DISTURBO DELLA QUIETE PUBBLICA – Richard Yates

 

Disturbo della quiete pubblica - Richard Yates

 

Era cresciuto fuggendo dalla realtà e sarebbe stato così per tutta la vita 

John Wilder, è lui il borghese piccolo piccolo di Disturbo della quiete pubblica, l’everyman schiacciato dall’alcol, da un matrimonio infelice e da un lavoro che non ha mai amato: vendere spazi pubblicitari per la rivista American scientist. Eppure nella New York dei primi anni Sessanta non dev’essere stato complicato realizzare il “sogno”: una famiglia solida, una casa accogliente, spaziosa, una buona polizza sanitaria e tanti bei “verdoni” in banca. Per John è stato diverso: sempre fuori posto, figlio disobbediente, deludente, svogliato negli studi, poi marito e padre irascibile, bugiardo, soprattutto assente. Di personaggi come lui ne troviamo tanti nei romanzi di Richard Yates, “uno dei maggiori scrittori americani meno conosciuti” secondo l’Esquire, maestro della scrittura minimalista e prototipo del romanziere moderno, così moderno da rasentare in certi casi l’ultima frontiera della letteratura d’avanguardia: l’hip hop.

John Wilder è soltanto un uomo, uno dei tanti antieroi imperfetti e frustrati della middleclass americana –  Yates deve esserlo stato almeno quanto lui per le sue note disavventure legate all’abuso di alcol e alla depressione  –  finito in questo romanzo per dare corpo e voce a tutti quei perdenti anonimi di una società che invece preferisce esibire la sua parte migliore, quella patinata dei bastardi fortunati, la sua fazione ridens, la più realizzata e gaudente. Il romanzo ha inizio nel 1960 e si apre con una scena drammatica, con John che telefona alla moglie Janice da un bar di New York per dirle che non può tornare a casa dopo un viaggio d’affari. Le ragioni sono diverse: non ha portato un regalo al figlio Tommy, a Chicago ha fatto sesso per tutta la settimana con un’altra donna, e quando la moglie insiste per farlo tornare, lui sbotta e conclude:  Lo vuoi proprio sapere, dolcezza? Perché ho paura che potrei uccidervi. Ecco perché. Tutti e due

Sono i primi segnali di una paranoia che non smetterà di abbandonarlo neppure dopo il ricovero al Bellevue Hospital, in quel guazzabuglio dove tutti urlano, si masturbano e danno calci a porte e finestre. Dovrebbero trattenerlo un paio di giorni al massimo, gli dicono, ma per via del Labour Day il ricovero si protrae per una settimana intera. Quella esperienza tragicomica John proverà a metterla in un film che vuole produrre lui stesso con l’aiuto di Pamela, la sua amante, ragazza disinibita e ambiziosa, e di un gruppo di studenti radical chic del Vermount.

Pamela convince John ad osare di più nel mondo della celluloide, a mollare il suo lavoro di pubblicitario, a separarsi da moglie e figlio, e a trasferirsi con lei in California. Per lunghi tratti del romanzo, Janice e Pamela rappresentano gli unici argini all’alcol, quel fiume impetuoso, inarrestabile che condurrà poco alla volta il protagonista all’autodistruzione. I deliri si moltiplicano: John è geloso di tutti, risponde male, perde le staffe per qualunque sciocchezza, poi crolla davanti all’ennesima bottiglia di whisky, il suo unico rifugio. Su insistenza di Paul Borg, l’amico avvocato, accetta di partecipare agli incontri dell’Anonima Alcolisti, di consultare medici e psichiatri –  i duetti con il dott. Bloomberg sono la parte più esilarante del libro e ci riportano a uno dei capolavori giovanili di Philip Roth, Il lamento di Portnoy  Ti racconto tutta la maledetta storia della mia vita e tu stai seduto lì, senza dire assolutamente niente, e ogni settimana ti metti in tasca cento verdoni che sono miei. Sai come si chiama questo? Si chiama furto – ma il tunnel della follia sembra non finire mai: l’insuccesso cinematografico e la rottura della relazione con Pamela sono per John un altro duro colpo, l’ennesimo trauma, forse il più insopportabile per i suoi già fragili nervi, il preludio del disastro finale.

Facile riconoscere la vita di Yates in quella disperata di John Wilder, ritrovare nella dipendenza dall’alcol e nelle crisi di nervi del protagonista del romanzo la stessa esistenza tormentata e infelice del suo autore, riscoperto e rilanciato solo negli anni Duemila dal New Yorker e da alcuni giovani scrittori come Michael Chabon che si sono offerti volontari per promuovere le sue opere con letture pubbliche.

Disturbo della quiete pubblica non è tra i romanzi più conosciuti di Yates, ma è sicuramente uno dei suoi libri migliori, un classico contemporaneo che mancava da molti anni nelle librerie italiane.

