L’OMBRA DELLO SCORPIONE – Stephen King

 

L'ombra dello scorpione - King

 

 

La prima cosa che ci colpisce di questo libro è la sua mole: circa 1.400 pagine nella stesura integrale, senza tagli, che King ha voluto offrire ai lettori vent’anni dopo la prima pubblicazione del 1978. La seconda è il titolo: L’ombra dello scorpione, avventuroso, tenebroso, esotico, e completamente diverso da quello pensato per la sua versione originale che è The Stand. Pessima abitudine quella di cambiare i titoli ai libri stranieri. Sul fascino dei romanzi voluminosi, i cosiddetti mattoni, si potrebbe scrivere un libro voluminoso; da sempre gli americani hanno una certa propensione per le narrazioni massimalistiche, King è maestro anche di questo. Eppure se The Stand – preferisco chiamarlo così – avesse avuto trecento pagine in meno, a mio avviso sarebbe stato ancora più bello ed appassionante di quanto non lo sia, comunque, nella versione che ho appena finito di leggere. I cultori del Re si divertono spesso nei forum o sui social a stilare hit parade e classifiche dei suoi romanzi più riusciti – King ne ha pubblicati oltre cinquanta vendendo centinaia di milioni di copie in ogni angolo del pianeta. Tra i primissimi posti figurano quasi sempre: It, Misery, The Stand, Il miglio verde e Shining. Non ho ancora letto gli ultimi due, ma collocherei The Stand sullo stesso livello di It.

Il romanzo si apre con una scena raccapricciante – non potrebbe essere diversamente trattandosi del maestro del brivido: un’auto con una famiglia a bordo va a scontrarsi con un distributore di benzina nella cittadina (immaginaria) di Arnette, nel Texas. Il guidatore è moribondo, i corpi di sua moglie e della figlia, accasciati sui sedili posteriori, sono già in via di putrefazione. Charlie, Sally e Baby La Von Campion sono le prime vittime di un virus letale “Captain Trips”, fuoriuscito da una base militare della California per l’errore di un computer.

Scena due. A Portland, nel Maine, la giovane Fran Goldsmith confida a suo padre di essere rimasta incinta. Il suo fidanzato è disposto a sposarla, ma lei non lo ama. Nonostante tutto, Fran vorrebbe tenersi il bambino e cercare fortuna altrove. Nel frattempo, i suoi genitori vengono contagiati dal virus e muoiono nel giro di poche settimane.

Scena tre. A New York, Larry Underwood è un cantante cocainomane, cresciuto tra balordi come lui e senza padre. Il successo del nuovo disco dura il tempo di un passaggio alla radio. Larry si ritrova senza soldi, non sa più dove andare, è costretto a tornare a casa, da sua madre, da dove fuggì molti anni prima.

Scena quattro. Stu Redman, uno dei soccorritori di Charlie Campion, la prima vittima di “Captain Trips”, fugge dall’ospedale di Atlanta, in Georgia, dove è stato coattivamente ricoverato dall’esercito degli Stati Uniti.

Scena cinque. In Arkansas, un giovane sordomuto cresciuto in un orfanatrofio, Nick Andros, viene derubato e pestato da un branco di delinquenti. A seguire le indagini è lo sfortunato sceriffo John Baker, costretto per carenza di personale e per ragioni di salute ad affidare la gestione del suo ufficio allo stesso Nick.

