BUTCHER’S CROSSING – John Williams

butchers-crossing

Bastava un solo sguardo, o quasi, per contemplare tutta Butcher’s‎ Crossing: sei baracche o poco più, tagliate in due da una stradina sterrata. Lo scenario desolante che accoglie William Andrews dopo due settimane di viaggio sembra il piano sequenza di un vecchio film di Sergio Leone. Andrews è uno studente di Harvard alla ricerca di una nuova identità ancora sconosciuta: “Era un sentimento, era un’urgenza che doveva esprimere. Ma sapeva che qualsiasi cosa avesse detto, non sarebbe stato che un altro nome, inadatto a descrivere quella natura selvaggia che andava cercando….l’origine e la salvezza del suo mondo”.

In tasca ha una lettera di raccomandazione di suo padre. Deve consegnarla a un commerciante in pelli di bisonte, un tale McDonald, suo vecchio amico. Sarà lui ad instradarlo in quel microcosmo di cacciatori spietati e di prostitute da saloon, uomini duri, dai modi spicci e disposti a tutto per un pugno di dollari. Miller, Charley Hoge e Fred Schneider hanno i volti e le mani segnati dalla fatica e dalle intemperie. Tra una caccia e l’altra, se ne stanno al Jackson a scambiarsi ricordi e a bere whisky. Andrews si unisce al gruppo per cacciare una grossa mandria di bisonti che Miller racconta di aver avvistato in un precedente viaggio nel Colorado, e mette a disposizione il suo gruzzoletto per finanziare la spedizione.

Capì che la battuta di caccia che aveva concordato con Miller non era che uno stratagemma, un trucco per ingannare se stesso, per blandire le sue abitudini più radicate. Non erano certo gli affari a condurlo laggiù….Partiva in completa libertà…..Sentiva che ormai, ovunque vivesse, ora come in futuro, si sarebbe sempre più allontanato dalla città, per ritirarsi nella natura selvaggia”  


Prima di partire, Andrews arriva a sfiorare l’amore disinteressato di Francine, la squillo più bella e desiderata del Jackson’s saloon. L’imbarazzo della prima volta però gioca brutti scherzi: nella penombra di una sgangherata stanza d’hotel, davanti al corpo nudo e invitante di lei, l’ingenuo William rimane senza parole e dalla vergogna fugge via.
La spedizione in Colorado, tra luoghi sconosciuti, sentieri impervi e mancanza d’acqua, è una vera odissea. La carovana di Miller deve superare prove durissime: la diffidenza di Schneider, sempre sul punto di abbandonare il gruppo nei momenti di maggiore difficoltà, la mancanza di riferimenti certi, prima il caldo poi la neve, che intrappolerà i quattro avventurieri nella tormenta e li costringerà a ritardare il rientro di molti mesi. Andrews e i suoi compagni di viaggio sono allo stremo, lottano per la sopravvivenza, e di quei bisonti che aveva avvistato Miller anni fa non vi è alcuna traccia. C’è da fidarsi? Non hanno altra scelta. La salita verso la montagna è una sfida improba, sfiancante, ma ecco che “A sud-ovest…..una macchia nera si muoveva nella valle, sotto ai pini scuri che crescevano sulla montagna davanti a loro……Poi la macchia pulsò, come una grande massa d’acqua agitata da oscure correnti“. Finalmente si apre la caccia. Il fucile di Miller spara a ripetizione. L’inesperto Andrews obbedisce ai comandi del capo, mentre Schenider, come un forsennato, scuoia i bisonti abbattuti: almeno cinquemila capi, un bottino di ventimila dollari.