Angelo Cennamo

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NAPOLI FERROVIA – Ermanno Rea

 

Napoli ferrovia - Ermanno Rea

 

Pochi scrittori hanno saputo raccontare Napoli come Ermanno Rea: Curzio Malaparte, Raffaele La Capria, Anna Maria Ortese, Matilde Serao. Non me ne vengono in mente altri. Ho letto Napoli Ferrovia – romanzo uscito nel 2007- sulla scia di Mistero napoletano il capolavoro di Rea, che con La dismissione completa una trilogia unica nel suo genere per realismo, poesia e denuncia sociale. La Napoli di Rea non è la città panoramica e solare della canzone melodica, e neppure quella efferata della gomorroide di Roberto Saviano. E’ prima di ogni altra cosa un luogo dell’anima dove l’autore ritorna, forse malvolentieri, per ritrovare i ricordi dell’infanzia e della prima giovinezza, i vecchi amici scomparsi, e i segni di un riscatto che non è mai arrivato. Napoli non è cambiata affatto questa è una città che inghiotte, metabolizza fingendo di farsi essa stessa straniera via via che integra lo straniero, lo divora.

Ma perché Rea, come tanti altri intellettuali ed artisti della sua generazione, ad un certo punto della vita decide di andare via da Napoli? Volli sperimentare anch’io il distacco dalla matrice, da vivere insieme come perdita lacerante, certo, ma anche come maturazione e conquista di libertà.

Con Napoli ferrovia il ritorno si materializza con la strana amicizia tra un giornalista ottantenne e Caracas, un naziskin di origini venezuelane che detesta l’America e il capitalismo occidentale, e che ha da poco abbracciato la fede islamica. Un uomo non cresciuto del tutto, un sognatore. Il suo regno è il pianeta Ferrovia anche se una casa vera e propria non ce l’ha. Caracas è una miniera di storie, un appassionato di dolore altrui, amico di prostitute e immigrati di qualunque razza e provenienza, per questo lo chiamano il Cristo della Ferrovia.

Piazza Garibaldi, a Napoli, è un crocevia di mille etnie diverse, il suo doloroso e degradato melting pot richiama quello di altre metropoli del mondo, dal Maghreb al Brasile. Con Caracas il vecchio giornalista se ne va in giro a sbucciare la città come una mela per le strade più inquinate e malfamate. Con lui scende all’inferno per ritrovare le sue origini e visitare quei luoghi dove non avrebbe mai avuto il coraggio di inoltrarsi da solo.

Caracas a Napoli c’era arrivato all’età di sedici anni, con sua madre. Era un ragazzo pieno di ambizioni, di progetti, che aveva studiato l’arte e la grafica pubblicitaria. Ma dov’era la Napoli, la città-sogno, il luogo accogliente ed ingenuo che gli avevano raccontato? Dov’erano le brezze profumate, il mare portato dal vento sin nelle case e nei bar? Napoli era un trionfo di miasmi.

I due amici si ritrovano puntualmente a piazza Dante per perlustrare vicoli, piazze e quartieri del centro storico, ma anche per guardarsi dentro e conoscersi meglio: il giornalista nostalgico, la vecchia cariatide comunista col mito della Ragione, e il naziskin fascistoide che non ama la parola “comunismo” e neppure la parola “democrazia”, che crede nel potere della forza e che arriva a negare l’olocausto degli ebrei, a dire che le camere a gas non sono mai esistite. Giri infiniti tra palazzi anneriti dal traffico, raccontandosi aneddoti e storie familiari, come quella di Rosa La Rosa, il grande amore perduto di Caracas, la ragazza sopraffatta dalla droga e senza scampo. Facile riconoscere nel corpo martoriato e sofferente di Rosa il corpo di Napoli, la città che Rea ama in modo viscerale ma che detesta anche per la troppa tolleranza e la sua infinita rassegnazione.

Il viaggio dei due amici si conclude a piazza Mercato, un tempo punto nevralgico della Napoli mercantile, luogo tra i più deturpati dalla guerra, poi dalla speculazione edilizia, infine dalla camorra. Tutto era cominciato in quella piazza con l’avviatissimo negozio di vernici del padre dello scrittore, l’amara suggestione di un tempo che non ritorna, e ultima narrazione di un libro totale, intenso, che non può lasciare indifferenti.

Angelo Cennamo

                       

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VIA GEMITO – Domenico Starnone

 

Via Gemito - Starnone

 

Tutte le volte che si parla di Domenico Starnone – scrittore e giornalista napoletano, premio Strega nel 2001 proprio con Via Gemito –  si va a parare sempre lì: sarà lui o non sarà lui Elena Ferrante? Fossi Starnone, a certi curiosi così insisitenti e scoccianti, che nella maggioranza dei casi non hanno letto né i suoi libri tantomeno quelli della Ferrante, risponderei alla maniera di Federì, il protagonista del suo romanzo. Direi loro: “Evvabbè, lo confesso: Elena Ferrante sono io, basta che la finite di romperocàzz“.

Che personaggio, Federì, ferroviere per necessità, pittore per vocazione, inchiodato all’insuccesso prima da un padre padrone poi da Rusinè, la moglie gretta e ignorante che gli fa fare solo brutte figure, e che al telefono risponde: “pront” senza la “o” finale. Hai voglia di spiegarle che deve dire “pronto”, perché da un momento all’altro potrebbe chiamare un gallerista importante o chissà chi. Federì la tormenta, le fa del male, Rusinè è il capro espiatorio dei suoi fallimenti, e lui è un uomo arrogante, manesco, geloso, possessivo, lo è con tutti, con lei e con i suoi figli. Nessuno deve contraddirlo, e chi osa farlo è nu strunzemmèrd, tutti strunzemmèrd compresi chilli sfaccìmm dei parenti di Rusinè, una banda di impiccioni scansafatiche buoni solo a portargli via i soldi.

