AVVISO AI NAVIGANTI – Annie Proulx

 

Avviso ai naviganti - Annie Proulx

 

Annie Proulx, originaria di Norwich nel Connecticut, è tra le più stimate scrittrici americane della sua generazione, la stessa di Tim Morrison e Carol Joyce Oates. Avviso ai navigantiThe shipping news –  il suo romanzo di punta, pubblicato nel 1994, vinse sia il Pulitzer che il National Book Award. Capita di rado che un libro americano vinca entrambi i premi più prestigiosi, gli oscar della letteratura. Nel 2017 la stessa sorte toccò a Colson Whitehead con La ferrovia sotterranea. In Italia, della Proulx si sa ben poco oltre questo romanzo, recentemente ripubblicato dalla eroica Minimum fax, casa editrice specializzata nel ripescaggio di grandi autori americani finiti nel dimenticatoio: Bernard Malamud e Richard Yates, tanto per fare due nomi eccellenti.

Avviso ai naviganti  racconta la storia di Quoyle, un giornalista di Brooklyn sposato con una donna infedele che, dopo aver perso nello stesso giorno moglie e lavoro, decide di trasferirsi nell’isola di Terranova con le sue due figlie. Quoyle ci viene descritto come un ragazzo grassoccio, goffo, brufoloso, con un mento gigantesco. Non ha di certo un aspetto normale. In più, è molto pigro, apatico, solitario, senza ambizioni, poco brillante negli studi. Approda al giornalismo per caso, grazie alla raccomandazione di un amico. L’incontro con la minuta Petal, la futura moglie, è una delle scene più esilaranti del romanzo “Offrimi da bere. Sono le sette e venticinque. Prevedo che per le dieci di stasera ti avrò scopato. Che te ne pare?”. Petal è una scombinata, soprattutto una ninfomane insaziabile che non riesce a stare lontana dalle stanze da letto di sconosciuti, uomini incontrati ovunque: per strada, nei bar, e che arriva a portarsi perfino a casa sua, con Quolyle nell’altra stanza che ascolta impotente, in silenzio, i gemiti dell’adulterio. Perché lo tratta così? Perché la presenza di Quoyle è diventata così insopportabile per Petal? E’ forse il suo brutto aspetto ad averla stancata, allontanata da lui? “Non era il mento di Quoyle che detestava, ma la sua umiliante insicurezza”. La breve esperienza matrimoniale di Quoyle e Petal si esaurisce in poco più di settanta pagine: il romanzo, di fatto, inizia con la tragica fuga di lei con l’ultimo dei suoi amanti, e con il licenziamento di lui dal giornale “A trentasei anni, in lutto e in preda al dolore per il suo amore perduto, Quoyle aveva virato verso Terranova, l’isola dei suoi antenati, un luogo che non aveva mai visitato, né mai aveva pensato di visitare”. Quanti di voi sanno dove si trova l’isola di Terranova? Vi confesso che leggendo il libro non ho potuto a fare a meno di rinfrescare le mie reminiscenze scolastiche andando a curiosare su google. Ricordavo dell’Atlantico, ma di preciso non sapevo dove collocare l’isola: tra l’America e l’Europa? Sopra New York? No. Eccola lì, al largo della costa canadese. Terranova è in Canada. Con le sue due figliolette, un cane e la vecchia zia Agnis, Quoyle parte verso l’ignoto e si stabilisce in una casa che era appartenuta ai suoi nonni, diroccata, isolata, tra rocce e fiordi. E’ una terra inospitale, con un clima rigido, un luogo selvaggio, aspro, estremo, abitato perlopiù da pescatori o ex pescatori. Il tema dominante del libro è proprio lo scontro tra l’uomo e la natura, il rapporto tra la fragilità dell’individuo e la feroce immensità dell’isola, azzurra come il mare e grigia come la nebbia. I sogni di Quoyle si sono sgretolati, è evidente, ma forse non tutto è perduto. Il nome del giornale che lo assume per scrivere di incidenti stradali e bollettini marittimi è tutto un programma The Gammy Bird. Uno stanzone puzzolente con quattro tavoli e poco altro, messo su alla meglio da un personaggio che somiglia più al nostromo della pubblicità del tonno che a Indro Montanelli. Jack Buggit è un vecchio lupo di mare, un semianalfabeta disoccupato che per sopravvivere un giorno ha la brillante idea di fondare una rivista. Una scommessa vinta, si direbbe. Quoyle poco alla volta comincia ad ambientarsi, a prendere le misure. La parte centrale del libro racconta le sue giornate sull’isola, le nuove amicizie, le storie vere e le leggende che si tramandano di padre in figlio. La narrazione rallenta, la trama si avvita su se stessa, sembra che l’autrice non sappia dove condurre il lettore. Una nave senza bussola. Come la risacca con il mare, poi la tensione riprende a salire, la Prolux ritrova lo slancio dei primi paragrafi. Quoyle ora è un uomo diverso, cambiato, che finalmente ritrova se stesso e forse un nuovo amore. Avviso ai naviganti è un libro originale, intenso, malinconico, che odora di salsedine e di ruggine. Una lunga riflessione sulla vita, un manuale di sopravvivenza utile se non necessario per chi, come Quoyle, si sente come una barca in mezzo al mare.