Siamo ancora nella fase pre-apocalittica del racconto. “Captain Trips” si sta diffondendo sotto forma di influenza killer e i protagonisti delle cinque storie devono lottare strenuamente per fuggire da quel virus sconosciuto che sta falcidiando la popolazione degli Stati Uniti, forse dell’intero pianeta. Le storie di Larry, Fran, Nick, Stu e di tanti altri, poco alla volta cominciano ad intersecarsi, fino a confluire in una sola trama. I protagonisti fanno strani sogni. Una nera ultracentenaria si dondola sulla veranda della sua casa di campagna, nel Nebraska, tra sconfinate distese di mais. Il suo nome è Mother Abagail. Le immagini sembrano rassicuranti: la vecchia imbraccia una chitarra e canta lodi al Signore, potrebbe essere la sua incarnazione, ha un misterioso carisma, una forza attrattiva indecifrabile e irrazionale. Sarà lei a salvarli dalla fine del mondo? Nel deserto del Nevada, a Las Vegas, la città del vizio e della perdizione per antonomasia, un uomo malvagio arruola il suo esercito del male. Randall Flagg ha gli occhi del demonio, il suo potere malefico striscia e si insinua nelle menti dei sopravvissuti distogliendoli dal richiamo di Mother. L’umanità sopravvissuta alla catastrofe è ora difronte a un bivio. Ma non siamo alle ultime battute, la storia è lunga, lunghissima, forse troppo. Nella seconda parte, Larry e gli altri sono i pionieri di una nuova era; dovranno fondare un’altra società, darsi delle regole, eleggere dei rappresentanti, rimettere in moto il progresso, soprattutto fronteggiare l’esercito del Male capitanato da Randall Flagg. Una sfida difficile alla quale però nessuno dei protagonisti potrà sottrarsi. Quella raccontata da King è una storia impetuosa, crudele – in parte realistica, in parte fantasiosa – ma ricca di sentimenti profondi e di riflessioni sociologiche. The Stand è un romanzo mondo che contiene al suo interno qualunque cosa. Racconta la vita – la caducità della vita – e la morte, l’amore e l’odio, l’invidia e la sete di potere, il sesso e la gelosia. King ci invita ad interrogarci sul significato della fede religiosa, sul senso del divenire e sui valori della democrazia. Ognuno dei personaggi ha una sua storia, un suo vissuto, il più delle volte doloroso, lacerante, voglioso di riscatto, ben tratteggiato, descritto ed approfondito dall’autore con la consueta maestria; tanti romanzi dentro un solo romanzo.

The Stand è un’opera monumentale che ci riporta ai libri epici della letteratura russa e al grande cinema di Stanley Kubrick e di Steven Spielberg. In Italia, chi legge DeLillo o Foster Wallace difficilmente legge anche i libri di Stephen King. E viceversa. E’ un grosso errore dettato dal pregiudizio verso la letteratura di genere e da una critica obsoleta che spesso fatica ad aprirsi a nuove forme di comunicazione. Romanzi come It e The Stand raccontano l’America almeno quanto Underworld ed Infinite Jest, sia pure da visuali diverse. Sono le due facce della stessa nazione, della stessa letteratura, e vanno letti insieme per comprendere e conoscere fino in fondo la cultura nordamericana e la modernità dei suoi linguaggi.

Angelo Cennamo

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PRINCIPIANTI – Raymond Carver

 

Principianti - Carver

 

 

Gli scrittori hanno bisogno dei loro editor quanto gli sportivi ne hanno dei loro allenatori, e a nessuno verrebbe da giudicare la prestazione di un nuotatore meno meritevole perché a bordo piscina qualcuno lo incita a mulinare le braccia più veloce

Lo scrive Paolo Giordano nella prefazione italiana di Principianti, la versione originale e senza tagli – oltre il cinquanta per cento tra testi e titoli – di Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, raccolta di racconti pubblicata nel 1981, riveduta e corretta da Gordon Lish, l’editor alter ego, il Dio onnipotente al quale Carver rimase sempre devoto per non dire succubo. Quella mutilazione così profonda, invasiva, fu un duro colpo ai fragili nervi del talentuoso scrittore dell’Oregon, uscito da pochi mesi dal tunnel dell’alcolismo e per questo troppo vulnerabile per contraddire l’artefice del suo successo, l’allenatore vincente, come lo definisce Giordano, che in lui aveva intravisto le giuste qualità per lanciare sul mercato una nuova proposta editoriale di genere minimalista. Carver non arriverà a vedere la pubblicazione della versione autentica delle sue storie, ma leggendo Principianti ciascuno di noi può finalmente comprendere l’equivoco generato dall’etichetta di scrittore minimalista che gli è stata appiccicata addosso forse con troppa disinvoltura. Carver non era un minimalista, era un “precisionista”.