Con l’arrivo della primavera la neve inizia a sciogliersi. “Domani si riparte”, dice Miller alla sua truppa. Brevi momenti di euforia che si dissolvono improvvisamente in un’inspiegabile tristezza: Andrews “sentiva che non sarebbe stato più lo stesso”. Quell’esperienza tra gli altopiani del Colorado l’aveva allontanato per sempre dalle proprie origini e gli aveva fatto maturare un desiderio irrefrenabile di libertà, una libertà a lui sconosciuta, indefinibile, forse inappagabile. E’ giunta l’ora di sellare i cavalli e di rimettersi in marcia, ma il faticoso rientro a Butcher’s Crossing nasconde molte altre insidie, e niente, proprio niente sarà più come prima.‎

Ho letto Butcher’s Crossing sull’onda emotiva di Stoner, il romanzo più popolare di John Edward Williams, pubblicato nel 1965 e scoperto con cinquant’anni di ritardo grazie ad una fortunosa ristampa francese. Butcher’s Crossing era uscito in America cinque anni prima, più o meno nell’indifferenza di tutti com’era accaduto con l’altro libro di Williams, oggi considerato dalla critica “il romanzo perfetto” e celebrato con il suo autore in un saggio interessantissimo di Charles J. Shields. E’ un western letterario, spietato, carico di passione, ma anche un originale romanzo di formazione sulla ricerca della libertà e della bellezza. Pagine di grande letteratura sepolta per troppi anni da montagne di libri, inutili da scrivere, inutili da leggere.

Angelo Cennamo

Standard

LA FORTEZZA DELLA SOLITUDINE – Jonathan Lethem

 

la-fortezza-della-solitudine-jonathan-lethem

 

Negli anni del liceo, tra gli appunti disordinati sulla mia scrivania,‎ avevo una vecchia foto di Brooklyn, in bianco e nero, un po’ sgualcita, presa chissà dove. Mostrava lo scorcio di una strada verosimilmente malfamata, con un marciapiede sudicio, crepato, sbilenco, scritte illeggibili sui muri, dei neri con i capelli lunghi e jeans a zampa di elefante appoggiati all’ingresso di un palazzo, anche questo fatiscente, fatto di mattoni scuri – forse marroni – e delle auto con i musi lunghi incolonnate ai bordi della carreggiata. Per parecchio tempo quella foto ha evocato nella mia immaginazione l’idea dell’America – New York o San Francisco era uguale – i suoi mille dialetti, l’architettura, la musica, le sale da gioco nei seminterrati fumosi, i campi di basket all’aperto con le reti metalliche intorno, le fiancate colorate dei vagoni della metropolitana. A distanza di qualche decennio, ritrovo quella foto con lo stesso marciapiede consumato, le insegne al neon, le auto in sosta e i muri imbrattati di vernice, tra le pagine di romanzi newyorkesi come: Città in fiamme di Garth Risk Hallberg, Follie di Brooklyn di Paul Auster, Underworld di DeLillo, o La fortezza della solitudine, il libro di Jonathan Lethem che ho appena finito di leggere dopo aver archiviato Eccomi, il capolavoro di un altro Jonathan ( Safran Foer) – “Quanti Jonathan nella letteratura”, scrive Franzen in Purity.

Lethem, autore che a Brooklyn ha ambientato almeno la metà della sua prestigiosa e variegata produzione letteraria, appartiene a quella generazione di mezzo di scrittori americani superlativi, come lo stesso Franzen, Chabon, Eugenides, Eggers, Jennifer Egan, Donna Tartt, Wallace – da quest’ultimo Lethem ha ereditato la cattedra di scrittura creativa all’Università di Pomona, in Calfornia  – venuta dopo i DeLillo, Roth, Pynchon, McCarthy, Carol Joyce Oates, Tony Morrison e Richard Ford –  che ha saputo non solo conservare intatta la fama dei suoi predecessori, ma è stata capace di innovare oltremodo gli standard di una scrittura che, in quanto a modernità e propensione allo sperimentalismo, non è mai stata seconda a nessuno.

La fortezza della solitudine è un romanzo del 2003; racconta la storia di una lunga amicizia tra due ragazzi, uno bianco l’altro di colore, vicini di casa in Dean Street, a Brooklyn. Nel racconto appassionato e malinconico di Lethem, che si sviluppa tra gli anni ’70 e i ’90, Dean Street ci ricorda la via Gluck della canzone di Celentano, ovvero il luogo di un’infanzia povera, tempestosa, ribelle, ma profondamente creativa, feconda di curiosità e prodiga di insegnamenti, un punto nella geografia dell’anima dal quale non si può prescindere, e con cui, prima o poi, occorre fare i conti “dovevo tornare nel luogo a cui un tempo appartenevo“, dirà il protagonista in uno dei passaggi cruciali della trama.