Angelo Cennamo

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LA VERITA’ SUL CASO HARRY QUEBERT – Joël Dicker

 

 

La verità sul caso Harry Quebert - Dicker

 

Comincerò dalla fine: La verità sul caso Harry Quebert di Joël Dicker è un romanzo bellissimo, scritto magnificamente – non date retta a chi vi dirà il contrario – con un impianto narrativo perfetto. E’ un giallo? Non solo. È un libro che parla di sentimenti: un amore contrastato, il rapporto paterno tra un maestro ed il suo allievo, la passione per la scrittura – nel corso del racconto Dicker si interroga spesso sul ruolo degli scrittori “Scrivere significa essere dipendenti. Di chi la legge o non la legge” e sul patto che gli autori – contract author – sono costretti a stipulare con i lettori limitando di fatto il perimetro della loro libera espressione: cosa vuoi leggere? Io te lo scriverò. Ma questo romanzo è soprattutto un generoso tributo ai classici della letteratura americana, leggendo tra le righe ne troverete parecchi, da Lolita di Nabokov – l’assonanza tra Quebert e Humbert Humbert non sembra casuale, lo stesso dicasi per Nola, la protagonista femminile, il cui nome sembra l’anagramma di Lola – a Wonder boys di Michael Chabon, il libro ispirato alla figura di Chuck Kinder, maestro di scrittura di Chabon all’università di Pittsburg, passando per Zuckerman scatenato di Philip Roth e Il dono di Humboldt di Saul Bellow. Il tema centrale del romanzo è la finzione, tutto ruota infatti intorno alla simulazione e al prodigioso gioco di specchi congegnato dall’autore, a cominciare da se stesso, lui giovane svizzero che scrive il Grande Romanzo Americano come o meglio di uno scrittore texano di mezza età.

Ma veniamo alla trama, che è la componente migliore del libro, il suo punto di forza. Il caso di Harry Quebert è l’indagine su Nola Kellergan, una quindicenne scomparsa misteriosamente nell’estate del 1975 in un paesino immaginario del New Hampshire: Aurora. Il cadavere di Nola viene ritrovato trent’anni dopo sepolto nel giardino della villa di Harry Quebert, noto scrittore newyorchese trasferitosi nel New England per isolarsi dal frastuono della metropoli e scrivere il romanzo della vita, che con la ragazzina aveva avuto un’intensa storia d’amore nonostante tra i due ci fosse una notevole differenza d’età. Quebert ora è accusato di omicidio e rischia la sedia elettrica, ma si professa innocente. A soccorrere il grande scrittore sarà il giovane allievo Marcus Goldman, astro nascente della letteratura, ma disperatamente bloccato nella stesura del suo secondo romanzo. La vicenda ingarbugliata di Harry diventerà per Marcus l’occasione, unica ed irripetibile, per uscire dallo stallo della pagina bianca che lo tormenta da tempo e tornare al successo con un libro verità che milioni di americani – tra questi il suo editore – attendono con ansia da molti mesi. Inutile dilungarsi oltre sulla storia, lunghissima, piena di capovolgimenti e di colpi di scena architettati con grande maestria dall’autore. Vi basti sapere che La verità sul caso Quebert  è uno di quei libri che tengono incollati i lettori ad ogni pagina con la curiosità irresistibile, per non dire morbosa, di scoprire cosa c’è scritto nella pagina seguente. Il romanzo è anche un manuale di scrittura, ogni suo capitolo è infatti introdotto da un breve paragrafo contenente un suggerimento del professor Quebert al giovane Marcus, che lotta contro il tempo per sfornare l’atteso capolavoro. Tra i tanti ne segnalerò uno, forse il più significativo “Ma le parole sono importanti quando si scrive, no?” chiede il giovane Goldman al maestro Quebert. “Sì e no” risponde lui “Il senso delle parole è più importante delle parole in sé”. E’ da questi particolari che si giudica un vero scrittore, Joël Dicker lo è.