Principianti è un insieme di trame che raccontano le difficoltà della coppia, l’utopia di resistere al logoramento del tempo e della noia, mariti e mogli arrivati alla fine di qualcosa, come Holly e Duane in Gazebo. Il più delle volte è l’alcol il tema trainante delle storie: una delle parole più ricorrenti nelle short stories di Carver è “birra”; tutti i personaggi ne hanno una scorta in frigo. In Dì alle donne che usciamo Bill e Jerry, una domenica pomeriggio, lasciano le rispettive mogli a casa per andare ad ubriacarsi in un bar. Uscendo, vedono due giovani ragazze in bicicletta, le inseguono, provano ad abbordarle, ci riescono, ma la conclusione di quell’incontro sarà tragica. L.D. di Un’altra cosa viene cacciato di casa dalla moglie e da sua figlia proprio perché il vizio di bere lo ha reso insensibile e violento. In altri racconti è il tradimento a rovinare il matrimonio. Ne L’avventura un padre e un figlio si rivedono dopo molti anni in aeroporto. Il padre vuole per forza raccontare al figlio la storia del suo divorzio per togliersi dalla coscienza un peso diventato ormai insostenibile. Il marito della sua amante, racconta il vecchio, era arrivato a suicidarsi per il dispiacere causato da quella relazione clandestina. Nei racconti di Carver c’è sempre un prima e un dopo non detti. Carver coglie le parti intermedie, si sofferma alle volte su particolari e dettagli apparentemente insignificanti, ma è la sua forza, il suo tratto originale e accattivante. Il giovane padre di Distanza rinuncia a una battuta di caccia per rimanere vicino alla moglie e alla figlioletta che durante la notte non si è sentita bene. Dopo una lite furibonda, tra i due sembra essere tornato il sereno, ma col tempo, scrive l’autore nelle ultime righe, le cose cambieranno: lui incontrerà altre donne, lei avrà un altro uomo. Non lo vediamo ma sappiamo che accadrà. Il racconto che dà il titolo alla raccolta è un vero gioiello di tecnica descrittiva, una delle cose migliori scritte da Carver per intensità, bellezza dei dialoghi e impianto narrativo. Una versione moderna del Simposio di Platone. La conversazione a cuore aperto tra due coppie di amici diventa lo spunto per interrogarsi ed interrogare i lettori sul significato della parola “Amore”. Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Secondo me, dice uno dei protagonisti, siamo tutti nient’altro che principianti, in fatto d’amore .  Ho deciso: voglio imparare a scrivere come Carver.

Angelo Cennamo

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EASTER PARADE – Richard Yates

 

Easter Parade - Yates

 

Né l’una né l’altra delle sorelle Grimes avrebbe avuto una vita felice, e a ripensarci si aveva sempre l’impressione che i guai fossero cominciati con il divorzio dei loro genitori

