciderlo è un’entità demoniaca che non ha un nome né un volto. Un mostro multiforme arrivato milioni di anni fa a Derry da chissà quale galassia, e che ogni ventisette anni esce dalle fogne della città per seminare il terrore. Lo chiamano It e il suo travestimento più inquietante è quello del clown Pennywise, il pagliaccio ballerino che intenerisce i bambini con i suoi palloncini colorati, prima di assassinarli con efferatezza. Un gruppuscolo di ragazzini nati perdenti stringe un patto di sangue per uccidere il mostro. Tra di loro c’è Bill, il fratello maggiore di George, detto anche “Bill tartaglia” per via della sua balbuzie.

“Che branco di miserevoli erano stati: Stan Uris con quel nasone da ebreo; Bill Denbrough che a parte: “Hi-yo, ragazzi!” non sapeva dire niente senza balbettare così spaventosamente da farti torcere le budella; Beverly Marsh con i suoi lividi e le sigarette nascoste nella manica della camicetta; Ben Hanscom, così grosso da sembrare una versione umana di Moby Dick; e Richie Tozier, con quei fondi di bottiglia che aveva per occhiali e i suoi voti da primo della classe e la sua lingua saggia e quella faccia che sembrava supplicare di essere squinternata e ricomposta in forme nuove ed eccitanti. C’era una parola per definirli? Oh sì. C’è sempre una parola. Nel loro caso era: impiastri”. In questo gruppo di sfigati emarginati, per completare il quadro, poteva mai mancare un amichetto “negro”? Certo che no. Il suo nome è Mike Hanlon. Con lui si aggiunge anche Eddie, un asmatico psicosomatico che se ne va in giro con un inalatore placebo in tasca.

Sconfiggere il mostro per il club dei perdenti è evidentemente un’impresa impossibile, se non altro perché It si trasforma in continuazione, assumendo sembianze sovraumane e dipanando la sua furia anche attraverso fenomeni sociali incontrollabili come il razzismo, l’omofobia e il bullismo. Henry Bowser, Victor Criss e Belch Huggins sono l’incarnazione di una gang violenta che tormenta e minaccia di morte ogni singolo membro del club. Eppure il piccolo esercito di Bill, un giorno di luglio del 1958, si ritrova faccia a faccia con il mostro, e dopo aver ingaggiato con lui una lotta serrata e spavalda, lo costringe incredibilmente alla fuga. E’ solo il primo round di una sfida che riprenderà ben ventisette anni dopo, quando a Derry ricominceranno quegli strani delitti: uccisioni di bambini, persone che scompaiono nell’indifferenza, quasi, degli abitanti del posto e dei media, che, per chissà quale ragione, preferiscono occuparsi d’altro. E’ come se ogni cosa facesse parte di un disegno più grande.

I piccoli eroi nel frattempo sono diventati adulti. Non sono più dei perdenti, ma uomini di successo, professionisti affermati. Bill è un famoso scrittore di libri horror; Stanley Uris, che da bambino veniva preso in giro “Urina, sporco ammazzacristiani” è un ricco commercialista; Richard Tozier, il quattrocchi rincorso e picchiato da tutti, è diventato un noto deejay “L’uomo dalle mille voci”. Ben il ciccione è finito sulla copertina di Time come il più promettente giovane architetto d’America. Magro, atletico, affascinante. Eddie Kaspbrak gestisce un servizio di limousine a New York, mentre Beverly è diventata un’apprezzata disegnatrice di moda.‎

Cosa ricordano di quella tragica esperienza vissuta tanti anni fa? Nulla. Hanno rimosso tutto, cancellato ogni traccia. Il solo a ricordare è Mike, l’afroamericano, l’unico dei sette che è rimasto a Derry. Gli americani costruiscono il loro successo sull’oblio, sembra volerci dire Stephen King. Guardano sempre avanti. E’ la loro forza ma anche la loro debolezza, perché talvolta finiscono per ripetere gli errori del passato. Ma i neri non dimenticano. Mike Hanlon, il depositario della memoria, sa che It è tornato. Chiama i suoi amici e li convoca a Derry per l’ultimo atto di quella sfida infernale.