Angelo Cennamo

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PISTA NERA – Antonio Manzini

 

Pista nera - Manzini

 

Rocco Schiavone, il vicequestore romano dal vissuto borderline, trasferito per punizione dal commissariato Cristoforo Colombo in Val d’Aosta. Il poliziotto burbero, cinico, sensibile al fascino femminile, che neppure al gelo delle Alpi rinuncia al suo loden e alle Clarks, e che classifica le rotture di coglioni da uno a dieci a seconda dell’intensità. E’ lui, Schiavone, il protagonista del grande romanzo che Antonio Manzini gli sta cucendo addosso ormai dal 2013 tra l’entusiasmo crescente del pubblico e gli apprezzamenti della critica. Pista nera è il primo capitolo della fortunata serie. Siamo a Champoluc, una scicchissima località turistica a millecinquecento metri sul livello del mare, altitudine incomprensibile per uno come Rocco che non è mai salito oltre i centocinquanta di Monte Mario. Qui viene ritrovato il cadavere spappolato di Leone Miccichè, un quarantenne di origini siciliane che gestisce un rifugio di montagna con la moglie, Luisa Pec, donna affascinante e corteggiatissima. Il corpo di Leone è stato schiacciato da uno di quei cingolati – gatto delle nevi – usati per ripulire le piste da sci dopo l’orario di chiusura. Pista nera o muro, nel gergo sciistico, sta ad indicare una pista molto ripida. Se l’uomo fosse morto a causa dell’investimento per Rocco sarebbe certamente una rottura di coglioni in meno, un caso di omicidio colposo da archiviare in quattro e quattr’otto senza spargimento di altro sangue e senza ulteriori escursioni al gelo. Ma non è andata così. Champoluc è un paesino di poche anime, si conoscono tutti, il clima ideale per alimentare gossip, pettegolezzi, ed è proprio una chiacchiera di troppo ad innescare la scintilla di questa brutta vicenda nella quale si intrecciano questioni di denaro e di infedeltà. Intorno a Schiavone ritroviamo il solito cast di personaggi straordinari che Manzini riproporrà anche nei capitoli successivi: l’agente Deruta “Cento chili di inutile massa corporea in ballottaggio con D’Intino per il più deficiente della questura“; il Sostituto Baldi, il magistrato dal brutto carattere che tiene puntato il vicequestore perché sa molte cose del suo passato, ma sa pure che Schiavone ha un’alta percentuale di casi risolti; Italo Pierron, il poliziotto valdostano, malleabile, disposto a scendere a compromessi e ad entrare nello strano giro di Rocco e dei suoi amici romani quando si tratta di arrotondare quei quattro euro che guadagna rischiando la vita per strada. E poi c’è lei, Marina, il fantasma della moglie di Rocco che Manzini riporta in vita nel corsivo dei pensieri più intimi e malinconici del vicequestore. Un giallo perfetto, divertente, ben scritto e mai ripetitivo il romanzo di Schiavone, nonostante gli inevitabili meccanismi della serialità. Viva Manzini, evviva Schiavone, l’italiano medio, l’uomo qualunque che lavora, si incazza, si annoia, che ama, che vince e che perde, e che sbaglia come tutti noi.