 La migliore sinossi  di Easter Parade  – romanzo pubblicato nel 1976 e uscito in Italia più di trent’anni dopo grazie alla Minimum fax – è nel suo incipit. Sarah ed Emily Grimes crescono tra New York e il New Jersey, lontano dal padre, giornalista di poco talento costretto a correggere bozze in un giornale reazionario Che mestiere fa vostro padre? Scrive titoli. Scrive titoli sul Sun, rispondevano, e con una madre che le incoraggia a chiamarla “Pookie”, donna fisicamente minuta, dai nervi fragili, sola, ossessionata dall’idea di finezza, che affoga nell’alcol i dispiaceri di una vita complicata, sempre in salita. Le due sorelle hanno caratteri diversi; una è più sorridente e tradizionale, l’altra più introversa e indipendente. Sono attese da destini opposti ma dalla stessa infelicità, direbbe con parole sue Lev Tolstoj. Sarah sposa il rampollo di una famiglia di immigrati inglesi decaduta, Tony Wilson, bello come Laurence Olivier. Si trasferisce, sarebbe meglio dire si  rinchiude, nella sua tenuta di campagna e con lui farà tre figli. La più giovane, Emily, è invece una donna  in carriera, emancipata, single, che da giovanissima perde la verginità con un soldato appena conosciuto, e che da quel momento passa da una relazione all’altra senza mai accasarsi. L’ultimo dei suoi amanti è Howard, il  suo  capoufficio, uomo di mezza età, facoltoso e divorziato, che dopo pochi mesi di convivenza decide però di tornare dalla sua ex moglie. Alla soglia dei cinquant’anni, Emily si ritroverà sola, senza lavoro, e inizierà a soffrire di gravi disturbi mentali. La storia delle due sorelle è una sequenza di delusioni, aspettative tradite, anche di gesti violenti, specialmente quelli subiti da Sarah, la più sfortunata delle sorelle Grimes. Pensava di aver trovato in Tony il  grande amore della sua vita, ma ben presto si rende conto di aver sposato un uomo insensibile, rozzo e manesco. Le storie di Richard Yates non hanno mai un lieto fine, sono trame disturbanti che contraddicono l’immagine perfetta e gaudente della borghesia americana di successo. I protagonisti sono vittime di destini crudeli, uomini e donne sconfitti, spesso spinti dalla miseria e dalla mediocrità nel tunnel dell’alcolismo e della follia. Easter Parade – il titolo evoca il bacio tra Tommy e Sarah immortalato in una foto scattata durante una sfilata di Pasqua – non fa eccezione. Yates, che è maestro di realismo e di narrazioni drammatiche, a volte ci appare addirittura spietato con la debolezza umana dei suoi personaggi: quando Sarah le confida i maltrattamenti, le molestie subite dal marito, e le chiede un consiglio sulla possibilità che divorzi da lui e la raggiunga a New York, Emily si mostra addolorata, ma teme di perdere la propria indipendenza e di dover modificare il proprio stile di vita. Yates conosce a fondo la miseria dell’animo umano, la solitudine e la crudeltà, avendo vissuto sulla propria pelle le delusioni, le frustrazioni per l’insuccesso, oltre che la dipendenza dall’alcol e dai farmaci. Con questo romanzo riesce a superarsi, arrivando a dare voce e spessore a un microcosmo di relazioni femminili. E’ una qualità rara per uno scrittore. Ho letto da qualche parte che Easter Parade sarebbe stato paragonato a Piccole Donne e definito un romanzo destinato ad un pubblico di sole donne. Non ho mai creduto in certe classificazioni:  L’amica geniale di Elena Ferrante è forse un libro precluso al lettorato maschile? Il romanzo delle sorelle Grimes è un racconto meraviglioso, intenso, malinconico e poetico, nel quale ritroviamo pezzi e ricordi delle nostre vite. Ma è soprattutto una storia di grande attualità che ci fa riflettere sull’amore, la solitudine, il senso della famiglia e il rispetto per le donne.

Angelo Cennamo

 

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2666 – Roberto Bolaño

 

2666 - Roberto Bolano

 

 

Roberto Bolaño come Bob Marley, Lou Reed, Andy Warhol, David Foster Wallace: genio di un’avanguardia che sperimenta nuove forme, i linguaggi di una modernità che sa reggere il confronto con miti e leggende di epoche precedenti. A poco più di vent’anni Bolaño – scrittore cileno morto nel 2003 in Spagna all’età di cinquant’anni a causa di una pancreatite acuta –  fonda il movimento infrarealista e getta le basi per una narrativa diversa, postmoderna, che rompe con la tradizione del realismo magico di altri grandi autori sudamericani del Novecento come Gabriel Garcia Marquez e Jorge Luis Borges. Ho tirato giù dallo scaffale 2666, il suo romanzo-mondo di circa mille pagine che avevo acquistato qualche anno fa, ed approfittando della pausa natalizia mi sono abbandonato alla lettura seguendo i suggerimenti di chi mi aveva preceduto: non farti tante domande; segui il flusso; non sentirti obbligato a rispettare la sequenza dei cinque romanzi che lo compongono; entra ed esci dalla narrazione da un ingresso qualunque; abbandonalo prima che lui abbandoni te. Tra le tante storie messe in giro sull’opera, l’ultima riguarderebbe la forma che il libro avrebbe dovuto assumere al momento della sua rifinitura. Pare, infatti, che l’autore desiderasse che le cinque parti ( la parte dei critici – la parte di Amalfitano – la parte di Fate – la parte dei delitti – la parte di Arcimboldi) fossero pubblicate separatamente e a distanza di qualche anno l’una dall’altra, ciò per consentire ai figli, ancora giovani e di lì a qualche mese orfani di padre, di beneficiare dei proventi della vendita. La scelta, evidentemente tradita dall’editore, conferma la morfologia variegata del romanzo, che non si presenta al lettore come un monolite, ma come un puzzle gigantesco che può essere letto  seguendo anche un ordine diverso da quello prescelto. Raccontare un’opera monumentale come 2666 non è possibile né avrebbe senso farlo, ma leggendo il libro la mia mente è volata ad altri due romanzi voluminosi ed altrettanto extra-ordinari come questo: Petrolio di Pier Paolo Pasolini e Infinite Jest di Foster Wallace. Cos’hanno in comune questi tre libri?, mi sono chiesto circumnavigando la scrittura virtuosa e inebriante di Bolaño. Al di là della stessa pubblicazione postuma e frammentata dell’opera di Pasolini, i tre romanzi sono innanzitutto ipnotici: questo li fa somigliare. Sono come dei buchi neri nello spazio che attraggono il lettore, non sempre consapevole, tenendolo incollato alle trame e ai mille personaggi che lo compongono.