Siamo alla seconda parte della storia. E’ il 28 maggio del 1985. Cosa accade la sera di quel 28 maggio nella vasca da bagno di Stanley Uris, da pagina 64 a pagina 68, non ve lo dico. Ma qualunque cosa vi suggerisca la parola “suspance”, non si avvicina neppure lontanamente a quanto leggerete in quel paragrafo del libro.

Ritrovarsi dopo tutto quel tempo è per i perdenti di Bill un’esperienza sicuramente emozionante, ma anche molto dolorosa. Fare i conti con gli spettri del passato, con la paura di quei giorni, ricordare l’indicibile, mette una certa agitazione “una parte di loro non era mai cresciuta, non aveva mai lasciato Derry”. Ora ogni tassello di quella vicenda riacquista limpidezza e si rinnova nella sua dimensione tragica. I lividi riaffiorano come i ricordi rimossi, e perfino la balbuzie di Bill ritorna quella di un tempo. Sono le ultime cento delle 1.315 pagine che compongono il  romanzo, quelle del gran finale, del redde rationem.

It è il capolavoro di Stephen King, ed anche uno dei libri più conosciuti della sua vasta produzione letteraria. Esce nel 1986, a pochi mesi di distanza da un altro grande romanzo: Amatissima – Beloved nella versione originale – di Toni Morrison, premio Pulitzer nel 1988. Quelle di Morrison e di King sono storie diverse ma accomunate da uno stesso tema: la rimozione del ricordo. Come i sette amici di It, infatti, anche la protagonista di Amatissima vorrebbe dimenticare la tragedia di sua figlia, da lei stessa uccisa per sottrarla all’orrore della schiavitù.

It è un romanzo prodigioso, ben scritto, avvincente fino all’ultima pagina. Relegarlo sotto l’etichetta del genere “horror” è un’ingenerosa diminutio, dal momento che il libro affronta argomenti anche più interessanti della paura generata dal mostro, come l’infanzia, l’amicizia e il successo, che in Amarica viene spesso costruito sulla damnatio memoriae. Un romanzo di formazione, dunque, dalle venature fantasy ed horror, nel quale ritroviamo brandelli di altre opere celebri: Oliver Twist di Charles Dickens e, perché no, Le Avventure di Augie March di Saul Bellow. Potevano bastare settecento o ottocento pagine a King per raccontare le peripezie dei suoi perdenti? Probabilmente sì, ma la storia avrebbe perso una parte consistente del suo fascino, quella che indiscutibilmente possiedono tutte le narrazioni voluminose, dall’Ulisse di Joyce a Petrolio di Pasolini, da Infinite Jest di David Foster Wallace a Il cardellino di Donna Tartt.

Angelo Cennamo

      

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LA CARTA E IL TERRITORIO – Michel Houellebecq

La carta e il territorio - Houellebecq

Meglio la realtà o la sua rappresentazione?

La carta e il territorio è il romanzo più complesso ed originale di Michel Houllebecq, vincitore del premio Goncourt nel 2010. Il libro racconta la vita di Jed Martin, un pittore e fotografo parigino “tranquillo e senza gioia, definitivamente neutro“. Manca poco alla vigilia di Natale. Quella sera Jed la trascorrerà nella casa di riposo di suo padre, un ex impresario edile, rimasto vedovo nei primi anni di matrimonio a seguito del suicidio della moglie. Jed è cresciuto da solo, in collegio, leggendo molti classici ed appassionandosi alla storia dell’arte. Cosa avranno da dirsi lui e suo padre? Poco o nulla “Nei paesi latini, la politica può bastare ai bisogni di conversazione dei maschi di mezza età o di età avanzata; essa viene talvolta sostituita nelle classi inferiori dallo sport“. La cena nel grigio ospizio è un incontro tra due solitudini, silenzi prolungati intervallati da sguardi pensierosi, assenti fino al commiato. Un appuntamento di circostanza, si direbbe, deprimente, triste come l’ambiente che li circonda e come l’atmosfera che pervade tutta la narrazione. Un giorno i due si ritrovano in un lungo viaggio, in autostrada. Jed compra una carta Michelin. Una folgorazione “L’essenza della modernità, dell’apprendimento scientifico e tecnico del mondo vi si trovava mescolata con l’essenza della vita animale“. E’ l’inizio della sua rivoluzione estetica, la svolta che lo porta a fotografare solo carte Michelin e ad innamorarsi di Olga, una russa molto affascinante “una delle cinque più belle donne di Parigi“.