La tragicomica famiglia di Starnone abita sul Vomero, in Via Vincenzo Gemito – lo scultore napoletano vissuto nell’Ottocento, al quale un’altra grande scrittrice partenopea, Wanda Marasco, ha dedicato il suo Il genio dell’abbandono – titolo dal sapore ferrantiano: che non sia proprio la Marasco Elena Ferrante. Siamo nella Napoli del dopoguerra, Federì e Rusinè faticano per sbarcare il lunario: mandare avanti quattro figli e una suocera col solo stipendio di ferroviere nun è ‘na pazziella. La casa è umida, manca tutto anche il mobilio. Federì si divide tra il suo vero lavoro e quello di artista, artista che non dipinge: “pitta”. Nature morte, paesaggi, ritratti di chiunque, anche dei suoi familiari, chilli strunz che non sono capaci di stare fermi un minuto quando si devono mettere in posa. Federì è un raccontaballe che ama vantarsi davanti ai figli e la moglie di amicizie mai coltivate e di mostre alle quali non ha mai partecipato. Eppure di occasioni per svoltare ne ha avute. Durante la guerra, per esempio, le truppe angloamericane lo avevano ingaggiato come interprete e scenografo al teatro Bellini. Quanti soldi che aveva guadagnato! Si era pure conquistato la stima di artisti internazionali: attori, registi, impresari. Federico, il tuo talento qui a Napoli è sprecato, gli dicevano tutti. Ma sarà poi vero? Stanco di vivere la sua passione nell’anonimato, Federì decide di camuffarsi da comunista per intrufolarsi negli ambienti giusti, quelli che ha sempre destestato. Lui, fascistone della prima ora, ora si atteggia ad artista radical chic di sinistra, prende la tessera del pci, disegna vignette per L’Unità e La Voce del Mezzogiorno. Qui il racconto di Starnone incrocia le storie di un altro romanzo famoso Mistero napoletano: gli anni, i luoghi, perfino alcuni personaggi sono gli stessi del capolavoro di Ermanno Rea. Federì arriva a conoscere pittori illustri del calibro di Renato Guttuso, così almeno dice lui, ma per quanto si dia da fare, resta fermo ai blocchi di partenza, lui il pittore ferroviere, senza una lira in tasca, con i soliti affanni e le frustrazioni di sempre. A raccontare la storia di Federì, le sue menzogne, la sua cialtroneria goffa e fantasiosa, è il figlio maggiore, Mimì. Il suo è un viaggio nei luoghi della Napoli di oggi, tra luci e ombre di un’infanzia piena di ricordi, delusioni e quadri ormai smarriti. Il finale malinconico di un romanzo travolgente che fa ridere, pensare e commuovere.

Angelo Cennamo

 

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IL MATRIMONIO DI FEDERICO

  

 

Il matrimonio di Federico

 

Caldo asfissiante. Afa. Alle quattro di pomeriggio, con 36 gradi all’ombra, arrivammo a via Cilea, sotto casa di Federico. Le lamiere dell’Alfa Romeo di Colajanni erano diventate roventi come una padella, e i sedili in pelle una vera tortura per i nostri corpi già martoriati dagli abiti della cerimonia. Colajanni indossava un fresco lana blu scuro su una camicia rigorosamente bianca. La cravatta a pois era in tinta con l’enorme pochette che gli usciva dal taschino, e ai piedi calzava i soliti mocassini neri. Lucidissimi. All’ultimo momento l’avvocato dovette rinunciare al panama perché in un gesto di stizza lo aveva lanciato fuori dal finestrino dopo essersi accorto di aver sbagliato strada mannaggiamòrt. Giulia, liberatasi della divisa di ordinanza – scarpette da tennis, jeans a zampa di elefante, maglietta stropicciata e capelli arruffati – aveva ritrovato l’eleganza dei primi tempi. Per la serata aveva scelto un tubino rosso scuro con una stola color panna. In macchina aveva tolto i sandali. Cercava disperatamente di refrigerarsi con un ventaglio di seta che si era premurata di mettere nella borsetta prima di scendere. Non appena parcheggiammo, Colajanni mi indicò una cabina telefonica.

– Eccola –  Cosa? – La cabina telefonica. E’ da quella cabina che Federico ci annuncia i suoi disastri – Giulia scoppiò a ridere – Quali disastri, pà?  – I peggiori – disse l’avvocato, accendendosi la sigaretta, mentre con l’altra mano si passava il fazzoletto sulla fronte. – Poverino, non lo hai mai sopportato – Giulia non riusciva a comprendere l’avversione di suo padre per quello sciagurato di Federico. Era convinta che la sua fosse pura antipatia e che l’attività di studio, quella strana goffaggine, gli errori ripetuti e ripetuti ancora, la negligenza, a volte strafottenza, non c’entrassero nulla con le liti continue: Federì, nun ne è capito nu cazzo! Federì, ma che cumbin? Federì, ho detto ricorso non atto di citazione. Federì, hai dimenticato nata vota ‘a borsa in tribunale? Eccheccazzo!