“La parte dei critici” racconta la storia di quattro docenti universitari, tre uomini e una donna, di diversa nazionalità, appassionati di uno scrittore tedesco semisconosciuto che nessuno ha mai incontrato né visto: Benno Von Arcimboldi. I quattro si ritrovano in giro per l’Europa nei congressi di letteratura tedesca. Diventano amici, poi amanti della stessa donna, l’inglese Liz Norton. Infine, alla stregua di Ulises Lima e Arturo Belano – i detective selvaggi alla ricerca della poetessa realvisceralista Cesárea Tinajero – i quattro si mettono sulle tracce del misterioso Arcimboldi, finito probabilmente in Messico. La città di Santa Teresa, nello Stato del Sonora, diventa il terminale, il punto nascosto, dove confluiscono le trame di tutti e cinque i romanzi. Ne “La parte di Amalfitano” è il luogo dove il protagonista ha deciso di trasferirsi dopo essere stato abbandonato dalla moglie, invaghitasi di un altro uomo, un poeta malato di mente e rinchiuso in un manicomio. Il professor Amalfitano – figura che sembra ricalcare quella dell’autore del romanzo – è un cileno depresso, mezzo matto, che va ad abitare prima in Spagna, a Barcellona, poi accetta di insegnare all’università di Santa Teresa, città dove, tra l’altro, farà da guida ai quattro suoi colleghi giunti dall’Europa per cercare Arcimboldi. Sua figlia, Rosa, la ritroviamo nel terzo romanzo del libro: “La parte di Fate” – la più bella, a mio avviso, per suggestioni, atmosfere, intensità e struttura – il cui protagonista, Oscar Fate, è un giornalista newyorkese di colore mandato proprio a Santa Teresa per coprire un incontro di boxe. Fate, che non è un esperto di sport, finisce invece per occuparsi di un grave fatto di cronaca nera che da alcuni anni affligge la città: l’assassinio di oltre duecento donne. La vicenda occupa l’intera trama del quarto romanzo “La parte dei delitti”, che raccoglie le storie di tutte le vittime di quella orrenda mattanza con un taglio ed un’ambientazione crime che ricordano due capolavori di Don Winslow: Il Potere del cane e Il Cartello. Il libro si conclude con “La parte di Arcimboldi”, la biografia dallo stile canettiano dello scrittore fantasma al centro anche del primo racconto.

2666 è un viaggio in un luogo esotico e affascinante. Una traversata faticosa, in alcuni tratti magica ed emozionante, in altri oscura e noiosa. Vale la pena leggere un romanzo gigantesco, poco maneggevole per le sue dimensioni, difficile ed impegnativo come 2666? Sì, ne vale la pena; perché leggere i libri di Roberto Bolaño è un’esperienza che non può essere paragonata a nessun’altra. Bolaño è un genio.