Il grande successo non tarda ad arrivare. Ha il volto e la scrittura di un grande autore francese, personaggio schivo e notoriamente sociopatico: Michel Houllebecq “Era di dominio pubblico che Houellebecq era un solitario con forti tendenze misantropiche; era tanto se rivolgeva la parola al suo cane”. Lo scrittore vive in un luogo sperduto della campagna irlandese. Jed vola da lui per chiedergli di scrivere il catalogo di una sua mostra. L’incontro tra i due è esilarante. L’erba del giardino è altissima e trascurata. La casa, grande, con molte stanze vuote e scatoloni a terra, fa pensare che Houellebecq ci si sia trasferito da poco “Si è appena sistemato qui? Sì. Insomma, sono tre anni“. Il pittore e lo scrittore sono identici: entrambi annoiati, apatici, insofferenti, delusi dall’umanità “dopotutto anche lui non provava per la vita che un amore incerto, passava per qualcuno di piuttosto riservato e triste”. Da questo momento, il romanzo si trasforma in un divertente gioco di specchi nel quale l’autore della storia si riflette nel protagonista e nel suo doppio. Il ritratto che Jed dipinge allo scrittore per ripagarlo del catalogo è l’espediente letterario attraverso il quale Houellebecq, prima ancora di essere ammazzato per mano di uno sconosciuto, scompare dalla realtà per diventare un’opera d’arte, la rappresentazione di sé.

La carta e il territorio è un romanzo sul denaro, sull’amore, e sul rapporto tra padre e figlio. Ma è soprattutto una riflessione profonda sulla condizione umana e sulla morte. Un romanzo totale, scritto in modo magistrale dal genio eretico della letteratura europea. Un libro a tinte fosche, ma nel contempo venato di molta ironia. Come in altri suoi romanzi, anche in questo Houllebecq sembra riannodare i fili dell’esistenzialismo, e individuare nella finzione artistica la sola via di fuga da una realtà spesso deludente e monotona. La carta è meglio del territorio.

Angelo Cennamo

              

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LEVIATANO – Paul Auster

Leviatano - Paul Auster

“Sei giorni fa un uomo si è fatto saltare in aria sul ciglio di una strada del Wisconsin del nord. Non ci sono testimoni, ma pare che fosse seduto sull’erba accanto alla macchina intento a costruire una bomba, quando questa gli è esplosa ‎fra le mani per sbaglio. Secondo i referti dei medici legali che sono stati appena diramati, l’uomo è morto sul colpo”.

L’incipit di Leviatano – romanzo di Paul Auster uscito nel 1992 e pubblicato in Italia da Einaudi  –  è di quelli che non si dimenticano. Un pugno nello stomaco che lascia il lettore senza fiato, attonito e incollato al libro nell’attesa di capirci di più. La vittima dell’esplosione è Benjamin Sachs: uno scrittore di successo, dal vissuto turbolento e avventuroso. Il primo a scoprire la sua identità è l’amico e collega Peter Aaron, il quale, dopo aver appreso la tragica notizia, decide di ricostruire, passo dopo passo, gli ultimi anni di quella vita sbandata, convulsa e misteriosa, che lui solo conosce. Ben e Peter sono legati da una lunga amicizia nata per caso in un gelido inverno dentro un bar di New York. La scena del loro primo incontro è un gioiello di tecnica narrativa, forse la parte più interessante dell’intero romanzo. In quel tempo lui e Ben sono due giovani scrittori spiantati in cerca di gloria, due sognatori come ne incontriamo tanti nella letteratura americana, dall’Arturo Bandini di Fante al “disperato, erotico, stomp”  Bukowski. Storie parallele che mano mano finiscono per intrecciarsi pericolosamente oltre il dovuto, oltre la soglia dell’adulterio della moglie di Ben, e oltre il naturale rifiuto della crudeltà. Il rapporto che lega Ben a Peter sembra impossibile da scalfire, nonostante tutto.