Angelo Cennamo

 

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IL RAGNO – Michael Connelly

 

Il Ragno - Connelly

 

Il thriller americano ha un nome e un cognome, si chiama Michael Connelly. E Connelly ha un suo alter ego: Harry Bosch. Il Ragno è il sesto romanzo della fortunata serie che vede come protagonista il superpoliziotto di Los Angeles, personaggio ben calibrato, con un vissuto borderline nel quale tanti lettori non faticano a riconoscersi. Bosch è nato nei bassifondi di Los Angeles ed è cresciuto in un istituto. E’ un uomo solitario, malinconico, appassionato di jazz, sposato con una donna inquieta più di lui e dipendente dal gioco. In questo episodio si ritrova ad indagare su un caso scomodo di cui nessuno vuole occuparsi: l’assassinio di Howard Elias, un noto avvocato di colore impegnato nella difesa dei diritti civili. Ciò che aveva reso famoso Elias non erano tanto i clienti farabutti e criminali che difendeva ma l’uso dei mass media “La sua abilità nel punzecchiare il nervo scoperto del razzismo diffuso in città, concentrando con notevole competenza il suo esercizio legale su uno specifico ambito: intentare cause contro il Dipartimento di Polizia di Los Angeles” con parcelle salatissime per il municipio della città. Per raggiungere i propri scopi, l’avvocato aveva una talpa in polizia, un insospettabile che gli passava notizie, informazioni utili. Molti poliziotti lo detestavano per questo. Detto tra noi, più di un collega di Bosch l’avrebbe fatta fuori volentieri quella sanguisuga. E’ una vicenda rognosa, senza testimoni e con Bosch costretto ad indagare nel proprio ambiente al fianco di Chastain, suo collega e rivale per una vecchia questione mai chiarita fino in fondo. La pista di Bosch porta ad un altro delitto al quale stava lavorando Elias prima di essere ucciso. L’indomani, in Tribunale, l’avvocato avrebbe reso noto il nome del vero colpevole dell’omicidio di una bambina, delitto che era stato attribuito per errore ad un suo cliente di colore. A questo punto della storia la trama poliziesca, come al solito ben congegnata, incrocia altri temi importanti, dall’uso di internet al razzismo: la possibilità che ad uccidere Elias sia stato un poliziotto fa infatti esplodere la rabbia dei cittadini di Los Angeles. La città viene messa a ferro e fuoco e Bosch deve lottare contro un verdetto già scritto.

Il Ragno è un romanzo avvincente che va oltre l’etichetta dell’hard boiled, un libro carico di pathos, ben strutturato, dal ritmo impetuoso, senza cali di tensione, e con un finale amaro che lascia senza fiato. Indubbiamente uno dei migliori libri di Connelly, vincitore tra l’altro del premio Bancarella. Fatto singolare per un poliziesco, soprattutto per un poliziesco americano, che smentisce un cliché in Italia duro a morire, quello secondo cui il thriller non è letteratura. Connelly è uno scrittore vero. Si sappia.

Angelo Cennamo

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IN FONDO ALLA PALUDE – Joe R. Lansdale

 

In fondo alla palude - Lansdale

 

“Un tempo le notizie non viaggiavano come adesso. Non allora. Non erano diffuse dalla radio né dai giornali. Non nel Texas orientale. Era diverso: ciò che succedeva in una contea, spesso restava affare di quella contea”