Angelo Cennamo

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PULVIS ET UMBRA – Antonio Manzini

 

Pulvis et umbra - Antonio Manzini

 

 

Nel precedente episodio 7-7-2007 avevamo lasciato Rocco Schiavone nel ruolo gomorroico ed insospettabile di giustiziere, di implacabile vendicatore della moglie Marina, uccisa per sbaglio da un narcotrafficante che si era messo sulle sue tracce – Manzini immagina i suoi romanzi non come una serie, ma come capitoli di un libro più grande sul vicequestore Schiavone, l’investigatore romano, attento ma svogliato, trasferito ad Aosta per motivi disciplinari, che si fa le canne e che nel gelo alpino non rinuncia al suo loden e alle Clarcks sedicesimo paio in dieci mesi.

In Pulvis et umbra le trame sono due. Ad Aosta, sulla riva della Dora, viene ritrovato il cadavere di un trans. Fuori Roma, in un campo nei pressi della Pontina, una seconda vittima con in tasca un foglietto scritto. La vicenda del trans, molto noir, è quasi un espediente letterario per indagare più a fondo sulla nostra identità: siamo proprio sicuri di sapere come siamo? Sembra chiedere Schiavone-Manzini ai suoi lettori. E’ un caso complicato, forse irrisolvibile, che va ad urtare le ombre di una strana ragion di Stato e di un assassino coperto da un misterioso depistaggio. Un’altra bella rottura di coglioni che va ad aggiungersi al lungo elenco che Rocco tiene affisso sulla porta del suo ufficio: Radio Maria, le comunioni, i battesimi, i matrimoni, i tabaccai chiusi, la sabbia nelle vongole, le sorprese soprattutto quelle, perché ti costringono a reagire, a prendere una decisione. Il delitto sulla Pontina sa invece di una vecchia storia Quel cadavere puzzava di Enzo Baiocchi. Rocco deve trovare una scusa per ritornare a Roma e fare luce su un regolamento di conti nel quale è implicato anche il suo amico Sebastiano. Le ombre che si addensano intorno alla figura del protagonista sono tante, a cominciare dal fantasma di Marina. Rocco la vede, le parla, poi, poco alla volta, lei si ritrae quando nella vita del vicequestore sembra voler entrare l’agente Caterina Rispoli Perché non vieni più? Perché il vento cambia, Rocco. Io lo so. Anche tu lo sai. La storia personale di Caterina è carica di dolore e di tormenti: un padre orco che dopo tanti anni chiede di rivederla perché è in fin di vita in ospedale; la cieca obbedienza ad un ordine superiore che rischia però di allontanarla per sempre da Rocco Tutta la sua vita non era stato altro che dovere……Non era mai stata una bambina. Non era mai stata ragazza. Pulvis et Umbra è una storia di tradimenti, spiega Manzini a chi gli chiede del romanzo. Il tradimento della Giustizia, nella quale, nonostante tutto, Schiavone ha sempre creduto; quello di Caterina, il giovane amore smarritosi prima ancora di sbocciare. E il peggiore di tutti: il tradimento percepito da Brizio, Furio e Seba, gli amici di una vita, i tre delinquenti con i quali il vicequestore ha diviso tutto: ricordi, soldi, donne, lutti, perfino le indagini. Ombre che Rocco tenta di afferrare, ma tra le mani non gli resta che la polvere.

Non pensavo che Manzini potesse ripetersi dopo un romanzo impeccabile e appassionante come 7-7-2007. Pulvis et umbra invece lo eguaglia per bellezza, impianto narrativo, intensità, ironia e stile, confermando la buona qualità e i progressi del giallo italiano, che in Antonio Manzini ha trovato, già da diversi anni ormai, uno dei suoi interpreti migliori.

Angelo Cennamo

                             

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Il Grande Romanzo Italiano lo scrivono i giallisti

7-7-2007 - Manzini

 

 