– Vedi, Giulia – disse l’avvocato – Federico per me è una persona di famiglia. L’ho accolto nello studio come un figlio. Non è vero, Eduà? Ma se devo dirla tutta, la sua ostinazione per la professione mi ha sempre fatto incazzare. Glielo dico dal primo giorno: Federì, fai un concorso. Chiedi a tuo zio se ti prendono alla Sip. Niente da fare. Deve ringraziare il suocero che gli passa quelle quattro pratiche dell’Inps, se no, a quest’ora, stava fresco. – Sarà – disse Giulia – ma con lui sei troppo severo. Dovresti dargli più tempo, nessuno nasce avvocato –

Riuscimmo a parcheggiare proprio vicino al portone e salimmo in fretta per consegnare i regali prima che lo sposo si avviasse in chiesa. Colajanni gli aveva comprato un orologio svizzero, completamente d’oro, con i numeri romani. Io dei gemelli ed un fermacravatta. Federico, sarà stata l’emozione o forse il caldo, ci venne incontro più rincoglionito del solito e sudato come un parcheggiatore abusivo sotto il sole di ferragosto. Tanto che Colajanni, dopo avergli fatto gli auguri, si strofinò il fazzoletto sul viso, manco avesse baciato una puzzola. Con molta fatica scartò i regali ricevuti, e visibilmente  commosso ci ringraziò con un altro bacio. Colajanni però stavolta riuscì a schivarlo.

– Forza forza, avviamoci che è tardi – disse l’avvocato, guadagnando l’uscita. Montammo di corsa in macchina e sfrecciammo verso S. Antonio a Posillipo dove di lì a poco si sarebbe tenuta la funzione. Mimmo grondava di sudore e suonava il clacson all’impazzata come se stesse correndo in ospedale con un ferito a bordo. Arrivammo sulla collinetta di Posillipo in perfetto orario. Lasciammo le chiavi a un tizio col cappellino da marinaio  che tutti chiamavano ‘o barone, e ci avviammo verso la chiesa.

L’avvocato preferì rimanere all’esterno. Attese la fine della messa appoggiato alla ringhiera della piazzetta fumando come un forsennato. Di tanto in tanto si avvicinava al sagrato per controllare a che punto fosse la cerimonia. Io e Giulia invece dovemmo soffrire stoicamente tra i primi banchi del santuario assieme agli altri invitati assiepati fino all’ingresso. Benedizione. Campane. Amen. Foto. Quando finalmente gli sposi uscirono, fu una liberazione per tutti. Colajanni si rimise immediatamente alla guida della sua Giulietta e, prima ancora che io e Giulia ci sistemassimo nell’abitacolo e chiudessimo per bene gli sportelli, sgommò verso il ristorante. Il peggio era passato.

Da Ciro a Marechiaro l’aria profumava di polpi all’insalata e di fritto di paranza. Il tavolo che ci avevano assegnato era nell’angolino più suggestivo della terrazza. Il tramonto ci sorprese all’improvviso – Finalmente respiriamo – disse Giulia, aggiustandosi i capelli con un fermaglio di madreperla. La brezza si fece piano piano vento e gli ombrelloni all’estremità della terrazza cominciarono ad ondeggiare.

Un’orchestrina prese a suonare uno vecchio swing americano e la terrazza di colpo si trasformò in una pista da ballo. Alla batteria riconobbi Marcello Calopresti, un vecchio compagno di università che non vedevo da anni. Federico conosceva Marcello? Forse era solo un caso. Suonavano pezzi americani molto ritmati, “sincopati” diceva l’avvocato. Poi passarono ai classici napoletani, sempre con arrangiamenti americani. Quando sulle note di “Voce e notte” l’avvocato scoppiò a piangere, non riuscii a trattenere il mio stupore: Colajanni aveva un animo sensibile e io non me ne ero mai accorto. Giulia lo guardò con tenerezza. Con la mano gli accarezzò la fronte. Li osservai in silenzio, rapito da quella scena così commovente ed insolita per due persone come loro, decisamente poco inclini al sentimentalismo. Giulia meno di lui. Eppure. Quella canzone doveva significare sicuramente qualcosa per entrambi. Giulia più tardi mi spiegò che era la stessa che aveva fatto innamorare i suoi genitori. Di fronte al ricordo della moglie, scomparsa prematuramente proprio nel dare alla luce la loro unica figlia, Colajanni non ce la fece a mascherare il suo stato d’animo e si lasciò andare ad uno straziante sfogo emotivo suscitando la curiosità degli invitati più vicini al nostro tavolo. Lui non se ne curò e si abbandonò fino in fondo al doloroso ricordo, accompagnando le note con un leggero gesto della mano. Poi, rialzando il capo e incrociando il mio sguardo affettuoso, accennò un sorriso, amaro e stentato. Solo un’infelice incursione di Federico poteva spezzare quel malinconico incanto, quell’atmosfera così struggente e beffarda. Difatti, proprio in quell’istante, il giovane sposo, contro ogni benevolo senso dell’opportunismo, si materializzò al nostro tavolo, e vedendo Colajanni in quello stato, con gli occhi rossi di pianto, esclamò ad alta voce – Avvocà, ch’è successo? Non vi sentite bene? Chiamo qualcuno? – Colajanni girò il collo strangolato dalla cravatta di Marinella, e con la coda dell’occhio gli fece capire che era tutto a posto. Poi, con la mano gli fece segno di andare. Dove, lo intuimmo solo io e Giulia.

Angelo Cennamo

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MISTERO NAPOLETANO – Ermanno Rea

 

 

Mistero napoletano - Ermanno Rea

 

Se tu avessi un miliardo di miliardi ti compreresti Napoli? E come la cambieresti?