Leviatano è il titolo che Sachs ha scelto per il romanzo che ha iniziato a scrivere in una baracca del Vermont, lontano dal mondo, dal suo mondo, dopo una brutta convalescenza che lo ha trasformato, cambiato dentro, al punto da spingerlo a rimettere in discussione gli affetti più cari e le proprie ambizioni di scrittore. Il libro finirà per scriverlo Peter, l’unico depositario di una verità difficile da spiegare e forse poco credibile.

Leviatano è un libro ambizioso e intrigante –  ahimè con poca ironia – che affronta i temi del tradimento e del fallimento. Ma è soprattutto una carambola di eventi – incontri, incidenti, romanzi scritti e romanzi mai finiti – del tutto imprevedibili, governati unicamente dal caso. La vita di ciascuno è in totale balia del caso, scrive Paul Auster sulla copertina. E’ la cifra, questa, di tutta la sua produzione letteraria e questo libro non fa eccezione. L’impressione però è che questa volta Auster abbia voluto esagerare: la lunga sequenza di eventi fortunosi che sovrasta la storia di Benjamin, la ricerca affannosa, quasi maniacale, della “strana combinazione” che deve per forza legare ogni step della trama, finisce infatti per ostacolare quel naturale processo di compenetrazione tra lettore e personaggio che rende la narrazione più intrigante, e per allontanare la storia da una realtà possibile e ripetibile. L’eccesso di zelo, o forse l’azzardo, che separa un buon romanzo dal capolavoro.

Angelo Cennamo

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22.11.63 – Stephen King

Stephen King

Nel suo saggio, interessantissimo, sulla narrativa americana ( AmericanaMinimumfax editore)  – Luca Briasco divide gli scrittori in due categorie: gli status author – gli autori  che scrivono seguendo il proprio istinto, senza tenere conto delle mode e delle tendenze del momento – e i contract author,‎ quelli più attenti al marketing, che con i lettori stipulano un patto per assecondarne gusti e preferenze. Mi è venuta in mente questa distinzione, che Briasco nel suo libro formula per spiegare il dualismo tra Jonathan Franzen e David Foster Wallace, mentre leggevo uno dei romanzi più apprezzati di uno scrittore americano che, per chissà quale ragione, sbagliata, parte della critica continua a considerare minore rispetto alla nobile nomenclatura da Pulitzer. Lo scrittore è Stephen King, il romanzo è 22.11.63. Nella sua lunga carriera King di romanzi ne ha pubblicati più di 50, vendendo oltre 500 milioni di copie in tutto il mondo. Sono numeri impressionanti che non collimano probabilmente con l’idea e con la personalità del romanziere d’avanguardia, lo sperimentalista, lo status author esemplificato da Briasco nel suo manuale. King non ha la scrittura colta e rigogliosa di Philip Roth, né lo spessore filosofico di Don DeLillo, o l’introspezione romantica di Carol Joyce Oates; la sua prosa è ruvida come la moquette di un hotel fuori stagione, aspra come un sorso di whisky che ti brucia nella gola. King tuttavia possiede una qualità rara: sa evocare atmosfere e ambientazioni, talvolta surreali, che solo il  cinema riesce riprodurre con la stessa fedeltà e verosimiglianza. Non è un caso che dai suoi romanzi siano stati tratti diversi film di successo: It, Cujo, Il miglio verde, Shining, Le ali della libertà, Misery.