Dylan Ebdus e Mingus Rude, al di là del colore della pelle, hanno molto in comune: sono entrambi figli unici cresciuti senza madre né fratelli, e con due padri artisti. Quello di Dylan è un pittore frustrato, costretto, per sbarcare il lunario, a dipingere copertine di libri, ma con un sogno nel cassetto che prima o poi finirà per avverarsi. Mr. Rude è invece una meteora della black music, caduta nella peggiore desolazione e nella dipendenza dalla cocaina dopo una aver vissuto una breve parentesi di popolarità nei Distinctions. Un romanzo di formazione, si direbbe, nella scia di Oliver Twist o di Augie March. Proprio così. Ma quando Lethem attinge dal passato, lo fa con originalità e rimanendo fedele al proprio stile.

Le scorribande di Dylan e di Mingus, la passione per i supereroi, le partite di football, la droga, il bullismo nel quartiere, la scoperta del sesso, sono il diario di bordo di una militanza a volte spietata, pericolosa, e tragica, come la sparatoria che a un certo punto della storia dividerà le strade dei due amici.

Dopo una rovinosa carriera universitaria nel Vermount, nella seconda parte del racconto Dylan lo ritroviamo a Berkeley, in California, dove scrive per una nota rivista musicale. Tra un’avventura sentimentale e l’altra, l’ex scugnizzo newyorkese incontra e intervista big dello spettacolo – tutto il romanzo è ricco di citazioni sul cinema e sulla musica pop, rock e funk – ma la sua nuova vita è tormentata dai fantasmi di un passato che sembra non sbiadire mai: Dean Street, l’amico Mingus, la madre sparita, sono una vera ossessione, un tarlo che nelle ultime pagine spingeranno Dylan sulla via del ritorno.

La fortezza della solitudine è un romanzo sull’amicizia, sui conflitti razziali e sulla buona musica. Ma è soprattutto un libro che parla dell’assenza, di una mancanza incolmabile e indecifrabile che qualcuno più comunemente chiamerebbe “nostalgia”. Il grande romanzo americano? No, “Piuttosto un grande romanzo su Brooklyn“. Così preferisce definirlo Jonathan Lethem.

Angelo Cennamo

Standard

IL GIORNO DELL’INDIPENDENZA – Richard Ford

il-giorno-dellindipendenza-richard-ford

 

Romanziere fallito, ex giornalista sportivo ed ex marito, alla soglia della mezza età, nonostante tutto, Frank Bascombe è un ottimista. A bordo della sua auto se ne va in giro per il New Jersey a mostrare case in vendita a clienti assillanti e indecisi come i coniugi del Vermount Joe e Phyllis Markham. E’ un uomo pieno di rimpianti, Frank, col bisogno di inseguire le donne solo per tenersi tranquillo, ma da quando ha divorziato si è ripromesso che non si sarebbe mai lamentato della sua vita, sarebbe solo andato avanti e avrebbe cercato di fare del suo meglio, errori e tutto, perché “si può fare in modo che le cose vadano per il verso giusto solo fino a un certo punto“. Il “Periodo di Esistenza”, lo chiama lui, un tempo di libertà e di transizione che gli serve per riflettere e ritrovare se stesso. Bascombe è un uomo qualunque della provincia americana degli anni ‘80, l’everyman che incontriamo in mille altre narrazioni, disilluso dall’umanità e indifferente alle vicende politiche, un professionista cinico, temerario e anche un po’ filosofo “Non vendi una casa a qualcuno, vendi una vita”.

Il week end del 4 luglio è un’occasione per trascorrere del tempo con la nuova fidanzata Sally e con Paul, il figlio quindicenne arrestato per aver rubato tre confezioni giganti di preservativi e aggredito un commesso. Paul vive nel Connecticut con sua madre Ann, monitorato dai servizi sociali e seguito da uno psichiatra. E’ un ragazzo fragile, segnato dal divorzio dei genitori e dalla morte prematura del fratello Ralph. La lunga gita in macchina di Frank e Paul, tra ingorghi di turisti festanti e fuochi d’artificio, si rivelerà piena di imprevisti e di malinconici flashback, e avrà un finale drammatico che lascia però intravedere un futuro meno fosco.