Era questa la domanda più ricorrente nelle conversazioni che il giovane cronista de L’Unità Ermanno Rea intratteneva con i suoi compagni della redazione napoletana nell’Angiporto della Galleria Umberto. Siamo negli anni Cinquanta, Napoli è una città provata dalla guerra e dalla miseria, il suo porto è occupato dalla sesta flotta dei Marines, e nel pci locale sta per deflagrare uno scontro violentissimo tra l’ala stalinista incarnata dal segretario cittadino Salvatore Cacciapuoti, il despota, uomo arcigno, legato alla rigida ortodossia comunista, e i militanti del gruppo Gramsci, come dire: la parte più moderata, democratica e riformista del partito, e che ha avuto in Guido Piegari forse il suo esponente di spicco. A distanza di oltre trent’anni da quella esperienza politica e professionale, Rea decide di  tornare nella sua città per indagare su una vicenda misteriosa che lo ha tormentato per tutto questo tempo: il suicidio dell’amica e collega di redazione Francesca Nobili, avvenuto la sera del venerdì Santo del 1961.

Francesca sembra un personaggio uscito da un romanzo dell’Ottocento, l’eroina di una romantica e intricata storia di tumulti e di passioni che finisce in tragedia, invece è una donna reale, esistita per davvero nella Napoli del dopoguerra, e che per un decennio o forse meno ha incrociato il proprio destino con quello dell’autore di questo libro inchiesta, un po’ saggio un po’ romanzo, che ricostruisce fatti e circostanze seguendo la cadenza di un diario. Attraverso le testimonianze di vecchi amici, documenti archiviati e i diari della protagonista consegnatigli dalla figlia Viola, Rea ripercorre la lunga vicenda personale e familiare della cara amica scomparsa. La storia di Francesca si intreccia con quella del partito nel quale lei stessa militava, e ha come sfondo una Napoli in piena guerra fredda che sta vivendo una stagione cruciale per la rinascita dell’intero meridione.

La ricostruzione letteraria di Rea è molto particolareggiata, Rea nasce cronista e solo dopo una singolare esperienza da fotoreporter, all’età di 63 anni, si reinventa romanziere, e che romanziere.

Francesca Nobili – che si firmava Francesca Spada, col cognome di sua madre – era arrivata a Napoli all’età di quattro anni, dopo essere nata a Tripoli nel 1916 da un ufficiale di cavalleria scomparso forse in un’imboscata. Rea ce la descrive come un’apolide, estranea cioè a qualunque modello sociologico o culturale legato alla tradizione locale. La sua patria era il mondo intero, diceva. Era una donna affascinante, colta, dall’animo inquieto, con due lauree e un diploma al conservatorio. Non si curava del proprio aspetto, si mostrava sciatta, trasandata, agli abiti e ai rossetti preferiva la musica, la politica e la poesia peccato che amasse seppellire le sue grazie in un eterno maglione nero dal collo alto.

In verità, insieme alle sue grazie, Francesca avrebbe desiderato seppellire molto altro, un passato scandaloso che l’aveva resa difronte al pci napoletano una poco di buono, una donna sopra le righe, inaffidabile, una spregiudicata, anzi: una puttana. Prima di legarsi a Renzo, altro membro del pci e protagonista del romanzo, Francesca aveva avuto infatti un precedente matrimonio e un successivo compagno conosciuto in una setta di teosofici che praticava l’amore universale, Ugo Giannino, dalla cui unione erano nati i primi due dei suoi quattro figli. Ugo era riuscito a portarglieli via perché figli di “madre ignota” – la legge del tempo glielo consentiva. Ma non basta. Francesca era imputata del reato di saccheggio davanti al tribunale di Latina per una vecchia storia che risaliva al tempo della guerra e che, più avanti nel racconto, la spingerà a costituirsi in carcere. Insomma, il nome di Francesca era sulla bocca di tutti e non sempre per il suo fervore politico o per la passione con cui si dedicava al giornalismo. Lei e il suo nuovo compagno erano diventate persone scomode, moralmente indifendibili per quello stile di vita così disordinato, scandaloso, e quindi ricattabili.

Dicevamo di Renzo, Renzo Lapiccirella, l’attuale marito di Francesca. Rea ne parla come di un uomo di bell’aspetto, intelligente, generoso, disposto a sacrificare la propria laurea in medicina per perorare la “causa comunista” e inseguire un’improbabile vocazione al giornalismo. Renzo, si direbbe, è un vero progressista: non curante della malevolenza, delle calunnie, dei pregiudizi ( siamo nella Napoli degli anni Cinquanta), sfida tutto e tutti pur di stare con Francesca. I due abitano con i loro figli in una palazzina sui Camaldoli, in una casa misera, senz’acqua né riscaldamento, arredata di soli libri ( quelli non mancano mai) e da un pianoforte sgangherato al quale Francesca sfoga spesso i suoi tormenti.

L’ambiente al giornale e nel centro della città è certamente più stimolante, luccicante, un’atmosfera, reale o romanzata che sia, ricca di fermento e inebriante che il lettore percepisce, annusa anche con una certa invidia. Renzo e Francesca frequentano politici, artisti e intellettuali, un’umanità variegata e appassionata nella quale brilla su ogni altra la stella del più umanista degli scienziati: Renato Caccioppoli, il matematico matto che ispirò il primo film di Claudio Martone, e che si tolse la vita con un colpo di pistola nel 1959, due anni prima di Francesca.