Siamo negli anni Trenta, gli anni più difficili della storia americana, quelli della Depressione. Gli Stati Uniti sono flagellati dalla peggiore crisi economica che si ricordi. Miseria e disoccupazione spingono tante famiglie ad emigrare verso Nord o sull’altra costa, in cerca di fortuna nella più ricca California. Harry e la sorellina Tom abitano fuori città, in una  casetta bianca di tre stanze, in mezzo a un bosco, vicino al fiume Sabine. E’ un luogo selvaggio, ostile, ma ricco di fascino e di credenze popolari come la leggenda dell’Uomo Capra, una misteriosa figura, metà capra e metà uomo, che vaga di notte nei boschi come un’anima dannata. La voce narrante della storia è quella di Harry, oggi ottantenne, chiuso in una casa di riposo. Una sera, nel bosco vicino casa, lui e Tom, mentre sono alla ricerca di un luogo dove seppellire l’amato cane Toby, trovano il corpo martoriato di una donna di colore. E’ il primo di una serie di altri corpi, tutti assassinati e torturati con le stesse modalità. La notizia comincia a diffondersi in ogni angolo della contea tra l’indifferenza di molti: a chi interessa la morte di una negra? Ad incaricarsi dell’indagine è Jacob, il padre dei due fratellini, barbiere di professione ma all’occorrenza anche poliziotto locale. Jacob è un uomo onesto e rispettoso della comunità nera. La sua educazione democratica, fin troppo progressista per i tempi e soprattutto per quei luoghi popolati da gradassi e violenti razzisti, non giocherà a suo favore. Il barbiere poliziotto viene infatti accusato di essere troppo amico dei negri. In una delle scene più intense del romanzo, quella dell’autopsia praticata al cadavere della prima donna ritrovata, Jacob si scontra con uno dei medici legali, il rozzo dott. Stephenson, convinto che ad assassinare la donna sia stato uno sporco negro come lei. Non c’è altra spiegazione. Una vicenda da archiviare presto, dunque, un’inutile rogna che sottrae tempo a faccende ben più importanti da sbrigare. Il piccolo Harry, che assiste al violento alterco di nascosto, arrampicato in cima ad un albero, ha modo di saggiare il coraggio di suo padre e di riconoscersi in quella sensibilità, quella  intransigenza così inconsueta. Harry si sente coinvolto nella storia di quei delitti efferati e misteriosi – lo sarà fino alla fine del racconto – se non altro perché sono stati lui e Tom a ritrovare il primo cadavere. Il rapporto tra padre e figlio è uno dei temi centrali del romanzo, tra i migliori sotto ogni aspetto – trama, scrittura, stile – della robusta produzione di Lansdale. Jacob ama suo figlio, lo rispetta, lo ascolta, dialoga con lui da pari a pari. Altrettanto Harry, che per suo padre ha una sorta di venerazione.

In fondo alla palude non è solo un ottimo thriller – il migliore degli ultimi vent’anni, scrive Niccolò Ammaniti sulla copertina – ma anche un romanzo di formazione, Lansdale ne ha scritti diversi, un’appassionante storia d’amore, un libro che parla di razzismo e di mescolanze inconfessabili. Il segreto che il poliziotto Red porta dentro di sé, ci ricorda la vicenda di Coleman Silk, il protagonista de La Macchia umana di Philip Roth, il professore universitario che nasconde a tutti di essere nero. Altro personaggio perfettamente disegnato dall’autore è la nonna dei due ragazzini, donna battagliera, appassionata di libri gialli, che guida l’automobile, mastica tabacco, va a pesca brandendo un fucile, e che gioca fare il detective con i due nipotini. E’ il solito meraviglioso Texas di Joe Lansdale, un luogo dell’anima, una perfida terra di Dio divisa in due dalla “sottile linea scura” del male.

Angelo Cennamo

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IL MISTERO DI MANGIABARCHE – Massimo Carlotto

 

Il mistero di Mangiabarche - Carlotto

 

 

Qualcuno, con la grafia incerta dell’adulto che non ha terminato le elementari, vi aveva scritto sopra una frase apparentemente senza senso, senza lasciare spazio tra le parole: Mangiabarche

Ho divorato questo romanzo in poco più di un giorno nel luogo forse ideale per la sua lettura: in riva al mare. Potrei anche aggiungere bevendo calvados, come il protagonista della storia, sarebbe magnifico, ma vi direi una bugia. Il mistero di Mangiabarche, pubblicato nel 1997, è il secondo capitolo della fortunata serie dell’Alligatore di Massimo Carlotto. Per chi non ha ancora fatto conoscenza del personaggio, l’Alligatore è Marco Buratti, un ex cantante di blues che per un errore giudiziario ha scontato una condanna di sette anni in carcere con l’accusa di terrorismo. Oggi Buratti si guadagna da vivere come investigatore privato senza licenza, al soldo di avvocati penalisti perlopiù padovani. In questo episodio, l’Alligatore lo ritroviamo in Sardegna dopo un giro lungo e tortuoso: in fuga da Padova verso la Corsica, poi di nuovo in Italia via Marsiglia. La sua fama di detective ormai va ben oltre il nordest; attento, arguto, nelle note caratteristiche di Buratti c’è scritto che è un investigatore assolutamente fidato e scrupoloso, nonostante il vizio del bere. Un anziano avvocato di Cagliari lo ha ingaggiato per scoprire chi è stato ad incastrare altri tre avvocati, accusati e condannati ingiustamente per traffico di droga e per l’omicidio di un loro collega, che non è morto. Il caso è complicato, rischioso, giri di cocaina, intrighi di liberi professionisti in combutta con pezzi di servizi segreti deviati che ruotano intorno a una base Nato. Buratti deve cautelarsi e il modo migliore per farlo è farsi aiutare dall’amico Beniamino Rossini, il malavitoso romantico che ha conosciuto in galera, il suo braccio armato. Ai due si aggiunge un delinquente del posto, cagliaritano doc, dal nome divertente “Marlon Brundu”. Il mistero di Mangiabarche si infittisce e porta l’Alligatore a uno scontro senza precedenti con una banda di avvocati corrotti e di trafficanti insospettabili. Il finale sulle scogliere dell’arcipelago sulcitano ha il sapore dei noir marsigliesi di Jean-Claude Izzo. Romantico, violento, malinconico, venato di blues. Come accade per ogni serie letteraria, da Maigret a Rocco Schiavone, i libri che Carlotto dedica al suo personaggio Buratti formano un solo grande romanzo, il romanzo dell’Alligatore, personaggio borderline al quale è facile affezionarsi perché in Buratti ritroviamo brandelli delle nostre vite, i silenzi, le inquietudini, la voglia di dimenticare un passato doloroso.