Il giorno dell’Indipendenza è uno dei libri più noti e apprezzati di Richard Ford – autore che ha raggiunto la popolarità nel 1986 con Sportswriter, inserito da “Time” tra i 100 romanzi in lingua inglese – nel 1995 ha vinto due premi letterari prestigiosi: il Pen/Faulkner e il Pulitzer, ed è il secondo capitolo della quadrilogia di Bascombe, saga che prosegue nel 2008 con Lo stato delle cose e nel 2015 con Tutto potrebbe andare molto peggio. In questo romanzo il non-alter-ego di Ford ha cambiato vita: ha abbandonato la professione di giornalista per intraprendere quella di agente immobiliare, e ha divorziato dalla moglie. Da quel giorno, dal giorno del divorzio, sono trascorsi ormai sette anni, ma per quanto si sforzi di guardare avanti, Frank continua a rimuginare sui propri fallimenti e a fare i conti con un passato ingombrante che nelle ultime pagine sembra ritornare.‎

Richard Ford, classe 1944, è uno scrittore del Mississippi dallo stile ironico, minimalista, poco letterario, bravo a raccontare la middle class americana e le insicurezze dei suoi protagonisti. Il realismo della disperazione e la crudezza della sua scrittura ricordano un po’ la prosa disadorna e graffiante di un altro grande maestro del sud: il texano Joe R. Lansdale.

Il giorno dell’Indipendenza è un romanzo sulla disgregazione della famiglia, le difficoltà dei rapporti umani e la solitudine di un uomo adulto, temi di grande attualità che riflettono le esperienze di tanti lettori, ad ogni latitudine. Vissuti dolorosi, negligenze, colpi bassi dai quali è difficile riprendersi. Ma Ford non indulge all’autocommiserazione né alla retorica del colpevolismo, come fa ad esempio Malamud con i suoi personaggi sconfitti dall’ingiustizia e perseguitati dalla malasorte. Le trame di Ford, anche quando si caricano di riflessioni amare e di brutti ricordi, come questa, sono venate di comicità e di un moderato ottimismo. Per Frank Bascombe non tutto è perduto.

Angelo Cennamo

Standard

ECCOMI – Jonathan Safran Foer

eccomi-safran-foer

Come può appassionarsi un lettore italiano a un romanzo che parla di una famiglia ebrea e della distruzione dello Stato di Israele, con almeno un centinaio di parole incomprensibili perché scritte in lingua yiddish? Me lo sono chiesto prima di acquistare Eccomi di Jonathan Safran Foer –  enfant prodige della letteratura americana, autore di bestseller come Ogni cosa è illuminata e Molto forte, incredibilmente vicino.

Eccomi è un romanzo ambizioso che ha richiesto almeno un decennio di lavorazione, e il perché lo si intuisce da una serie di particolari che non sfuggono neppure al lettore più sprovveduto: la ricerca di una scrittura perfettamente aderente alla modernità, l’intensità “delle” sue trame, un’architettura di parole precise, calibrate in modo millimetrico; lo sforzo ( ben ripagato) di raccontare la globalità che si infiltra nel domestico, le piccole cose mescolate ad eventi internazionali, dettagli di una quotidianità nella quale ci riconosciamo tutti. Leggendo Eccomi, e amandolo fin dalle prime pagine, ho capito questo. Ho capito che  i libri non hanno quasi nulla a che vedere con i luoghi in cui vivono i loro personaggi e alla fede che professano. E che in ogni storia particolare, in qualunque angolo del mondo essa venga raccontata, anche il più remoto, c’è sempre una dimensione umana più ampia – che dilata i confini, la lingua, le tradizioni – all’interno della quale ciascuno può ritrovare se stesso. Jacob Bloch e sua moglie Julia sono una coppia di quarantenni di Washington sull’orlo del divorzio. Hanno tre figli, il primo dei quali, Sam, è implicato in una brutta vicenda scolastica per via di alcune scritte omofobe e razziste. L’approssimarsi del suo Bar Mitzvah – il rituale ebraico che introduce all’età adulta – è un’occasione per rivedere i cugini israeliani e ritrovare il senso di un’identità forse perduta. Nelle due settimane in cui si svolge la storia, Julia deve decidere cosa fare del suo matrimonio: sul cellulare del marito ha trovato dei messaggi erotici destinati a un’altra donna. Il quadro delineato da Safran Foer  è minuzioso, ben calato nella realtà dei nostri giorni, con lunghi dialoghi che offrono al lettore una visuale intimissima delle vicende narrate: i due protagonisti conversano in bagno mentre si lavano i denti, in cucina con i loro figli, in macchina spostandosi da una parte all’altra della città.