King è un costruttore di suspance più che di parole; le sue trame ipnotizzano i lettori alimentando una misteriosa empatia con l’autore. È l’empatia la cifra di King. Quella capacità fuori dal comune di sorprendere, turbare e incuriosire fino allo spasimo. Le sue storie sono squarci spazio-temporali che si rincorrono in un dedalo di suggestioni vibranti, l’apoteosi di un’immaginazione sempre fervida e inesauribile. King confeziona sogni. E quanti si  ostinano a considerare i suoi romanzi un sottoprodotto della cultura di massa, un intrattenimento leggero, farebbero bene a riflettere sulla complessità del mosaico che è al centro di ogni buona narrazione, oltre che sulla bellezza intrinseca della scrittura, importante sì, ma non sufficiente a fare di uno scrittore un grande scrittore. Non si può  conoscere a fondo l’America e la letteratura americana senza aver letto i romanzi di Stephen King, senza aver conosciuto quel suo modo favolistico di raccontare i nostri lati oscuri, il brivido dell’imprevisto, e quella sensazione di precarietà che non ci abbandona mai.

22.11.63 esce nel 2011. Non è uno dei soliti romanzi diabolici ai quali King ha abituato i suoi fan. Il libro racconta la storia di un tranquillo professore di inglese che insegna in un liceo di una cittadina del Maine. Il suo nome è Jake Epping, ma ve ne dimenticherete presto perché il protagonista, per le ragioni che spiegherò più avanti, assumerà fin da subito un’altra identità. Un giorno di inizio estate, infatti, Jake viene a conoscenza di un segreto che ha dell’incredibile. A rivelarglielo è Al, il gestore della tavola calda dove lui si trattiene spesso a pranzo con i colleghi del liceo. La dispensa del ristorante di Al nasconde un varco che conduce nel passato  “la buca del coniglio“. Pochi passi su una scala immaginaria e chi la percorre si ritrova nel 1958.

Non importa quante volte l’attraverserai: uscirai sempre sul piazzale di una fabbrica tessile di Lisbon Falls, ore 11.58 del 9 settembre 1958. E non importa quanto a lungo resti in quel passato: al ritorno, nel tuo presente saranno trascorsi due minuti. Sempre due minuti“. Jake è incredulo, ovviamente frastornato. Ma è qui che la storia entra nel vivo: Al chiede al suo amico di compiere una missione impossibile “Se mai hai voluto cambiare il mondo, questa è la tua occasione. Salva Kennedy. Salva suo fratello. Salva Martin Luther King. Ferma le rivolte razziali. E forse fermerai anche la guerra in Vietnam“. Il vecchio chef ci aveva già provato prima che il cancro consumasse le sue ultime forze e il tempo necessario per sopravvivere fino a quella tragica giornata di novembre, quando lo sconosciuto, fino ad allora, Lee Oswald mirò alla testa di JFK.
Jake accetta la sfida. Prende i risparmi di Al, i quaderni con gli appunti che il suo amico moribondo ha raccolto nelle precedenti incursioni oltre la buca, una patente falsa intestata ad un tale George Amberson, e parte per la sua seconda vita come un alieno per una galassia sconosciuta. “Ma il passato è inflessibile. Non vuole essere cambiato”.

22.11.63 è un romanzo lungo ed estenuante, con un impianto narrativo solido, ben strutturato, che si rifà alla tradizione popolare ottocentesca-dickensiana, e che ruota intorno a due vicende parallele: il drammatico attentato a John Kennedy, e la storia d’amore, molto commovente, tra il protagonista e una donna che non riesce a liberarsi dai fantasmi del suo passato. Un libro ricco di colpi di scena che ci spalanca gli occhi sul falso mito dell’irreversibile, scritto con leggerezza ed ironia da un maestro della letteratura contemporanea. Un viaggio folgorante, dal New England al Texas, attraverso la musica, i colori e i paesaggi dell’America rurale, bigotta e razzista degli anni ’60. Una sequela infinita di incontri e di misteriosi déjà-vu, con tanti personaggi, così uguali e così diversi, protagonisti e comparse insieme nel gigantesco affresco che King dipinge per rappresentare sentimenti e miserie di un’umanità sospesa nel tempo. L’amore, la morte, il destino.