Angelo Cennamo

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IL PASSAGGIO – Michael Connelly

 

Il Passaggio - Connelly

 

Scrivo queste poche righe nelle ore in cui il mondo ha appreso la notizia della morte di Philip Roth, il grande scrittore di Newark che in “cinquant’anni vissuti da solo in una stanza, come sul fondale di una piscina” ha raccontato meglio di tanti altri – senza nulla togliere a romanzieri del calibro di Ford, DeLillo, McCarthy, Franzen – la società americana, le sue trasformazioni, e incarnato la ribellione alla famiglia, ai valori puritani della borghesia, lo scontro con la tradizione religiosa. Non sentiremo la mancanza di Roth perché a farci compagnia ci saranno sempre i suoi libri, le sue interviste, orme, testimonianze di un vissuto indelebile. Detto questo, non possiamo immaginare di conoscere a fondo la cultura americana se della sua straordinaria narrativa non ne approfondiamo anche la “dark side”, il lato più oscuro, torbido, violento che ritroviamo in autori di genere come Lansdale, Winslow, Ellroy, King. Soprattutto, non c’è letteratura americana senza thriller. E quando pensiamo al thriller non possiamo fare a meno di andare con la mente a Michael Connelly. Lui è il thriller. Una trentina di romanzi, alcuni seriali, e un nome su tutti: Harry Bosch.

Dicevamo di Roth, la sua capacità di giocare con la verità e la finzione spiazza i lettori e li trascina in una dimensione altra confondendoli in un prodigioso gioco di specchi. Nathan Zuckerman è l’alter ego di Roth, lo scrittore al quale il grande maestro fa raccontare la finzione spacciandola per verità. Ebbene, l’alter ego di Connelly è Harry Bosch, il superpoliziotto che con intuito e con ironia risolve i casi più improbabili.

Ne Il Passaggio (The Crossing nella versione Usa), Bosch è andato in pensione. Ha iniziato a lavorare su un progetto a lungo coltivato ma mai realizzato, quello di restaurare una vecchia Harley-davidson. Il suo fratellastro l’avv. Mickey Haller, altro protagonista delle trame di Connelly, vuole vederlo per affidargli un caso: salvare un suo cliente da un’accusa ingiusta di stupro e omicidio. Uno sconosciuto si è introdotto nell’abitazione di un vicesceriffo e ne ha ucciso la moglie, donna molto in vista anche per aver ricoperto importanti funzioni pubbliche nella municipalità di Los Angeles – Los Angeles è lo scenario tipico della saga di Bosch. In un primo momento Harry sembra contrario, passare dall’altra parte della barricata (the crossing) lo mette a disagio, gli crea imbarazzo: cosa diranno di lui gli ex colleghi? Ma dopo aver studiato attentamente il fascicolo del caso, l’ex poliziotto intuisce che la persona arrestata potrebbe essere davvero innocente e si convince ad accettare l’incarico. Indagando, i due fratellastri dovranno fare i conti con mille insidie, trappole e depistaggi di personaggi insospettabili. Ma volete che Harry Bosch non ne venga a capo?

Angelo Cennamo

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