Sembra di vederla, la famiglia Bloch: una moglie ferita e infelice che, per ripicca forse, flirta con un amico semi-divorziato; tre figli: uno sul confine dell’età adulta che vive una seconda vita virtuale su Other life, dove distrugge sinagoghe  attraverso il suo avatar ” Samanta”; uno sull’orlo di un’estrema coscienza di sé, uno sull’orlo dell’indipendenza intellettuale; un padre xenofobo in preda al terrore e un nonno depresso. Jacob e Julia sono sposati da sedici anni, continuano a fare sesso, “ma quello che era sempre venuto spontaneo arrivò ad avere bisogno di uno stimolo ( sbronzarsi, guardare “La vita di Adele” sul portatile di Jacob a letto, San Valentino) o di uno sforzo per vincere il disagio e l’ipotetico imbarazzo….Più vita condividevano, più si estraniavano dalle rispettive vite interiori“.

A metà romanzo, la tragica notizia di un  violento terremoto che ha colpito il Medio Oriente e messo in ginocchio Israele, apre nuovi spazi narrativi e assesta un altro duro colpo al fragile equilibrio del protagonista. Per Jacob è giunto il momento di passare dalle parole ai fatti: deve difendere suo figlio dalle accuse di razzismo o punirlo come gli chiede il rabbino? Arrendersi al divorzio o adoperarsi  per ricomporre la frattura con Julia? Partire per difendere Israele dalla sua imminente invasione o abbandonare il campo? “Eccomi” è il paradosso biblico nel quale viene a trovarsi Abramo quando Dio gli chiede di sacrificare suo figlio. Dio chiede ad Abramo di uccidere Isacco e Isacco chiede a suo padre di proteggerlo. Abramo risponde: “Eccomi” ad entrambi, nel tentativo impossibile di assecondare due richieste tragicamente opposte. Abramo è guidato dalla fede, non ha dubbi, non torna sui suoi passi, è pronto a qualunque sacrificio. Jacob incarna la declinazione laica dell’ebraismo: il suo ebraismo di facciata lo espone all’incertezza e al ripensamento. Essere ebreo che sentimento è? Se lo chiede anche Henry Zuckerman ne La Controvita di Philip Roth, prima di partire per Gerusalemme alla ricerca di un’identità forse mai conosciuta. Tutto il romanzo di Safran Foer ci appare come un gigantesco tributo alla letteratura di Roth, con spunti e citazioni che evocano alcuni dei suoi maggiori capolavori, dal Lamento di Portnoy a ‎La mia vita di uomo. Il prolungamento ideale di una scrittura che sembra aver trovato nel giovane e talentuoso autore di Washington il suo erede naturale.

Eccomi è un romanzo sulla dissoluzione di un amore e di una nazione. Ma in fondo al buio e oltre il rimpianto c’è ancora tanta vita per cui spendersi: “La vita è preziosa e io vivo nel mondo“‎, dice Jacob a se stesso quando anche il suo cane Argo sta per abbandonarlo.

Angelo Cennamo

Standard

LA CONFRATERNITA DELL’UVA – John Fante

la-confraternita-delluva

Tutti i romanzi di John Fante sono autobiografici. Fante cambia i nomi ai personaggi, talvolta ai luoghi, adatta fatti e circostanze alla trama del racconto, ma in ogni pagina dei suoi libri ritroviamo brandelli di vita vissuta, sogni, ambizioni, molti dei suoi incontri avventurosi, la passione per la scrittura, l’attaccamento alla famiglia.