Attraverso la sua persona Rea e tanti suoi compagni intravedevano come una possibilità quasi un sogno che non avevamo neppure osato sognare: quello di un comunismo trasandato, spettinato, stretto in un impermeabile un po’ liso, un comunismo insieme tenero e beffardo, divorato dalla passione per tutte le cose belle e giuste che esistevano sulla terra, un comunismo privo di pregiudizi, tollerante, nutrito di tutte le lingue presenti nel grande albero della vecchia cultura europea. Soprattutto, un comunismo non separato dalla libertà.

Lui, Renzo e Francesca erano accomunati da una napoletanità atipica, poco incline al folklore, molto anticonformista, e le loro scorribande in trattoria o in galleria, al giornale, ce lo confermano.

A questo punto una domanda è  d’obbligo: ma Rea era innamorato o no di Francesca?

E qui forse è arrivato il momento che io chiarisca in maniera perentoria di non essere mai stato innamorato di Francesca. Ma che chiarisca, nello stesso tempo, che la nostra è stata sicuramente un’amicizia amorosa” pag. 63.

Per quanto ci tenga a chiarire, Rea non ci convince affatto.  La sensazione è che l’autore della pasionaria Francesca sia stato innamorato eccome, e che nel suo libro inchiesta abbia taciuto non poche cose. Per rispetto, pudore o semplicemente per galanteria. Ma non importa: chi di noi non si sarebbe innamorato di Francesca, di una donna così fuori dagli schemi da sembrare un personaggio letterario più intrigante di una Emma Bovary o di Anna Karenina?

È il realismo, bellezza. Rea intinge la sua penna nell’inchiostro della vita e dei ricordi e confeziona un capolavoro di altri tempi. Un romanzo d’amore e d’amicizia intriso di storia e di politica. Un racconto malinconico, ricco di poesia e di sentimenti sconfitti, un’opera struggente come solo certi napoletani e le loro trame sanno essere.

Angelo Cennamo

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4 3 2 1 – Paul Auster

 

 

4321 Auster

 

Il caso che governa le nostre vite è il tratto distintivo dell’intera produzione di Paul Auster, scrittore americano di Newark – città natale anche di Philip Roth – che a settant’anni suonati ha voluto cimentarsi nel progetto letterario forse più ambizioso della sua carriera ultratrentennale, quel Grande Romanzo Americano che tutti gli autori a stelle e strisce sognano di scrivere un giorno, prima di appendere la penna al chiodo. A sette anni di distanza da Sunset Park è uscito 4 3 2 1, l’atteso librone di mille pagine (939), il romanzo di cui tanto si è parlato nei salotti editoriali di New York e di San Francisco, che ha tenuto Auster chiuso in casa, lontano da eventi, uscite pubbliche e chissà da cos’altro, per più di tre anni.

4 3 2 1  racconta le quattro vite possibili di Archie Ferguson, ragazzo ebreo di origini russe anche lui nato per caso a Newark come il suo autore, il 3 marzo del 1947. I genitori di Archie, Stanley e Rose, sono persone umili: il padre gestisce un negozio di elettrodomestici insieme ai suoi fratelli, la madre fa la fotografa. Ma nell’evoluzione delle quattro trame del racconto le sorti economiche della famiglia Ferguson fluttuano dalla miseria più nera alla ricchezza, secondo il collaudato meccanismo delle sliding doors al quale Auster ci ha abituato con i suoi libri, a cominciare dalla celebre Trilogia di New York. Le avventure di Archie ricordano molto quelle di Augie March, lo scugnizzo di Chicago ideato dal premio Nobel Saul Bellow, altro scrittore ebreo come Malamud, Roth e lo stesso Auster, gloriosa stirpe di romanzieri oggi degnamente rappresentata dalla generazione dei Chabon, Lethem, Safran Foer ed Englander. Nel destino magmatico di Archie Ferguson, oltre ad una morte prematura – uno dei quattro Archie morirà da bambino – ci sono alcuni punti fermi. Innazitutto zia Mildred, l’intellettuale della famiglia, la docente universitaria che introduce il giovane protagonista ai piaceri della lettura e della scrittura. Poi Amy, il grande amore di Archie, amica, fidanzata, amante e perfino sorrellastra nel gioco dei destini paralleli abilmente disegnato da Auster. Archie è un ragazzo sessualmente precoce, attratto da giovani studentesse ma capace di sedurre anche donne molto più grandi di lui. In una delle quattro opzioni esistenziali, il protagonista del romanzo vive esperienze omosessuali e si lascia attenzionare da un uomo maturo in cambio di denaro.

Le vicende personali e familiari di Archie, i traumi, le passioni sportive che ci riportano ad altri grandi libri ( il prologo di Underworld o a Pastorale Americana ), il suo percorso universitario, alla Columbia o a Princeton o in nessun college – è questo l’Archie che ho preferito rispetto agli altri tre, quello cioè che decide di studiare da autodidatta e che sogna di diventare romanziere a Parigi, sotto la governance dell’affascinante Vivian – si intrecciano con l’affresco vivido, preciso, suggestivo della storia americana degli anni Sessanta che Auster usa da sfondo per le sue trame: gli assassinii di Kennedy e Martin Luther King, la guerra in Vietnam, i tumulti sociali, le rivolte studentesche. Nel Grande Romanzo Americano Archie ci è dentro fino al collo, sia in veste di personaggio che di scrittore.                  