Angelo Cennamo

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LA GIOSTRA DEI CRICETI – Antonio Manzini

 

 

La giostra dei criceti - Manzini

Antonio Manzini lo conosciamo bene: sceneggiatore e scrittore di romanzi gialli che nelle classifiche dei libri più venduti gareggiano ormai alla pari coi racconti siculi del maestro Camilleri, con i Bastardi di Pizzofalcone di De Giovanni, con la Milano da bere di Robecchi, e con i romanzi di altri specialisti di un genere, il noir, che da parecchi anni sta monopolizzando o quasi il mercato della narrativa italiana. Sellerio ha da poco ripubblicato un suo vecchio romanzo, edito la prima volta da Einaudi nel 2007, intitolato La giostra dei criceti. Siamo quasi agli esordi, Manzini non ha ancora dato alle stampe i primi capitoli della fortunata saga del vicequestore Rocco Schiavone, ma nella sua prosa asciutta, disadorna, cruda, ritmata, già si intravedono i primi bagliori di quell’ironia malinconica, quell’amaro disincanto che caratterizza la sua scrittura, e che ritroveremo anche nei libri successivi, quelli della definitiva consacrazione.

 La giostra dei criceti è la storia di una rapina organizzata da quattro amici di una periferia romana, una rapina sgangherata e finita male, anzi malissimo. René, Cencio, Franco e Cinese sembrano personaggi usciti dalle pagine di un romanzo di Pasolini, sono ragazzi di vita, la cellula malavitosa, improvvisata e sprovveduta di una gioventù marcia e senza speranza, che sopravvive ai margini di una società arida di valori e di senso della legalità. Il romanzo criminale dei quattro amici-nemici, nonostante tutto molto divertente e con dialoghi scritti in romanesco, va ad intrecciarsi a quello di un’organizzazione di alti vertici dello Stato – un dirigente dell’Inps, un ministro, un generale dell’esercito, burocrati e impiegati senza scrupoli  – che lavora in gran segreto ad un piano folle e surreale denominato “Anno Zero”. Un’operazione complessa e ben congegnata che punta a risolvere il problema delle pensioni alla radice: eliminando fisicamente i pensionati. Le due trame parallele, attraverso la narrazione magistrale di Manzini, danno corpo ad un romanzo tragicomico, veloce, avvincente e carico di suspance. Un libro pessimista, senza un lieto fine, lo spaccato di una società degradata e priva di sentimenti, di un’umanità insulsa, oscena e brutale “Siamo carne da cannone, aveva detto René. Era vero. Carne da cannone. Gente che muore senza un senso, senza un’utilità. Che ha vissuto senza sapere, e senza sapere se ne va“.

Manzini possiede il pregio degli scrittori di razza: sa coniugare l’alto con il basso, la poesia con la leggerezza, il dramma con la farsa. Manzini piace a tutti, scrive bene e vende tanti libri. Non è forse questo il sogno di ogni romanziere?

Angelo Cennamo

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TORTO MARCIO – Alessandro Robecchi

 