La confraternita dell’uva, pubblicato nel 1974, segna il momento più alto della popolarità dello scrittore italo-americano: milioni di copie vendute in tutto il mondo e l’interessamento di Francis Ford Coppola per una versione cinematogafica. Qualche anno dopo, accecato dal diabete, Fante detterà il suo ultimo libro Bunker Hill alla moglie Joyce, prima di congedarsi dai lettori e dalla vita.

La confraternita dell’uva è la storia di quattro italiani, vecchi e ubriaconi, tra i quali si erge la figura di Nick Molise, padre di Henry, scrittore di successo e alter ego di Fante.

Nick Molise era qualcosa di più che il capofamiglia. Era giudice, giuria e carnefice. Geova in persona. Non gli piaceva quasi niente, in modo particolare sua moglie, i suoi figli, i vicini, la chiesa, lo Stato, il suo paese, il paese dal quale era emigrato. Non gli importava un fico secco del mondo intero. Ma le donne gli piacevano. Gli piaceva pure il suo lavoro e una mezza dozzina di paisani che, come lui, erano italiani del genere dittatoriale”.

Nick si definiva un impresario edile, ma Henry era abituato a considerarlo uno scultore perché aveva costruito e modellato mezza San Elmo, il suo Louvre a cielo aperto, il borgo californiano dove vive con la moglie e gli altri tre figli. Nick era stato un muratore superbo, veloce e preciso, il primo scalpellino d’America, ma anche un tipaccio burbero che non ha mai sopportato la fuga di Henry dal suo mondo di mattoni, malta e cazzuole, per abbracciare la letteratura: che razza di lavoro è quello dello scrittore? Ma a cinquant’anni e nel pieno della popolarità, Henry torna a San Elmo. Il suo sarà un viaggio a ritroso nel tempo attraverso il quale ritroverà la propria giovinezza e la vecchia casa italiana con gli odori e i sapori della terra d’origine “la cucina era il vero regno di mia madre, l’antro caldo della strega buona sprofondato nella terra desolata della solitudine, con pentole piene di dolci intingoli che ribollivano sul fuoco, una caverna di erbe magiche, rosmarino e salvia e origano. L’altare erano i fornelli, il cerchio magico la tovaglia a quadretti dove i figli si nutrivano”. Piatti succulenti della tradizione mediterranea sui quali scorre il vino rosso di Angelo Musso, personaggio straordinario che Fante ci descrive come un uomo basso, tarchiato, pelato e senza voce a causa di un tumore alla laringe. Musso parla a gesti, sorride, annuisce e soprattutto beve, beve in continuazione come gli altri della confraternita: Zarlingo, Cavallaro, Antrilli. E come Nick Molise, che di quel nettare prelibato non può fare a meno, neppure quando il medico glielo proibisce. Il vecchio padre padrone convince Henry a rimandare la partenza per salire insieme a lui in montagna e realizzare l’ultimo lavoro.  I due si avventurano con un furgone scassato alla volta delle Sierras, dove trascorreranno la settimana più intensa della loro vita e avranno modo di conoscersi come non avevano mai fatto prima.

La confraternita dell’uva è un romanzo sulla migrazione e sul rapporto tra padre e figlio. Una storia commovente, venata di comicità, e molto italiana. Il miglior libro di John Fante.