Avrebbe inventato altre tre versioni di se stesso e raccontato le loro storie insieme alla sua storia ( grossomodo la sua storia, perché anche lui sarebbe diventato una versione romanzata di se stesso), e scritto un libro su quattro persone identiche ma diverse con lo stesso nome: Ferguson.  E’ lui il Numero Quattro, l’autore del libro che finirà di scrivere a Parigi il 25 agosto del 1975.

Angelo Cennamo

 

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IL PROVINO

 

IL PROVINO

 

 

Alle due e mezza di pomeriggio il sole sui palazzi di Ostia è ancora alto. Luca ha chiuso dietro di sé la porta di casa, rimesso la suoneria del telefonino sulla modalità normale e agganciato la tracolla al borsone di pelle blu con le cerniere rosse – ultimo modello dell’Adidas – che i suoi compagni di classe gli hanno regalato per il dodicesimo compleanno versando una quota di 6 euro e 50 a testa. Dai finestroni spalancati sulle scale Luca sente la voce di sua madre che sgrida Christian e Christian che piange, odore di carne arrostita sulla brace, la radio della sig.ra Gianna, al secondo piano, gli ricorda che lo scorpione avrà una giornata impegnativa, ma lui è del segno dei pesci. Un cane, magro, con gli occhi tristi, lo affianca nel vialetto fino al cancello e gli annusa le scarpette di gomma dura, poi i calzettoni con i parastinchi, poi le ginocchia. Luca gli offre l’ultima patatina prima di accartocciare il sacchetto oleoso e gettarlo nella fioriera, tra la sabbia sporca di sputi e di mozziconi. Lui la rifiuta e si allontana. La strada che porta al campo di calcio della Vigor è un rettilineo alberato con due lunghe file di auto parcheggiate ai lati. Il marciapiede è stretto e pieno di buche rattoppate, e gibboso per via delle grosse radici dei pini compresse sotto il manto stradale, anche quello solcato come una ragnatela e pieno di increspature. In alcuni punti l’asfalto è più scuro e compatto, in altri è di colore grigio chiaro, sbiadito, sembra di gesso. Il rombo improvviso di una moto squarcia il silenzio del dopopranzo e fa rotolare il barattolo di una pepsi lungo i bordi della strada fino all’avvallamento di un tombino. Luca è concentrato, pensa solo al campo, non ha paura ma sa che lo attende una prova durissima. Dovrà segnare almeno un gol, meglio due, magari su calcio di punizione, con la palla che scavalca la barriera e va ad infilarsi all’incrocio dei pali, e tutti a dire: ma come ha fatto? Oppure con un’azione solitaria, scartando in velocità l’intera difesa avversaria come Diego Maradona ai mondiali dell’86 contro la nazionale inglese. Gli capitò di farne uno identico nella semifinale del torneo studentesco con i Vichinghi della seconda C. Mancavano meno di cinque minuti alla fine della partita quando con uno dei suoi guizzi improvvisi riuscì a rubare la palla a un giocatore che se ne stava lì a cincischiare e cominciò a saltare uno ad uno i suoi avversari come birilli. Dopo aver superato pure il portiere e accompagnato il pallone oltre la linea di porta, si ritrovò tutta la quadra addosso che lo festeggiava. Nel buio di quel groviglio di corpi, gambe, braccia e aliti puzzolenti sentì l’urlo del pubblico sulle tribunette laterali: Lu-ca, Lu-ca, Lu-ca, Lu-ca, Lu-ca.