Il mercato della letteratura di genere – gialli, noir, thriller, crime –  è in continua ascesa. In Italia soprattutto, da almeno un ventennio, buona parte della produzione editoriale è costituita proprio da libri gialli. Romanzi dal tratto ironico, con ambientazioni, linguaggi e slang dialettali legati a più territori: il Montalbano di Camilleri si muove tra Scicli e Vigata; De Giovanni colloca i suoi delitti nella Napoli degli anni Trenta con il Commissario Ricciardi, e in quella di oggi con I bastardi di Pizzofalcone; il Carlo Monterossi di Robecchi si aggira nella Milano del quadrilatero della moda o tra i ghetti della periferia. Sono pezzi di un mosaico ampio, colorato, capitoli di un solo Grande Romanzo Italiano – quello che tanti scrittori da premio Strega non hanno mai composto fino in fondo – storie e stili apprezzati anche all’estero. Il giallo italiano piace molto, e nel corso degli anni ha affinato la sua qualità migliore, quella di saper raccontare ben altro rispetto ai delitti e le investigazioni. Tante volte il giallo ci fa vedere l’Italia meglio della letteratura generalista, ripiegata soprattutto su storie e drammi personali o conflitti familiari. Il delitto allora diventa un pretesto per imbastire trame più complesse che hanno uno sfondo sociale, talvolta politico, che ricorda il romanzo dickensiano classico. Vi sembrerà paradossale, ma quando leggo un libro giallo, specialmente quelli editi da Sellerio – editore palermitano specializzato nel noir di casa nostra e riconoscibile per la particolare impaginazione dei suoi libri: tutti con la copertina blu, formato brossura, piccoli, quadrati – gli omicidi e le investigazioni sono la parte che mi interessa meno. Mi piace soffermarmi sui dialoghi tra i personaggi, i loro tic, le loro abitudini, le storie e il vissuto che si portano dietro, i luoghi dove abitano e si muovono. Confesso di aver un debole per Antonio Manzini, autore approdato alla scrittura dopo essere passato attraverso il cinema, il teatro e la televisione. Amico e allievo di Camilleri già nella regia e nella recitazione. Definire semplicemente “gialli” i libri di Manzini è una semplificazione che non rende adeguatamente l’idea di cosa contengano per davvero i suoi romanzi . La saga del vicequestore Rocco Schiavone è infatti un concentrato di storie, sentimenti, tradizioni, umanità, solitudini, che non può essere liquidata con una sola etichetta. Sono episodi di un unico romanzo, un romanzo  più grande, che ci accompagna ormai da diversi anni, capitoli da leggere anche senza seguire rigorosamente l’ordine cronologico – io ad esempio ho cominciato con 7-7-2007, libro pubblicato nel 2016, per certi versi il prequel di Pulvis et umbra. E’ una back story: il protagonista cioè, trasteverino trasferito per ragioni disciplinari ad Aosta, racconta ai suoi superiori una vicenda professionale nella quale è rimasta tragicamente coinvolta anche sua moglie Marina. Il titolo del romanzo è proprio la data in cui la storia raccontata da Rocco si conclude. La trama criminale è incentrata su due omicidi avvenuti a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro che vede coinvolti due amici ventenni. Schiavone è un investigatore scontroso, maleducato, cresciuto in un quartiere popolare. I suoi amici di una vita: Sebastiano, Brizio e Furio sono mezzi delinquenti, esattamente come lui, che per arrotondare lo stipendio di poliziotto intasca bustarelle destinate ad assessori corrotti e tiene per sé la droga sequestrata dai colleghi Avevano diviso tutto. La povertà, il lutto, la gioia, le sigarette e le canne, le ragazze e il matrimonio. Non è un santo Rocco Schiavone, come non lo sono il Denny Malone e l’Art Keller dei romanzi di Don Winslow, scrittore che ricorda un po’ Manzini per il taglio minimalista, veloce e ironico delle sue trame. I dialoghi tra Rocco e suoi amici trasteverini, e con Gigi er cesso – un vecchio guardiano mezzo cieco che fa sesso a pagamento con le nigeriane nel cassone di un’Apecar – sembrano usciti da un romanzo popolare del Novecento, sono a metà strada tra i Ragazzi di vita di Pasolini e un film di Tomas Milian. 7-7-2007 è un noir comico, ma anche poetico e intimista. Manzini è uno scrittore padrone del suo tempo, la sua scrittura è ritmata, potente, con frasi brevi, taglienti, che dipingono un’umanità eternamente sospesa tra il bene e il male. Il confine è labile, i personaggi delle sue trame abitano nella zona grigia del disincanto e dell’indifferenza: nessuno è perfetto, nessuno è esente da colpe. Nella prima parte del romanzo Marina scopre i conti e i traffici illeciti di Rocco; ne soffre, ma dopo pochi giorni trascorsi a casa dei suoi genitori, torna dal marito e tutto ricomincia come prima. Manzini non è solo un abile costruttore di trame, sa soprattutto scavare nella profondità dei personaggi, coglierne i tic, i lati oscuri, le inquietudini, e lo fa con assoluta onestà, senza mai cadere nella retorica o nei facili clichè: i lettori non amano essere presi in giro. Rocco Schiavone è un uomo vero, autentico, uno di noi.