Angelo Cennamo

Standard

UNDERWORLD – Don DeLillo

underworld-delillo

Scrivere “il grande romanzo americano” è il sogno di tutti gli scrittori americani. Qualcuno ci riesce, altri inciampano nel vuoto creativo, o, se preferite, nella presunzione di un talento forse inadeguato. Cadono, si rialzano, riprovano. Le Correzioni di Jonathan Franzen, Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay di Michael Chabon, Il Cardellino di Donna Tartt, i più recenti Città in fiamme dell’esordiente Garth Risk Hallberg ed Eccomi di Jonathan Safran Foer, sono solo alcuni esempi di romanzi voluminosi che raccontano sì storie familiari ma all’interno di contesti narrativi più ampi. Tra il 1996 e il 1997, Philip Roth e David Foster Wallace danno alle stampe Pastorale americana e Infinite Jest, libri di grande spessore – in tutti i sensi  – due capolavori, molto diversi per genere e contenuti, ma destinati entrambi a lasciare una traccia indelebile nella letteratura moderna. Negli stessi mesi, Don DeLillo, novelist del Bronx e maestro del postmodernismo, pubblica il suo romanzo mondo, un’opera letteraria che impressiona per la sua mole – circa 900 pagine – ma anche per la profondità dei temi trattati, per l’ambientazione drammatica e suburbana nella quale si muovono i protagonisti, e per la dimensione umana delle sue trame: crude, spietate, malinconiche, dal sapore italiano. Underworld è un romanzo labirintico, un mosaico di fatti e di situazioni convulse, un potente affresco narrativo che copre cinque decenni di storia in un sapiente intreccio di vicende nazionali e personali. Storie di violenza, di tradimenti, di rifiuti e scorie nucleari che diventano la gigantesca metafora di un degrado culturale e sentimentale inarrestabile. Una lunga storia che si dipana su diversi piani temporali, in un andirivieni quasi schizofrenico che mescola passato e presente, nella quale non mancano riferimenti e apparizioni di personaggi famosi del calibro di Frank Sinatra, Truman Capote e del potente capo dell’Fbi J. Edgar Hoover. Il prologo del  libro e’ il racconto suggestivo, dettagliato, di un evento sportivo realmente accaduto, e che ha tenuto milioni di americani col fiato sospeso fino all’ultimo secondo. La sera del 3 ottobre del 1951, proprio mentre i russi fanno brillare una bomba atomica nel deserto del Kazakistan, nello stadio di New York si gioca una storica finale di baseball vinta dai NY Giants con uno spettacolare colpo fuori campo. Seguendo tutti i passaggi di mano di quella palla, DeLillo compone un puzzle minuzioso e articolato, riunendo protagonisti e comparse in una medesima rappresentazione dei fatti.

Il prologo ha il volto di Cotter, il ragazzino che marina la scuola e che scavalca i cancelli dello stadio per assistere alla storica partita. E’ lui “a contendere la palla a qualcun altro, usando tutta la forza delle mani. Sta tentando di rinsaldare la presa. Sta cercando di isolare la mano del rivale in modo da far leva sulla palla e liberarla dito per dito“. Cotter è il primo possessore dell’ambito cimelio, ed è anche il primo dei mille altri volti che si incontrano nella fiction intricata di DeLillo  “Abbiamo pistole industriali che spruzzano vernici a olio, smalto, vernici epossidiche e via dicendo” autore prossimo allo stile argomentativo-pop-funk di David Foster Wallace – che il delillismo lo ha arricchito, se possibile, di humor e di poesia.

Underworld ha le tinte fosche di New York, con le sue periferie abbandonate, i suoi tramonti, il groviglio delle tangenziali, le sale biliardo nei seminterrati fumosi, le vernici dei graffiti, i materiali ferrosi dei convogli della metropolitana, il calore giallo e luminoso del deserto dell’Arizona che si sposa con l’azzurro di un cielo senza nuvole, il tanfo della spazzatura, tanta spazzatura, tonnellate di spazzatura, il catrame delle sigarette, il buio della perdizione. Il concentrato sublime di una scrittura nuova, ipnotica, perfetta, inarrivabile, da contemplare come un’opera d’arte esposta al Metropolitan. Underworld è l’America.  ‎

Angelo Cennamo

Standard

L’UOMO DI KIEV – Bernard Malamud

 

luomo-di-kiev-malamud

Tutte le volte che finisco di leggere un libro di Bernard Malamud, mi viene da pensare: questo è il migliore romanzo di Malamud. E’ accaduto con Il Commesso – forse il libro più apprezzato, in Italia rilanciato qualche anno fa da una citazione di Marco Missiroli in Atti osceni in luogo privato – ma anche con Il Barile Magico e Le Vite di Dubin, una delle sue ultime pubblicazioni. “Nei romanzi di Malamud l’America non appare mai un’opportunità di riscatto‎. Uno dei suoi temi più frequenti è la marginalità“, scrive Alessandro Piperno nella prefazione de L’Uomo di Kiev – romanzo del 1966, vincitore del premio Pulitzer e del National Book Award. E’ questo il tratto che distingue Malamud dagli altri tre grandi scrittori ebrei americani: Saul Bellow, Philip Roth e Paul Auster, più spavaldi e ottimisti nell’inseguire il sogno americano. I personaggi di Malamud sembrano nati per soffrire, sono perseguitati dalla sfortuna e dalle ingiustizie. E sono quasi sempre degli ebrei, perché gli ebrei, diceva, “li conosco bene, e poi perché sono  l’incarnazione perfetta del melodramma”.