TORTO MARCIO - ROBECCHI

Nel ghetto di piazza Selinunte, a Milano, gang di nordafricani e di calabresi si spartiscono più di seimila alloggi popolari. Tuguri senz’ascensore e senza acqua calda, occupati abusivamente per poche migliaia di euro da famiglie di immigrati e da giovani disoccupati. Dall’altra parte della città, un ricco imprenditore, sulla sessantina, un grosso commerciante di carni, viene ammazzato con due colpi di pistola. Il delitto porta una strana firma: sul corpo della vittima l’assassino ha collocato un sasso, bianco e liscio, grande come una pallina da golf. Non pare che l’uomo avesse rapporti con la malavita, né che avesse dei nemici: la sua condotta di vita era irreprensibile “il morto non era uno che di solito muore cosi……..l’infarto sì, magari se lo aspettavano, ma le pistolettate no”. Un secondo delitto. Questa volta il malcapitato è un urbanista con buone entrature nella politica, anche lui non giovanissimo. Cosa avranno in comune questi due individui apparentemente così distanti? Cosa li lega? Quale sarà il movente degli omicidi? Gli inquirenti pensano ad un complotto contro lo Stato, seguono la pista dell’integralismo islamico: a Milano non c’è la moschea e “quei sassi vogliono dire: dai, su, milanesi, costruiteci la moschea, se non vi facciamo fuori tutti, uno a uno”. Il cardinale convoca una veglia di preghiera dedicata alle vittime del terrorismo in città, che nel frattempo sono diventate tre. Da Roma arrivano la Digos e un profiler israeliano, a pattugliare le strade viene mandato l’esercito. I giornali lanciano proclami e la politica si divide. Eppure qualcosa non torna. Il questore Gregori decide allora di promuovere un’indagine parallela e clandestina, lontana dal chiasso dei media. Se ne occuperanno Ghezzi e Carrella, due poliziotti molto diversi tra loro, un po’ burberi e dai modi spicci, che per seguire il caso dovranno fingere di essere in ferie. Nell’indagine si ritroverà coinvolto accidentalmente anche un personaggio insospettabile: Carlo Monterossi, autore di un  programma televisivo trash chiamato “Crazy Love”, la tv del dolore e della sfiga, la Fabbrica Della Merda ”con tanto di cachet, contrattini, liberatorie e istruzioni per piangere meglio” condotto dalla spregiudicata ed esuberante Flora De Pisis. Cari lettori, non lo giudicate male, Monterossi: questo lavoro lui lo fa solo per guadagnarsi da vivere. Ancora poche puntate e il nostro Carlo potrà finalmente dedicarsi al suo progetto più ambito: scrivere un libro su Bob Dylan, con tanti saluti alla De Pisis e alla sua Fabbrica Della Merda.

Buona parte della letteratura prodotta in Italia negli ultimi venti anni è letteratura di genere: gialli, polizieschi, noir, thriller, le definizioni si sprecano, i nomi degli scrittori pure: Camilleri, Lucarelli, Carrisi, Carofiglio, De Giovanni, Manzini. Non saranno tutti dei Michael Connelly o dei Simenon, ci mancherebbe, ma alcuni di loro sono davvero bravi. Alessandro Robecchi è tra questi. Torto marcio, edito da Sellerio – l’editore palermitano ormai specializzato nel genere noir – è il romanzo della maturità e, ne siamo sicuri, della sua consacrazione. Diciamo subito che la definizione di romanzo giallo, al libro di Robecchi, gli va un po’ stretta. Torto Marcio è infatti molto di più di una storia poliziesca, di una sequela di delitti e di investigazioni convulse: è soprattutto una panoramica, fedele, precisa e credibile, sulla Milano di oggi; uno spaccato amaro ma anche ironico della nostra società che oltrepassa la semplice narrazione del crimine. Per certi versi, è il grande romanzo italiano che molti scrittori, non di genere, spesso inseguono invano. Robecchi è un gran lettore di noir e di thriller americani, da Winslow a Lansdale. Lo avessi conosciuto prima, mi sarei risparmiato la saga di Hap & Leonard, e chissà quanti altri libri. La sua scrittura è tagliente, asciutta, veloce, comica, con frasi brevi ma incisive, e con dialoghi serrati. “Robecchi non scrive gialli, scrive blues”, ha scritto Antonio D’Orrico su La Lettura del Corriere della sera. È la migliore definizione, forse, per uno scrittore dallo stile potente e ritmato come quello delle ballate di Bob Dylan e della buona narrativa americana.

Angelo Cennamo

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