Angelo Cennamo

 

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LABILITA’ – Domenico Starnone

 

Labilità - Starnone

 

Nella classifica dei cento romanzi del 2017 stilata dal New York Times figura un solo libro italiano: Lacci di Domenico Starnone. L’apprezzamento per Lacci – Ties nella versione americana – arriva nella scia del successo riscosso negli Usa da un’altra scrittrice napoletana, Elena Ferrante, la cui identità sconosciuta viene spesso attribuita proprio a Starnone. E’ un dato curioso sul quale si possono imbastire un paio di considerazioni; la prima e più facile per chi percorre la tesi appena accennata, è che lo stile, le ambientazioni delle storie dei due autori fanno particolarmente presa tra i lettori americani. La seconda è che i romanzi italiani non sono evidentemente così scadenti, e le loro trame non hanno (sempre) quel respiro corto di cui spesso si vagheggia. Tornando alla querelle infinita (e stucchevole) sulla somiglianza o coincidenza dei due scrittori, direi che una differenza sostanziale tra Ferrante e Starnone esiste, ed è, per così dire, una considerazione asimmetrica delle loro opere: la prima, cioè, è molto amata dal pubblico, il secondo gode invece di maggiore stima negli ambienti editoriali, tra gli scrittori. Una conferma ci viene per esempio da romanzi come Autobiografia erotica di Aristide Gambìa e Labilità, libri che hanno suscitato un certo interesse tra gli addetti ai lavori, ma molto meno tra i lettori.

Labilità racconta la storia di uno scrittore maturo che dopo molti anni sembra aver ritrovato l’ispirazione per dedicarsi a un romanzo sulla propria infanzia e la passione che fin da bambino ha coltivato per la scrittura. La voce narrante è la stessa di un altro libro di Starnone, Via Gemito – premio Strega nel 2001 – del quale questo potrebbe, per certi versi, essere il sequel. In molti passaggi, infatti, le due storie sembrano sfiorarsi, intersecarsi. La voce narrante, senza nome, è un uomo svagato, che perde di continuo il senso della realtà, e che soprattutto nell’atto dello scrivere si lascia visitare dai fantasmi del proprio passato: la madre, il padre ferroviere-artista, il Federì di Via Gemito per l’appunto, i vecchi compagni di scuola, come Silvestro, col quale un giorno litigò per via di una figurina rara e per questo molto ambita, quella del calciatore Giampiero Boniperti. Le divagazioni oniriche, questo girovagare infinito ai margini di un tempo virtuale e mai nitido – Labilità vuole significare proprio il confine invisibile tra realtà e finzione, gioco e verità –  e la ragnatela dei ricordi nel quale il protagonista sembra essere sempre più invischiato, diventa un gioco di specchi nel quale tutto si mescola, si confonde. La storia, che si arricchisce di altri due temi: il tradimento della moglie Clara con una collega molto più giovane di lui, Nadia Zanò, e l’invidia malcelata per un aspirante scrittore, Nicola Gamurra, suo ammiratore che cerca invano una sponda per pubblicare il suo primo romanzo, finisce però per avvitarsi troppe volte su se stessa. L’impressione è che in questo libro Starnone abbia voluto strafare, preteso troppo dal suo indiscusso talento, in una declinazione però fuori contesto, fuori dal “suo” contesto, che è la commedia. Labilità è un romanzo ben scritto, ma in molti tratti ci appare noioso, inutilmente labirintico e dispersivo. Allo Starnone ipocondriaco e malinconico di Labilità e Spavento, ho preferito quello comico e brioso di Via Gemito.

Angelo Cennamo

 

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