L’Uomo di Kiev si ispira a una vicenda realmente accaduta nei primi anni del Novecento. La storia di Mendel Beilis, ebreo ucraino accusato ingiustamente dalle autorità zariste di un infanticidio  avvenuto alle porte di Kiev. Nella fiction, Beilis è Yakov Bok.

“In abiti larghi e berretto a visiera, era un uomo longilineo e nervoso con le orecchie grandi, le mani dure, chiazzate, chiazzate, il dorso ampio…Il suo naso a volte era ebreo e a volte no…La moglie lo ha lasciato per uno sporco forestiero”.

Con un carro scassato regalatogli dal suocero e un cavallo “brocco”, Yakov si trasferisce a Kiev per iniziare una nuova vita, per  cercare un lavoro e farsi un’istruzione. Si guadagna da vivere come tuttofare: “Viveva nel cuore del settore ebraico del quartiere Podol, in una casa popolare formicolante d’inquilini, pavesata di materassi che prendevano aria e di abiti cenciosi che asciugavano sopra un cortile stipato di bottegucce di legno dove tutti erano indaffarati e nessuno guadagnava. Campavano”.

Un giorno Yakov salva un vecchio caduto nella neve. Sembrerebbe un colpo di fortuna perché l’uomo, che è molto facoltoso, decide di ripagarlo assumendolo come contabile  nella sua fabbrica di mattoni. Ma fin da subito quell’incontro si rivelerà una terribile sciagura che condurrà il tuttofare alla distruzione. Il suo datore di lavoro infatti è un accanito antisemita e vive in un quartiere dove gli ebrei sono considerati i peggiori nemici dell’umanità. Tra molti dubbi, Yakov cerca di resistere dando false generalità e negando le sue origini ebraiche. Un giorno però accade l’irreparabile: in una grotta vicino alla fabbrica dove lavora, viene trovato un ragazzo di dodici anni assassinato. Era seduto con le mani legate dietro la schiena, era stato ucciso a pugnalate e morto dissanguato “probabilmente a scopi rituali“.
Yakov viene arrestato. Confessa subito di essere ebreo ma si proclama innocente “Sia clemente, signor giudice. Ho avuto così poco nella vita“.
La deposizione del suo datore di lavoro è un duro atto di accusa: ” Non è una persona onesta: per essere precisi, è un impostore…non l’avrei mai assunto se avessi saputo che apparteneva alla Nazione ebraica“. Durante la prigionia Yakov viene istigato a confessare il delitto in cambio di un lasciapassare per l’Europa; l’unico spiraglio, forse, per ritrovare la libertà. Ma lui non si fida. Bibikov, proprio il magistrato che crede alla sua innocenza, viene arrestato e ucciso misteriosamente in una cella vicina. Yakov capisce di non avere scampo. Lo hanno preso perché è ebreo: “Non c’era una ragione, c’era soltanto un complotto contro un ebreo, un ebreo qualsiasi, e lui era l’uomo scelto casualmente come capro espiatorio. L’avrebbero processato perché era stata formulata un’accusa, non c’era bisogno di altre ragioni. Nascere ebreo significava essere vulnerabili alla storia e ai suoi errori più spaventosi“.

Per certi versi, quella di Yakov è la stessa condanna che la sorte infligge a Morris Bober, il protagonista de Il Commesso, l’umile bottegaio di Brooklyn al quale gli affari vanno male, e che è costretto a subire le angherie del suo giovane garzone Frank Alpine. Come Yakov Bok, anche Morris Bober attribuisce la malasorte che lo perseguita alla fede ebraica. Entrambi provano a resistere alle avversità e alle ingiustizie arroccandosi nella forza d’animo e nella rettitudine, ma non basterà a salvarli dalla rovina.

Angelo Cennamo

Standard