Al centro del campo l’allenatore a torso nudo e coi pantaloncini rossi ha un fischietto al collo e una cartellina azzurra. Sull’avambraccio sinistro si è tatuato il nome “Luca” in stampatello. E’ muscoloso, depilato, di statura media, con un filo di barba sul volto scavato e rugoso. Intorno a lui i ragazzi formano un semicerchio, lo ascoltano in silenzio. Parla, muove le braccia, mostra ai giocatori i bordi del campo, poi indica le porte, mima gli schemi di gioco flettendo le gambe lisce e abbronzate. Faremo due tempi di 20 minuti ciascuno, con un intervallo di 5 minuti, sta dicendo. Giocherete in questa metà del campo. Anzi no, andremo nell’altra. I ragazzi lo seguono poi si dividono in due squadre composte da 7 giocatori ognuna. Indossano pettorine bianche e gialle. Luca giocherà con la pettorina gialla. Nella sua squadra ci sono Mirko e Simone, suoi compagni di scuola alla Giovanni Paolo II. Dell’altro gruppo conosce solo Fabio, un bambino che abita nel suo palazzo. E’ il figlio di Enza e Roberto, amici dei suoi genitori. Quei due litigano sempre e Fabio per non sentirli litigare alza il volume dello lo stereo finché non smettono di litigare tra di loro e cominciano a litigare con lui. Ma a Fabio va bene così. Fischio di inizio. Serpentina di Mirko sulla fascia sinistra che si libera di due avversari e crossa, ma il portiere esce e blocca. Triangolazione a centrocampo degli avversari, Luca arretra per conquistare la palla. Ci riesce Simone che gliela passa subito dopo. Luca‎ salta un avversario e punta verso la porta, cade. Fallo! Alzati, dice l’arbitro-allenatore. Il gioco prosegue. Rimessa degli avversari, stop di petto di Marco che passa la palla a Simone che di tacco la fa filtrare a Luca. Dietro di lui Fabio prova a rubargliela, Luca cade di nuovo. Fallo! Alzati, gli grida l’arbitro-allenatore. Ma è fallo, mi ha spinto! Dice Luca. Non ti ha spinto, ha preso il pallone, dice l’arbitro-allenatore facendo segno di continuare. Il primo tempo finisce con il punteggio di 0 a 0. Cambio di campo. Luca dice a Simone di giocare spostato più sulla fascia per non occupare la sua zona. Rilancio del portiere avversario, la palla arriva a Luca che salta subito un avversario, vede Simone libero davanti a lui ma non gli passa la palla, temporeggia con una finta, poi un’altra finta, la perde. Fallo! Ma quale fallo? Avanti, dice l’arbitro-allenatore. Mancano due minuti alla fine della partita, Luca gronda di sudore e fino a quel momento non è riuscito a tirare una sola volta in porta, per un attaccante non è il massimo. Calcio di punizione per gli avversari, la palla si infrange sulla barriera, la riprende Simone che lancia Luca sulla fascia sinistra, Luca rincorre il pallone, è la sua ultima opportunità per segnare e far vincere la sua squadra, ma la palla corre più di lui, Luca allunga la gamba sperando di tenerla in gioco, andata. Rimane a terra per riprendere fiato, si tocca la punta delle scarpe con le dita, poi si gira verso i compagni. Triplice fischio, si va negli spogliatoi. Fa ancora caldo, un tizio col cappellino distribuisce bottiglie d’acqua e integratori vicino alla rete metallica che delimita il campo, Luca non beve, si asciuga il sudore con la pettorina, sulla gamba destra ha un taglietto rimediato in una scivolata, dietro di lui c’è Simone, lo raggiunge e gli appoggia il braccio sulla spalla. Ti fa male? Chiede. Cosa? Il taglio, ti fa male? Quale taglio? Ah, no, non è niente. Mi prenderanno? Secondo me, si, gli dice Luca; hai giocato bene, hai intercettato molti palloni, un giocatore come te fa sempre comodo.  Lo spogliatoio è un forno, l’afa si mescola alla puzza di piedi e di ascelle, ormoni in visibilio. L’acqua fresca e veloce della doccia fa scivolare tutto, libera il corpo dalla fatica e la mente dai pensieri. Luca sa di aver giocato male.‎ Fuori ad aspettarli c’è l’allenatore con la sua cartellina azzurra. Si è cambiato, ora indossa una maglia bianca e i pantaloni della tuta. Al collo ha ancora il fischietto. Il sole è ancora alto e i ragazzi sono allineati sul bordo del campo in attesa del verdetto, con i capelli ancora bagnati per la doccia. Facciano un passo avanti quelli che sto per chiamare. L’allenatore si schiarisce la voce con un colpo di tosse, di fianco a lui c’è il tizio che prima distribuiva le bottiglie d’acqua, tra lui e i giocatori c’è una distanza di tre metri, più o meno. Paolo Moresi, Alessio Biagi, Marco De Santis, Mirko Delli Carri, Simone Spiezia. Gli altri possono andare, grazie. Luca, tu aspetta, devo dirti due cose. I giocatori scelti esultano, qualcuno urla, si abbracciano. Grazie mister, dice Mirko. Poi tutti gli altri: grazie mister. Simone si volta verso Luca, Luca sta calpestando qualcosa, ha la testa bassa e le braccia conserte.  Domani passate in segreteria per compilare il modulo e lasciate i vostri dati. Grazie. A Domani. A domani, mister, dicono i ragazzi scelti allontanandosi insieme agli altri.

Luca e l’allenatore ora sono rimasti soli sul campo. Anche il tizio si è allontanato per chiudere gli spogliatoi e accendere gli idranti. Parla da solo. Sbraita non si sa per cosa. Non hai giocato male, dice l’allenatore a Luca, accarezzandogli la testa. Ti ho visto correre, in un paio di occasioni hai saltato l’avversario, sei migliorato nella visione del gioco, hai mantenuto bene la posizione in campo. Nella fase conclusiva invece sei venuto meno, non ho annotato neppure un tiro in porta. Male. Nel complesso ti darei un 6. Forse 6 e mezzo. Ma non basta, e lo sai. Per giocare in quel torneo devi meritarti un otto pieno. Intesi? Un otto pieno. Ti ho deluso? No, deluso no. Però a volte sembri stanco, demotivato, senza voglia. Non ti capisco. Devi impegnarti di più, e divertirti di più. A che pensi? A niente. Luca guarda le gradinate vuote, le lamine di ferro riflettono gli ultimi raggi di luce. Ripassa nella sua mente le azioni della partita, rivede gli errori. La memoria torna a quel gol segnato contro i Vichinghi, all’esultanza dei suoi amici, al tifo del pubblico sugli spalti. Chissà quando gli ricapiterà di fare un gol come quello. Un otto pieno. Gli arriva l’odore dell’erba bagnata, e il sibilo a scatti dell’idrante quasi lo innervosisce. Si passa la mano tra i capelli, sbuffa. Vedrai che ce la farai. Ne sono sicuro. Ok, papà. Dammi il cinque.

Angelo Cennamo

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